2.Chiacchiere chiacchiere e ancora chiacchiere

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Sebastian guardava Wolfrun seduta sulla spiaggia che giocava con Anneke e Clara. Si avvicinò al punto in cui si era seduta, e si lasciò cadere vicino a lei.
"Anneke, Clara, cercate qualche conchiglia per me?" chiese alle bambine, con l'intento di restare solo con la ragazza. Le bimbe annuirono contente e Anneke si spostò sul bagnasciuga con la piccola Clara per mano.
Wolfrun guardò Sebastian con la fronte corrucciata, senza dire niente. L'uomo tirò fuori il tabacco e cominciò a prepararsi una sigaretta.
"Non sei obbligata ad andare. Lo sai, vero?" iniziò il suo discorso l'uomo.

Cosa intendeva Sebastian? Wolfrun si tirò la gonna sulle gambe, coprendosi le ginocchia e gli stinchi il più possibile. La lasciò andare quando si rese conto di farlo per nervosismo.
"A Berlino?" chiese. Lui tirò su la testa e le sorrise. Somigliava a Jakob.
"Intendevo a Kaspakas. Ma vale anche per Berlino."
Oh. Kaspakas era il posto dove abitava Georgos. "Io..." balbettò, incerta.
"Non devi dargli una risposta subito, ok? Puoi pensarci su e valutare bene la cosa" la interruppe lui, prima che lei potesse dire qualsiasi cosa. La ragazza annuì.
Sebastian arrotolò la sigaretta.
"Si è comportato bene?" chiese ancora, osservando minuziosamente il suo lavoro. Wolfrun pensò al bacio di Jakob e sentì le guance prendere colore. Se lui lo notò, non disse niente.
"Chi?" Sebastian piegò la testa mentre si accendeva la sigaretta e la guardava.
"Intendo Georgos. Jakob so già come si è comportato."
Lei sentì il viso andare a fuoco. Tutto il viso. Avrebbe potuto accendersi la sigaretta direttamente su di lei.
"Cosa ha fatto Jakob?" chiese Wolfrun un po' in agitazione. Possibile che lui avesse raccontato a suo padre della sera prima? Erano molto uniti, ma fino a quel punto?

Sebastian aspirò dalla sigaretta con soddisfazione.
"Mi spiace, non ci sono scusanti, usare Anneke così, per la storia di Berlino. Gli ho parlato, spero che si scuserà..." disse lui. Wolfrun scosse le spalle e guardò verso il mare.
"Non serve. Andremo a Berlino. È giusto che Anneke veda il posto dov'è nata" gli disse, come se ci avesse pensato su a lungo. Sebastian sospirò.
"Non è stato giusto lo stesso. Pensavo l'avresti ucciso..."
"Ci ho pensato, sai? Più volte", disse voltandosi verso di lui con una smorfia che sembrava un sorriso e Sebastian pensò a quel primo anno sull'isola, a quella ragazzina con il giubbotto nero che non si lasciava avvicinare da nessuno.
Poi lei riportò lo sguardo alla battigia.
"Anneke, tornate più vicino."
Anche Sebastian si voltò verso le bambine. La moretta più alta prese per mano la bimba riccioluta e si spostarono un pochino verso di loro.
"Ci sono state volte in cui pensavo l'avresti fatto" disse ancora lui parlando, forse, più seriamente. Wolfrun si girò verso l'uomo, adesso il suo sguardo era serio.
"Jakob mi ha salvato la vita. Anche quando anch'io avevo rinunciato" disse a mo' di spiegazione. Lui annuì. "L'hai cresciuto bene" concluse. Si alzò e si tolse la sabbia dalla gonna.
Sebastian sospirò. "Siete cresciuti tutti. In quei tre anni in cui eravate soli, siete cresciuti tutti..." Sospirò ancora tirando dalla sigaretta
"C'è chi è cresciuto meglio di altri. Jakob è stato bravo. Molto. In tante cose. È un bravo ragazzo" disse ancora. Forse voleva consolarlo di non esserci stato, ma poi notò che Wolfrun non lo guardava in faccia, come se si vergognasse.
"Però non è un buon motivo."

Come? "Un buon motivo per cosa?"
"Per rinunciare al resto."
Wolfrun era confusa. "Di cosa parliamo?" chiese, diretta. Lui scosse le spalle e spense la sigaretta contro una roccia, prima di infilarla nel pezzo di carta in cui aveva raccolto la cenere.
"Per accettare Berlino, per non andare a Kaspakas, per... tutto. Devi sentirti libera, ok?" Lentamente annuì. Iniziava a capire. Sebastian era una gran persona, ma lo sapeva già.
Così gli disse la verità: "Ho rifiutato la proposta di Georgos. Ma Jakob non c'entra con la mia decisione. E, a dir la verità, neanche voi". Di sottecchi, guardò la reazione dell'uomo. Notò che sorrideva. Poi lui si alzò, si avvicinò e l'abbracciò. Stretta. Sorrise un po' anche lei.
"Sono contento. Non pensavo fosse la cosa giusta per te."
Lei rise nervosamente. Gli abbracci la mettevano in imbarazzo, ma non seppe dire se fosse contenta o meno, quando lui si staccò. "No?"
"No. Sei come una figlia per me, voglio solo che tu sia felice..." Lei sospirò e chiese, sottovoce: "E come si fa a essere felici?"
"Si fa quello che ti fa stare bene."
"Tu stai bene?" gli chiese. "Sei felice?"
Sebastian annuì.
"E cosa fai?"
"Guardo i miei figli crescere e spacco la legna così mia moglie può cucinare. Scrivo. Leggo, mi informo. Pesco. Qui la vita è molto diversa da Berlino, ma mi sento completo."
Wolfrun mosse la testa in segno affermativo. Anche a lei piaceva la vita sull'isola.
"Per questo non siete tornati a Berlino?" chiese ancora. In fin dei conti si era sempre chiesta il perché fossero ancora lì.
"Casa è il posto dove ci sono le persone che ami. Puoi fare casa tua di ogni luogo se sei con le persone giuste. Sarei tornato a Berlino, per Jakob, se me lo avesse chiesto. E sarei tornato con Eleni. Ma ha preferito così. Non escludo che prima o poi ci voglia tornare, lui. Siamo stati un po' là quando abbiamo portato l'antidoto. Abbiamo aiutato gli altri a ripartire. Sì, sai, i ragazzi... Louis, Nora, Timo, Christa... Ma poi siamo tornati qui."
Wolfrun annuì. I ragazzi di Gropius.
Non si ricordava tanto di quel periodo. Quando lei e Anneke vivevano più al laboratorio che all'albergo, dormiva pochissimo e mangiava ancora meno.
Sapeva di essere nervosa e agitata, tutti intorno a loro giravano con le mascherine e i guanti di lattice e lei aveva paura a lasciare sola Anneke. Quando uno dei ricercatori più giovani aveva urlato vittorioso di essere riuscito a sintetizzare il vaccino, si era slanciato nella sua direzione e l'aveva abbracciata.
Aveva abbracciato Anneke e quando aveva chiamato gli altri, aveva abbracciato anche loro. Era stato strano, ma emozionante.
"Adesso puoi smettere di avere paura" le aveva sussurrato, in inglese, quando erano stati vicini.
E lei aveva capito che aveva ragione. Aveva paura. E la paura è una gran brutta bestia.

Jakob e i suoi erano partiti per Berlino, ma lei aveva preferito non andarci. Anneke era un piccolo straccio. I ricercatori avevano tentato di essere delicati e rispettosi, lei lo aveva notato, ma volevano fare presto, per salvare più vite possibile, e la bambina un po' ne aveva sofferto.
Ma la piccola non se lo ricordava. Ogni tanto le chiedeva ancora se si ricordava del periodo dei dottori, come lo chiamava lei, ma la bambina sorrideva e raccontava di torte, biscotti e bambole di stoffa.
Perché gli abitanti del villaggio erano stati veramente carini. Non c'era giorno in cui qualcuno non arrivasse con della frutta, un dolce o un piccolo dono per Anneke e per lei. Si ricordò con piacere quando aveva scoperto che in quel posto c'erano ancora i palloni.
Quando avevano trovato il vaccino e Jakob era partito con suo padre, loro si erano divertite. Le giornate si erano fatte sempre più calde e avevano iniziato a passarle in spiaggia, a camminare e raccogliere le conchiglie, a rincorrere i granchi e a nuotare.
Si era sentita libera. E felice. Come durante la vacanza con la sua famiglia. Lemnos le ricordava quel periodo e si sentiva bene. La Grecia era un posto favoloso, secondo lei.
Wolfrun sapeva di aver fatto la scelta migliore a rimanere sull'isola con loro, anche se non era sicura di quello che avrebbe fatto se loro avessero deciso di tornare a Berlino subito dopo la scoperta dell'antidoto.

Sebastian disse scherzando di voler controllare le conchiglie raccolte e si avvicinò alle bambine sul bagnasciuga. Le sollevò da terra tutte e due e le fece giocare un po'. Anneke sorrideva contenta. Guardarono insieme le conchiglie che avevano preso e Clara si accomodò sulle sue gambe quando si sedette sulla sabbia.
Le sue bambine pensò, accarezzando la testa di Anneke che correva avanti e indietro a raccogliere altri tesori. Non stava mai ferma, lei. Neanche Wolfrun, a dir la verità. Si voltò a guardare la ragazza sulla spiaggia e notò che era pensierosa.
Sperò di essersi spiegato bene. Voleva che lei fosse libera di scegliere. Se andare o se restare. E ora anche la storia di Berlino... Si rialzò e prese per mano le bimbe.
"Andiamo al molo?" chiese a tutte e tre, quando si avvicinò alla ragazza.

Wolfrun guardò l'uomo che teneva per mano Anneke e Clara. Avrebbe voluto un padre così. Jakob era davvero fortunato. Anneke annuì con il capo quando lui propose di andare al villaggio, ma la piccola sbadigliò.
"Andate voi. Io porto Clara da Eleni, così fa un pisolino" disse, guardando la bambina. Le tese le mani e la piccola alzò le braccia nella sua direzione.
"Magari vi raggiungo dopo" continuò.
Lui annuì e si incamminò con Anneke per il sentiero. Li guardò per un po', poi Clara appoggiò la testa sulla sua spalla e si stropicciò un occhio con il palmo della mano.
La guardò e le fece una carezza.
"Facciamo un po' di nanna?" le chiese in greco. La piccola annuì, troppo stanca per dire qualsiasi cosa.

Tornare a BerlinoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora