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Le parole dell'antiquario le fecero male come uno spillo in un occhio, ma più guardava suo figlio e più non riusciva a credere a quella verità rivelata.

"Quello non è suo figlio" le aveva detto il signor Girard. "Quello è il figlio della donna ritratta nel dipinto"

Era appena tornata a casa, ancora scossa dalla conversazione con l'antiquario. Al suo ritorno aveva trovato il salone, che aveva lasciato nel caos più totale, rimesso a nuovo. Sul tavolo vide l'album delle fotografie della luna di miele, al quale si avvicinò, trovandovi depositate macchie di olio e briciole sparse.

Si rese conto che, quella sera, il marito era tornato a casa stanco morto, aveva cenato sgranocchiando qualcosa al volo sul tavolo, sfogliando le vecchie fotografie dell'album del viaggio di nozze e, stanco di aspettarla, era andato a dormire da solo nella loro camera da letto.

Prima di riportare il piccolo Robin sulla sua culla, Evelyne si era affacciata in camera per assicurarsi che il marito stesse effettivamente dormendo. Non capiva per quale motivo non l'avesse avvertita. Neanche una chiamata per tutto il pomeriggio. Non era poi così strano, considerando il forte orgoglio di Arthur, ma lei non si era minimamente resa conto di averlo infastidito poche ore prima, aveva la testa altrove.

Tornò in cucina, prese l'amuleto del vecchio antiquario e tolse l'anello di metallo. L'involucro si divise in due parti, e l'olio colò nel lavandino, molto lentamente. Era particolarmente denso, ed Evelyne sentì un fremito partire dai suoi palmi e arrivare alla spina dorsale, non appena i due oggetti sigillati all'interno vennero liberati.

Si era ormai rassegnata a dover usare quei due oggetti, anche se tutta quella storia era ancora così surreale per lei. Prese la moneta, e la osservò attentamente nelle sue mani. Era una moneta d'oro massiccio.

Da un lato vide raffigurato un volto di profilo, all'orizzonte era ben visibile una catena montuosa, e in alto era incisa la scritta HELVETIA. La girò nelle sue mani per analizzare l'altra faccia della moneta, trovando la rappresentazione di uno scudo circondato da piante di ulivo, con una croce impressa sul dorso.

"Testa o croce?" si domandò lei nella testa, come se lo stesse chiedendo alla moneta, con la convinzione che potesse anche rispondere.

Prese il chiodo thailandese e tornò in salone, cercando il più possibile di non incrociare lo sguardo con l'album di foto che era rimasto sul tavolo. Lasciò la moneta proprio lì a fianco, e iniziò a fissarla attentamente, per assicurarsi che non si muovesse di un millimetro. Per un attimo la vide vibrare, ma solo per una frazione di secondo. Iniziò a dubitare dei suoi stessi occhi.

Dopo aver riposto il chiodo necromantico in tasca, prese la macchina fotografica che il marito aveva rimesso a posto nella scatola gialla. Aveva passato tutto il pomeriggio appollaiata su una sedia, abbandonata a se stessa.

Strinse forte la polaroid, terrorizzata all'idea di dover scattare un'altra foto con quell'aggeggio. L'ultima foto scattata l'aveva scossa a tal punto da scappare letteralmente da casa insieme a suo figlio Robin, per rintanarsi in una bottega dell'orrore nella Place de la Bastille.

Puntò la fotocamera contro La Gravida, era terrificante il modo in cui quella tela appariva statica a occhio nudo, ma era in grado di muoversi alla prima distrazione.

Di colpo tutto tornò alla normalità, l'incubo irreale in cui aveva vissuto negli ultimi giorni svanì nel nulla, fino a farla sentire una stupida. Evelyne scattò la foto, e vide lentamente la carta uscire dalla polaroid, non avrebbe mai immaginato che anche un'immagine come quella avrebbe potuto mandarla nel panico più totale.

La foto uscì perfetta, nitida, neanche una sbavatura. La donna, lo sfondo e la cornice; tutto era perfettamente impresso su quella istantanea. Eppure, Evelyne lo prese come un inganno, e secondo lei La Gravida si stava prendendo gioco di lei.

Poteva anche trattarsi del segnale. La donna era nel dipinto, era il momento giusto per attaccare. La polaroid tornò presto nella scatola gialla, ed Evelyne prese la moneta sul tavolo.

"Testa o croce?" si chiese di nuovo. "Se esce testa lo faccio, se esce croce..." si promise, prima di lanciare in alto la moneta.

Il disco dorato roteò in aria molte volte, la giovane madre osservò la scena pensando alle conseguenze di quel lancio di monete. Non sapeva cosa avrebbe inciso su quel lancio: il destino, la fortuna o altro.

Se fosse uscito testa avrebbe impugnato il chiodo, infilandolo nelle carni dell'opera d'arte, sperando di avere ragione; se invece fosse uscita l'altra faccia della medaglia, avrebbe lasciato perdere, tutto come prima. Rimanere con il dubbio e fingere di non essere pazza era la soluzione più logica, e più vedeva cadere la moneta verso il suo palmo e più ne era convinta. Avrebbe ignorato quella malinconica situazione al petto fino a farla sparire, senza chiedersi cosa sarebbe potuto accadere nel caso non avesse alcuna intenzione di farlo.

La moneta atterrò sul palmo, e chiuse gli occhi per non guardare, ripetendosi nella testa le condizioni di quel lancio. "Testa... lo faccio, croce... lascio perdere"

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