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Quell'incontro l'aveva scombussolata più di quanto avrebbe voluto ammettere, era notte fonda, e lei non riusciva a prendere sonno. Fissava la parete della camera da letto, un punto fisso in cui non c'era praticamente nulla da vedere.

Affianco a lei, il marito aveva dormito beato fino a quel momento. Aprì gli occhi, e vide sul bordo del letto la sagoma scura di Evelyne, che se ne stava seduta con la schiena poggiata sul cuscino a fissare il vuoto. Accese la lampada sul suo comodino, e strizzò gli occhi, infastidito dalla luce.

«Cos'hai?» le chiese.

«Non è strano?»

«Cosa?»

«Nostro figlio.»

Arthur, con gli occhi ancora abbottonati dal sonno, sorrise con una smorfia confusa in viso. «E perché mai?»

«Guarda Ginette per esempio, mi ricordo che, appena nato, il piccolo Kilian era un disastro.» Evelyne continuò a fissare quella parete per tutto il tempo. «Mi diceva sempre che la teneva sveglia, ogni santa notte. Piangeva, piangeva e... non riusciva a farlo smettere, poi...»

«Frena un attimo.» la interruppe il marito. «Nostro figlio è meglio, che ti preoccupa? Ti stai creando problemi che fondamentalmente non esistono, sono solo nella tua testa.»

Una lacrima rigò il viso di Evelyne. «È silenzioso... a volte vado nella sua stanza per controllare che sia ancora vivo. Spesso mi capita di avere brutti presentimenti.»

«Mi stai facendo venire i brividi, che ti prende?»

«Sei uno psicologo, è il tuo lavoro, dimmelo tu cos'ho.»

«È assolutamente normale.» rispose divertito. «Anche io vivo costantemente nella paura che Robin si possa spezzare da un momento all'altro. Penso sia un disagio con cui convivere i primi tempi. I primi mesi sono i più difficili, cerchiamo di goderci il miracolo, un figlio è la cosa più bella che potessimo desiderare.»

La giovane madre iniziò a piangere, neanche lei riusciva a spiegarsi il motivo di quel pianto improvviso. «Non è un miracolo, è successo tutto grazie a quel quadro.»

«Evelyne!» la rimbeccò Arthur.

«Ma è così, prima che arrivasse quella donna incinta in casa nostra, io ero sterile, sterile, capito? Quel quadro non mi ha dato solo speranza, quel quadro...»

«Evelyne, adesso basta.» Arthur spense di nuovo la luce della lampada, e si tuffò con la testa sul cuscino, chiudendo gli occhi. «Godiamoci il momento, è tutto nella tua testa. Adesso dormiamo.»

Avevano parlato di quell'argomento parecchie volte, e ognuna di queste Arthur aveva stroncato i discorsi della moglie sul nascere. Non era semplicemente geloso perché Evelyne non voleva riconoscere il merito dei suoi spermatozoi, semplicemente era terrorizzato. Se quel quadro avesse potuto fare una cosa del genere non era normale, e ad Arthur faceva paura tutto quello che non era nella norma.

Inoltre aveva visto la moglie, piano piano, affezionarsi a quell'idea, che diventò una convinzione nel giro di pochi mesi. Inizialmente l'aveva trascurata, l'aveva presa sul ridere, senza accorgersi della serietà di sua moglie. Sapeva bene che arrivati a quel punto sarebbe stato inutile convincerla del contrario, poteva solo impedire di farle parlare di quel determinato argomento, per poi affrontarlo qualche anno più tardi, con più lucidità. Arthur stava solamente aspettando, ed Evelyne non sapeva di essere una paziente di suo marito.

Quella notte, però, era diverso. Solitamente parlava di quel miracolo con un sorriso stampato in faccia, ma si era accorta che per lei stava per diventare una maledizione. Quella fu la prima volta che le parole di Arthur non riuscirono a tranquillizzarla. Rimase coccolata dalle tenebre, seduta sul letto, per qualche minuto.

«Da quando sono madre ho... ho paura di morire, paura di non veder crescere nostro figlio.» disse ai quattro venti, nel buio della stanza. «Allo stesso tempo, ho paura di morire dopo di lui.»

Si accorse solo subito dopo che il marito si era già riaddormentato. Lo invidiò per la facilità con la quale aveva preso sonno. Evelyne sbuffò rumorosamente, e uscì dalla camera. Si muoveva per il corridoio senza vedere nulla, ma era nella sua casa, anche se era lì da poco la conosceva a memoria. La sua idea era quella di scendere e prendersi un attimo per lei, ma si bloccò di fronte alla porta della camera del figlio.

C'era un motivo se si era svegliata in piena notte, aveva sentito il piccolo Robin piangere nella sua cameretta, ma non era sicura di quello che aveva sentito, di conseguenza decise di non dirlo ad Arthur. Pensò di averlo sognato, anche se le era apparso tutto così reale. Appena aveva aperto gli occhi aveva sentito il pianto di suo figlio, non era mai successo prima. Il tempo di alzarsi dal letto, e lui aveva già smesso.

Si era ormai tolta quello strano pensiero dalla testa, ma il solito presentimento le opprimeva il petto. La porta della camera del piccolo Robin era chiusa, e sia lei che Arthur non avevano l'abitudine di chiuderla prima di andare a dormire. C'era più di un motivo razionale per il quale quella porta potesse trovarsi chiusa in quel momento, ma Evelyne non vide nulla di logico, né in quella notte né in quelle precedenti.

Non era la prima volta che veniva svegliata in piena notte dal pianto del bambino, non lo aveva mai confessato al marito, semplicemente perché solo in quel momento se ne era resa conto. Era come se i ricordi di quelle notti fossero sbiaditi. Venne sorpresa da un déjà vu, quella era l'ennesima volta che si fermava davanti la camera del figlio in piena notte, era l'ennesima volta che la trovava chiusa. Ma ancora non era convinta, non riusciva a spiegarselo, lei era la prima a dubitare di quello che sentiva costantemente.

Evelyne aprì la porta, lentamente. Era terrorizzata, stava aprendo quella porta sperando di non trovare niente di anomalo all'interno, senza saperne il motivo. Avrebbe voluto trovare suo figlio nella culla sonnecchiare felicemente, ma inspiegabilmente era convinta che avrebbe trovato altro in quella cameretta.

Il cigolio della porta gracchiò nella sua testa. Aprendola, vide una sagoma scura posizionata di fronte alla culla del piccolo Robin. Era la sagoma di una donna, quando si voltò, Evelyne la riconobbe subito. Non riusciva a credere ai suoi occhi, ai piedi della culla c'era La Gravida, la donna del dipinto era in carne e ossa di fronte ai suoi occhi, in camera di suo figlio.

Quando incrociò il suo sguardo, sentì la sua voce nella testa, la stessa voce che l'aveva chiamata la prima volta nel Marché de la Création. Era incomprensibile, eppure lei riusciva a capire ogni singola parola. In qualche modo era come se le stesse ancora dicendo di andare da lei, o meglio, dalla sua immagine raffigurata nel dipinto.

Evelyne era come assuefatta dagli occhi di quella donna ottocentesca, aveva uno strano effetto su di lei. Chiuse la porta e, con lo sguardo perso, scese le scale, arrivò in soggiorno e superò il tavolo al centro della stanza, raggiungendo il quadro appeso sulla parete. Rimase immobile a fissare gli occhi della donna raffigurata nel dipinto, La Gravida le aveva espressamente ordinato di fare questo.

Lei non lo sapeva, ma era una sua routine. Tutte le notti veniva svegliata dal pianto di suo figlio, si dirigeva nella sua stanza, e vedeva La Gravida ai piedi della culla. Quella donna ottocentesca, ogni singola notte, le diceva di aspettarla di fronte al suo quadro. Evelyne scendeva le scale, andava in salone, e si metteva a fissare quel dipinto, tutte le sante notti, prima di tornare a dormire nel suo letto, dimenticandosi di tutto il giorno dopo.

La GravidaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora