Illustrazione: Elena Liverani
Testo: Ivan Nannini
Personaggio: Juri
Lo sguardo sul soffitto, la testa immobile, gambe e braccia paralizzate. Voci lontane si susseguono, voci di uomini, due, forse tre. Pochi dettagli del loro dialogo arrivano alle mie orecchie. Realtà aumentata, test, verificare, sono le uniche cose che riesco a decifrare. Poi un tizio si avvicina, è un uomo sulla quarantina, alto e robusto con la barba di qualche giorno nascosta in parte da una mascherina. Mi poggia sulla testa un qualche strumento e si volta indietro per osservare qualcosa. Non riesco ad alzare la testa, non ce la faccio a parlare, ho la bocca impastata e un fastidioso ronzio in testa. Lui mi guarda negli occhi e schiocca le dita, prima a destra, poi a sinistra del mio raggio visivo. Il mio battito aumenta il ritmo, il mio respiro si fa pesante. Nella stanza si formano delle linee verticali, nere, poi blu, poi rosse. Si trasformano in sfere e si accoppiano formando qualcosa che somiglia ad uno sciame di farfalle stilizzate. Adesso sono due gli uomini sul mio viso, il loro alito mi sfiora i capelli. Un altro schiocco di dita e l'immagine si oscura.
Un suono intermittente mi sveglia, apro gli occhi e mi ritrovo sul mio letto. Ho le mani fredde e intormentite, cerco di far scorrere di nuovo il sangue strofinando l'una con l'altra e massaggiandomi i polsi.
"Che cazzo di sogno..." dico a bassa voce osservando la mia camera da letto.
Butto una mano sulla sveglia per zittire il beep beep. Sul display sono le nove di mattina, devo sbrigarmi se non voglio che la signora Renata mi rimproveri per il ritardo. Le ho promesso di curarle il giardino, come faccio del resto ogni lunedì mattina da qualche mese a questa parte. Sono piccoli lavoretti di solito: potare la siepe, tagliare l'erba, rastrellare le foglie morte e curare le rose. Le sue bambine le chiama lei quando crede di non essere sentita, dopodiché ci spruzza sopra qualche prodotto e le innaffia con strani intrugli. Provo una certa tenerezza verso di lei in quei momenti, una sensazione che svanisce non appena si volta di nuovo per mostrare il suo sguardo duro. A me è concesso solo di sistemarle un po' le bambine, di legarle e in questo caso probabilmente di liberarle dalle rane. Quelle maledette purtroppo si incastrano dappertutto e avranno distrutto parte della loro fioritura. È una signora molto riservata Renata, sempre ben vestita, curata, ha l'aria di chi in passato si è goduto la vita, di chi ha viaggiato molto e adesso, dispersa in questo paesino nella periferia della periferia del nulla, si è creata il suo regno e il suo palazzo reale in questa bella casa con giardino. Di solito non parliamo molto, se non per cose tecniche o chiacchiere di circostanza, per lo più mi osserva dalla finestra, con quell'espressione che è un po' un misto tra disprezzo e compassione. Mi ricorda tanto mia mamma, quando da adolescente, tornando da scuola la trovavo sulla porta di casa con lo stesso sguardo, intenta ad analizzarmi dalla testa ai piedi per poi soffermarsi sui dettagli, sugli strappi nei jeans, sui buchi nella maglietta e sulle scarpe slacciate senza dire una parola. Anche lei parlava con le rose o con le calle molto più che con me. Anche lei amava il lusso e i viaggi. Forse è per questo che mi sono affezionato alla signora Renata, nella mia testa è un po' come una mamma, non so di preciso cosa pensi lei, ma non credo sia una persona cattiva, forse solo non concepisce che uno possa uscire di casa con la tuta macchiata o con le infradito ai piedi, tutto qui...Mi siedo sul bordo del letto per qualche secondo per trovare la forza di alzarmi. Sembra che siano già tutti svegli là fuori, ci sono bambini che scorrazzano per la via, uomini e donne che parlano, qualche auto di passaggio, qualcuno sta battendo ripetutamente con il martello su qualcosa, il suono arriva ovattato alle mie orecchie. Decido di alzarmi per andare in bagno, non c'è tempo per fare colazione e neanche per rifare il letto o cose simili, solo una rinfrescata veloce prima di uscire.
La casa della signora è a pochi passi da me, la luce abbagliante del sole mi assale per strada costringendo le mie palpebre a socchiudersi. L'odore pungente di carne morta si è trasformato, chiudendo gli occhi sembra di stare seduti sul bordo di uno stagno in agosto. Si dice che con il tempo ci si abitua a tutto, ma io non credo sia così, non credo che mi abituerò ad alzarmi presto, non credo di abituarmi a quest'odore nauseante. E poi ci sono le rane, mucchietti in attesa di essere tolti di mezzo, cumuli che si muovono, rane morte con rane agonizzanti ammucchiate senza distinzioni. Credo che non mi abituerò mai a questo. Ne trovo una ancora viva camminando, si trascina su tre zampe, l'altra le sta attaccata per un piccolo brandello di pelle, Mi blocco per non calpestarla e per osservarla. Forse sarebbe meglio ucciderla, smetterebbe di soffrire. Ce ne sono centinaia in giro come lei, non si possono schiacciare o salvare tutte. Ma lei mi guarda, è questa la differenza? La prendo con tutte e due le mani e la sistemo su di un vaso protetta da una foglia prima di riprendere a camminare. Si intravede già il cancello del regno di Renata e lei stessa sulla porta di casa. Affretto ancora il passo e apro il cancello delicatamente.
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FN314
Science FictionFN314 è uno sputo di paese disperso nella vasta periferia del Distretto13. Una sorta di villaggio dove la vita scorre lenta e senza grossi scossoni. O almeno così sembra se escludiamo le piogge di rane e i danni che ne derivano. Non ci sono molti vi...