ep.18 Nemmeno una rana

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Illustrazione: Rosario Gulli

Testo: Tommaso Aramaico

Personaggio: Nina

Deve essere uscito di casa portandosi dietro il suo merdoso sassofono. Non so come abbia trovato il coraggio per farlo, mentre io sono ridotta in questo stato, né so dove sia andato a cacciarsi. So solamente che qui a casa non c'è, perché tutto è immerso nel silenzio. Le mie orecchie finalmente a riparo dal suo stupido accento, dal suo insopportabile pezzo di latta che fa tremare i vetri. Eppure ronzano. È lui che mi pensa? Non c'è, lo so. Che se ne sia andato una volta e per tutte? Non ha le palle, deve starsene accucciato da qualche parte a piagnucolare. Eppure mi ha mollato qui.

Quanto ho dormito? Un giorno e mezzo, secondo i miei calcoli. Non ho ancora trovato la forza per alzarmi, e nemmeno il coraggio. Mi guardo intorno e tendo l'orecchio per cogliere anche il minimo movimento e rumore. Mi sorprendo ad aver paura. Di Jeff? Di lui? Mi sono ritrovata con ancora addosso la vestaglia sul pigiama a scacchi, gli scarponi da trekking sono rovesciati sul tappeto, luridi e vuoti. Non è passata un'ora da che ho aperto gli occhi. Il bambino era lì, solo che non era più un bambino, il mio bambino. Quando ho aperto gli occhi e lentamente mi sono tirata su a sedere perché tutto intorno il mondo girava, mi è sembrato di sentire una porta chiudersi. L'ho sognato? Era lui che se ne andava o qualcuno che era stato con mio figlio fino a quel momento? Ho aperto gli occhi lacrimosi su Nicolino, ma lui non era più un bambino. Quanto avevo dormito? Dal telegiornale alla televisione, facendo i conti, tutto diceva: un giorno e mezzo. Niente di più. Da come ritrovo il mondo attorno a me, invece, devo aver dormito molto di più.

Lui mi ha salvata e portata a casa, ma questa volta la storia è stata diversa. Mi ha tirata per i capelli, dalle spalle, mentre io me ne stavo impalata, immobilizzata subito dopo aver posato il piede oltre il confine di questo buco di posto da cui, forse, non riuscirò mai ad uscire. Niente carezze, non una parola, questa volta. Uno strattone, uno sbuffo per non so cosa, quindi mi aveva presa in braccio per riportarmi indietro. Mezza svenuta, la mascella serrata in un doloroso crampo, non mi sentivo protetta, non ero fiera di lui e lui non sembrava fiero di me. Non c'era nessuno a guardarci, per strada, e lui non sembrava proprio più essere il mio uomo, nemmeno l'uomo che mi aveva stancata e snervata. Sembrava un altro – guardava dritto davanti a sé, serio, e aveva il volto scuro, persino con un'ombra di barba. Ed io che ero convinta, anche se non ci avevo mai pensato prima, che non avesse nemmeno un pelo, un pelo vero, che fosse incapace di avere peli. E invece mi aveva graffiata con la barba. È stato in quel momento che per la prima volta mi sono trovata a pensare, Jeff ha i peli. L'ho pensato non appena mi aveva graffiata, quando ad un tratto mi sono lasciata andare ad un cenno di convulsioni, agitata perché non lo riconoscevo, perché non sembrava poi tanto stupido o innocente. Non come un tempo. No. Pareva un altro. Mi faceva paura e così avevo chiuso gli occhi per non doverlo guardare e pregavo che mi lasciasse e scomparisse. Non ho aperto gli occhi, né proferito parola, ho respirato appena, fino a che non siamo entrati in casa. In uno spiraglio, solo in uno spiraglio ho alzato le palpebre, nulla più, e solo quando lui mi ha lasciata sul divano. Ho aperto gli occhi solo nel momento in cui ho capito che era salito al piano di sopra. E quello spiraglio mi ha presentato la sagoma di Nicolino, che era già seduto sulla poltrona, proprio davanti a me. Non avevo pensato a lui, in tutto quel tragitto. Li avevo richiusi immediatamente, gli occhi, perché non avevo la forza per dirgli di non azzardarsi a guardarmi a quel modo. Allora devo essermi addormentata, sfinita, in un misto di rabbia e paura. Ho dormito un giorno e mezzo, per risvegliarmi e trovarlo, il bambino, sempre seduto allo stesso posto. Possibile che non si sia mai mosso? Ti serve qualcosa? Così si è limitato a chiedermi e quando io ho fatto di no con la testa, senza trovare il coraggio nemmeno per parlare, nemmeno per chiedere un bicchiere d'acqua perché mi sentivo arsa dalla sete, allora si è alzato e senza dire altro o chiedermi come stavo, è salito su per le scale ed è andato a ficcarsi in camera sua. Indossava una tuta nera e attillata che non gli avevo mai vista prima addosso, che non gli avevo comprato.

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