Capitolo 10

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Quando il suo corpo fu scosso da una serie di tremori, probabilmente generati dalla bassa temperatura circostante, Sana si rannicchiò su se stessa ricordando solo in quel momento di non avere nessun indumento addosso. L'unica fonte di calore era Akito accanto a lei che dormiva ancora profondamente, a giudicare dal sollevarsi ritmico del suo ventre.
Abbassò la testa e vide i loro corpi nudi giacere l'uno accanto all'altro, e sorrise accarezzandosi il ventre, ricordando il perché si trovasse lì stesa accanto a lui. Le tornò alla mente perfettamente ogni singolo dettaglio della notte appena trascorsa, ripensò alle sue azioni da quando aveva lasciato quell'angolo buio di un punto indistinto della strada verso casa, al viso di Akito e alla sua espressione quando le aveva aperto la porta del locale. Ricordò perfettamente l'idea che si era fatta di se stessa, quando lui le aveva chiesto cosa ci facesse lì e si era sentita una perfetta sconosciuta quando gli aveva rivelato che il motivo per cui le sue gambe l'avevano letteralmente lanciata verso di lui fosse capire perché aveva deciso di interrompere la sua storia con Fuka.
Poi si erano susseguiti una serie di movimenti, di spostamenti di convinzioni radicate nella sua morale più profonda e aveva semplicemente smesso di pensare a Fuka, a Gomi e a chiunque altro stesse intralciando la sua discesa verso quel terreno ignoto, concentrandosi solo su di lui, sulle sue mani che avevano esplorato ogni singolo punto del suo corpo, anche quelli che non pensava minimamente avrebbero potuto donarle piacere e si era lasciata andare, totalmente arresa a tutto quello che sarebbe venuto dopo.
Si piegò su un lato infilando il braccio sotto la testa, tra i capelli che le si aprivano disordinati a ventaglio su quel pavimento freddo e riprese a fissare Akito. Il suo viso era rivolto leggermente verso di lei, aveva ancora gli occhi chiusi e il respiro profondo, le labbra leggermente dischiuse, qualche ciocca di capelli che gli ricadeva sulla fronte e sembrava non percepire nulla. Allora lei si domandò cosa ricordasse di quella notte trascorsa insieme, se anche lui avesse registrato nella sua memoria ogni minimo dettaglio di lei e se l'avrebbe ricordato anche dopo, quando tutto sarebbe scoppiato inevitabilmente.
Allora allungò timidamente una mano, sollevando il braccio per raggiungere quel viso che le sembrava così lontano, nonostante fosse solo a pochi centimetri da lei e gli sfiorò una ciocca di capelli. Questa si spostò sul suo naso che lui mosse, arricciandolo appena per poi strofinarvi su il dorso di una mano. Sbuffò e si voltò dall'altra parte, dando le spalle a Sana che non riuscì a trattenere una leggera risata, rivelandosi più che altro un sussulto delle spalle. Allora Sana si sollevò su entrambe le braccia sporgendosi oltre il suo corpo e notò che nemmeno quel tocco leggero lo aveva svegliato. Si lasciò nuovamente andare sul pavimento del locale, ma ben presto si sentì invasa da una serie di tremori, dovuti alla superficie fredda su cui era distesa da ore, e si sollevò velocemente dal freddo pavimento del locale su cui entrambi si erano addormentati, e sgattaiolò via verso l'unica fonte di calore che le veniva in mente: il suo fedele e caldo cappotto.
Se lo infilò velocemente, tornando poi gattoni verso il ragazzo che sembrava essere completamente insensibile alla fredda temperatura di quelle lastre di ceramica. Lo guardò di nuovo attentamente e pensò che avesse un viso così rilassato che gli sembrò quello di un bambino. E, ancora una volta, si domandò come fosse stata la sua vita prima di quell'incidente e come fosse in realtà l'Akito bambino, se somigliasse anche solo lontanamente alla Sana bambina che non aveva mai conosciuto il dolore per davvero.
Sorrise, senza nemmeno rendersene conto, e allungò ancora una volta la mano verso di lui, tracciando con la punta dell'indice il profilo deciso del suo viso. Allora lui corrugò la fronte, continuando a tenere gli occhi chiusi, e mugolò qualcosa di indistinto.
Sana ridacchiò divertita, perché all'improvviso le sembrò di conoscerlo da una vita, nonostante non avesse una risposta per nessuna di quelle domande silenziose. Non seppe spiegarsi il motivo di quella sensazione, sentiva solo dentro di lei nascere un'irrefrenabile voglia di non andare via di lì, forse perché nelle ultime settimane quel ragazzo stava assumendo a tutti gli effetti le sembianze di quanto più vicino ad una casa avesse mai provato.
Tuttavia, la fioca luce che filtrava dalle finestre del locale funse da orologio naturale per lei, e si rese immediatamente conto che, malgrado la sua volontà, doveva tornare alla realtà e iniziare a pensare a come affrontare la sua vita e che lì, insieme a lui, proprio non poteva più starci. Perché quella notte non poteva durare per sempre e, allo stesso tempo, non poteva continuare a mentire a tutti, se stessa compresa.
Il suo cuore allora iniziò a battere forte al pensiero di quell'idea, di come avrebbe potuto affrontare tutte le conseguenze di quella notte, di quelle settimane che stavano distruggendo gli argini della sua testa come un fiume in piena esondazione. Ma poi appoggiò una mano sul petto di Akito e questa prese a sollevarsi seguendo il ritmo del suo respiro profondo, e sentì una strana forza prendere lentamente piede dentro di sé. Lo guardò, scrutandolo così attentamente da tenere a mente ogni singolo particolare del suo corpo, perfino la sottile piega che gli si formava al lato della bocca ogni volta che la muoveva anche solo di un millimetro, e sorrise prima di premere leggermente la mano su di lui iniziando a scuoterla appena. Hayama mugugnò qualcosa e si voltò dall'altra parte, dandole nuovamente le spalle.
«Ma come fa a dormire così beato su un pavimento freddo e duro?» osservò lei sussurrando a se stessa. Si era seduta accanto a lui, incrociando le gambe e infilandosi entrambe le mani sotto le ginocchia.
Ma Akito continuava a dormire e lei sbuffò.
«E dire che pensavo di essere io una dormigliona, ma questo qui mi ha battuto alla grande.» riprese a parlare da sola. Piegò la testa da un lato e corrugò nuovamente la fronte. Poi fu assalita da un impeto di follia e si lanciò sul ragazzo, iniziando a scuotergli le spalle bruscamente.
«Hayama... stiamo andando a fuoco, prendi un estintore.» urlò, continuando a scuoterlo finché questi non spalancò gli occhi, urlandole praticamente in faccia.
«Cosa? A fuoco? Cristo, John questa volta mi ammazza...» disse con tono allarmato, tirandosi su di scatto e infilandosi entrambe le mani tra i capelli. Tuttavia, nonostante avesse recuperato bruscamente la lucidità, si accorse della risata di Sana solo dopo qualche minuto. E sembrò ripiombare in uno stato di catalessi.
«Kurata, devo chiuderti davvero in cantina?» borbottò, strofinandosi una mano sugli occhi, rendendosi conto solo allora che l'allarme era in realtà falso e che era stata solo una trovata di lei per infastidirlo di primo mattino.
Lei però lo guardò con un sorriso e, di rimando, anche lo sguardo di lui si alleggerì.
«Non riuscivo a svegliarti, allora ho pensato che questo fosse l'unico modo... sembravi ibernato.» lo prese in giro lei, sollevandosi poi da terra e sedendosi su uno sgabello. Nonostante il cappotto che aveva indossato, continuava a sentire freddo e non ne poteva davvero più di camminare a piedi nudi sul pavimento.
Hayama la imitò e si sollevò da terra. Aveva addosso solo i boxer, ma nonostante la quasi completa nudità non sembrò battere ciglio rispetto alla temperatura circostante. Allora Sana lo scrutò a fondo, notando alcuni particolare che, a causa del buio della notte e delle sue attenzioni rivolte ad altro, le erano sfuggiti. Scrutò la perfetta armonia tra le spalle e il busto, soffermandosi a definire con lo sguardo il suo addome asciutto e si sentì un'adolescente in preda agli ormoni perché ripensò immediatamente alla notte appena trascorsa. Di nuovo, per l'ennesima volta, ma con una conseguenza per il suo corpo ben più tangibile.
Mentre lei era intenta ad osservarlo interamente, lui si infilò velocemente i pantaloni e la maglietta.
«Fine dello spettacolo.» commentò divertito, saltellando su se stesso per sistemare meglio i pantaloni, e suscitando in lei ancora più imbarazzo. Allora Sana saltò giù dallo sgabello e, noncurante del freddo che i suoi piedi sentirono nuovamente, seguì il ragazzo che si era avviato nel retro del locale.
«Ma perché non sei mai gentile?» protestò, appoggiandosi alla soglia della piccola porta. Lui, nel frattempo, aveva acceso la macchina del caffè su un piccolo fornello allestito per le emergenze. Si versò una tazza di liquido scuro e le rivolse un'occhiata, soffermandosi sulle gambe nude di lei che emergevano dal cappotto. Pensò che quella poteva essere una discreta alternativa al caffè per svegliarlo.
Sana di rimando fece un cenno del capo, aspettandosi una risposta.
«Shhh», sussurrò lui alzando la tazza fumante, «Caffè.» concluse soltanto. Allora lei sbuffò e si defilò, tornando nella sala per recuperare i suoi vestiti.
«Vuoi che ti ricordi il dolce risveglio a cui mi hai sottoposto?» la prese in giro, seguendola nella sala e appoggiando i gomiti sul bancone di legno.
«Be' immagina se fosse entrato John e ti avesse trovato a dormire nudo sul pavimento.» disse con un tono leggermente inacidito, recuperando i suoi vestiti disseminati per terra.
«Non sarebbe di certo la prima volta.» disse lui tranquillo, alzando le spalle.
Sana allora si bloccò un istante.
«Ah... ok.»
Akito allora girò intorno al bancone e appoggiò la tazza di caffè in un punto indistinto per avvicinarsi a lei che, nel frattempo, gli aveva dato le spalle per potersi vestire del tutto. Quindi sorridendo divertito infilò le braccia sotto le sue, intente ad aggiustare il vestito rosso, e le cinse la vita. Sentì il suo corpo sussultare appena, probabilmente per la sorpresa di quell'abbraccio. Poi affondò il viso tra i suoi capelli, ispirandone il profumo e la strinse più forte.
«Dove pensi di andare?» le sussurrò ad un orecchio, per poi dischiudere le labbra e baciarle proprio quel punto. Sana rabbrividì, percependo una sorta di formicolio eccitante proprio nel punto in cui Akito la stava baciando, e chiuse gli occhi. Si sentì persa, ma allo stesso tempo con la testa fra le nuvole e avrebbe tanto voluto che quella bolla di felicità non si sfaldasse mai. Tuttavia sospirò, e si voltò lentamente verso di lui che continuava a stringerla tra le braccia.
«Devo tornare a casa...» sussurrò a pochi centimetri dalle sue labbra. Ma Akito sorrise, stringendole la vita e attirandola a sé con più forza del necessario.
«Ora?» le domandò in un soffio baciandole il mento, poi una mano le sollevò delicatamente il viso così che potesse raggiungere il collo. Le lasciò un bacio anche lì, ma questo fu più profondo perché Sana sentì anche la sua lingua accarezzarle la pelle e di nuovo avvertì quel brivido profondo generarsi nel suo ventre e risalire fino al cervello, facendole perdere lentamente la lucidità. Allora fece un profondo sospiro, che somigliava molto più ad un gemito, e lui sorrise sul suo collo. Fece scivolare l'altra mano lungo il suo corpo, fino a raggiungere i lembi molli della sua gonna infilandola proprio lì. Sana sussultò quando avvertì le sue dita muoversi appena tra le sue gambe, sentì chiaramente il pollice insinuarsi sotto i suoi slip e in quel momento si rese conto che se non si fosse fermata, avrebbe potuto lasciare che lui facesse davvero ciò che voleva di lei perché, alla fine, era quello che desiderava di più.
Ma non riuscì a non pensare a quella luce che filtrava dalle finestre del locale, che diventava sempre più acuta e minacciosa, non riuscì a concedersi quell'ultimo viaggio verso l'ignoto, perché gli argini che sentiva essersi frantumati nella sua mente stavano permettendo a quel fiume in piena di travolgerla completamente.
Allora chiuse gli occhi e abbassò la testa sul suo corpo, facendo in modo di interrompere un po' bruscamente la sua opera di convincimento nel farla restare lì al locale.
«... e devo parlare con Shin.» sospirò a fatica, poggiando la fronte sul petto del ragazzo. Sentì poi che entrambe le braccia di lui scesero fino alla schiena e allora allargò anche lei le braccia intorno al suo busto e restò lì, ferma a sentire il cuore di Hayama battere ritmicamente.
«Cosa pensi di dirgli?» fece lui poi, in torno tranquillo.
«Be', non lo so. So solo che devo parlargli... devo dirgli cosa è successo e che io... in questo modo non posso più stare con lui.»
Hayama allora allentò la stretta su di lei e si allontanò appena dal suo corpo, prendendole però una mano e spingendola a seguirlo verso il bancone, per sedersi su due sgabelli.
Le rivolse poi uno sguardo serio.
«Che hai?» Sana lo guardò corrugando la fronte.
«Niente.» disse lui semplicemente, continuando a guardarla dritto negli occhi, poi sospirò.
«Andiamo Hayama, si vede che c'è qualcosa che non va. Dimmelo, no?»
«Io non credo che dovresti lasciarlo per me.» disse lui di getto, senza spostare minimamente lo sguardo dal viso di lei. Al contempo Sana non seppe definire bene la sensazione che provò nell'udire quelle parole. Si sentì immediatamente confusa e, istintivamente, sfilò la mano dalla sua.
«Che ti prende?» le chiese, corrugando la fronte. Improvvisamente ad apparire confusi furono in due, ma sul viso di Sana si faceva largo anche un altro sentimento ben visibile, e fu quello della delusione che provò nel dover ridimensionare tutte le sue emozioni in un solo istante.
«Niente, Hayama. Va tutto bene...»
«A me non sembra.»
«Be', cos'è che ti fa pensare che ci sia qualcosa che non va?»
«È per quello che ho detto?»
Sana dischiuse le labbra, perché si trovava all'improvviso immersa in un discorso che le sembrò così assurdo che stentava a ritenerlo reale. Ma allo stesso tempo sentiva di non avere il coraggio necessario per andare oltre quello strano gioco di frasi senza senso. E si sentì stupida per essersi lasciata andare così a quell'esplosione di emozioni e sentimenti che l'avevano colta la sera prima e che, in realtà, continuavano a opprimerle il petto. Si sentì una completa idiota per aver osato così tanto e per il fatto che ora avrebbe dovuto fare i conti con due delle persone più importanti della sua vita. Ma se fino a poco prima l'idea di portare avanti quei sentimenti rappresentava una più che valida giustificazione a quello che era successo, dopo quell'uscita da parte di Hayama la sua stabilità iniziò a vacillare, proprio come l'asse che l'aveva sostenuta per vent'anni della sua vita.
Allora, di getto, afferrò il cappotto e se lo infilò velocemente lasciando una manciata di capelli in disordine intrappolati nel colletto dell'indumento di lana. Fece tutte quelle azioni sotto lo sguardo confuso di Hayama e, se possibile, quella confusione riflessa sul viso di lui mandò ancora di più in bestia Sana, che invece stava cercando di trovare la giusta calma per non lanciargli uno sgabello in testa.
«Perché continui a guardarmi così?»
«Così come?» rispose lui, gesticolando con le braccia. Gli sembrava di stare perdendo lentamente l'appiglio sulle cose, e si sentiva completamente disarmato nella sua totale incapacità di comprenderla.
«Come se fossi impazzita.»
«Be' perché non capisco quale sia il problema ora...»
Sana lo guardò incredula, per poi girare i tacchi su se stessa e dargli le spalle. Sentì un trambusto provenire dal punto in cui Akito era seduto e si sentì afferrare per un braccio. Pensò che quello doveva essere diventato lo sport preferito di Hayama degli ultimi mesi della sua vita.
«Ma che ti prende?» tuonò lui, con un tono che Sana non gli aveva mai visto addosso. Le sembrò quasi disperato. Ma poi scosse la testa e tornò sui suoi pensieri.
«Mi prende che si è fatto tardi, perché mi sono addormentata qui. E ieri sera, invece di tornarmene a casa mia, ho avuto la folgorante idea di venire qui da te e combinare tutto questo casino.» disse di getto, gesticolando con le braccia e facendo uscire fuori tutta la frustrazione accumulata in quei due minuti di conversazione con Akito.
Ma questi la guardò con un'espressione davvero stranita. Allora le lasciò andare il braccio con cui aveva cercato di trattenerla, e si sentì confuso.
«E quindi, se permetti, io me ne tornerei a casa a cercare di trovare il modo di sistemare le cose senza fare altri danni. Sai, ho ferito Shin e anche Fuka... e naturalmente questo è un problema mio.»
«Perché non ti dai una calmata?» provò a dire lui, ma fu quasi assalito dallo sguardo minaccioso della ragazza che aveva, ormai, già aperto la porta d'ingresso del locale.
«Non ci provare nemmeno Hayama. Questa volta non devi nemmeno provarci.» tuonò lei, alzando una mano verso di lui. Quindi, di getto gli rivolse un'ultima occhiata prima di lanciarsi fuori al locale e chiudere quella porta alle sue spalle.
Si rifugiò per strada, tra una moltitudine di persone estranee che non la conoscevano e non sapevano affatto cosa fosse successo la notte precedente proprio all'interno del locale da cui era appena fuggita. Tuttavia, malgrado nessuno sapesse nulla di lei, si sentì improvvisamente osservata e anche giudicata per cui si strinse nel cappotto, sperando che quel gesto fosse sufficiente a nascondere il suo viso agli occhi degli altri.
La realtà era che, egoisticamente, lei non si era mai sentita in colpa per quello che era successo perché pensava che fosse tutto legittimato da sentimenti puri e da qualcosa che era nato dentro di lei, senza lasciarle nemmeno il tempo di poterla rigettare e ricominciare da capo. Tuttavia cominciò a sentirsi invece molto stupida per essere caduta anche lei nella trappola di uno che non aveva minimamente capito cosa avesse significato per lei varcare quella porta la notte precedente.
E maledisse il giorno in cui il loro professore aveva gli assegnato quel compito da svolgere insieme che l'aveva condotta sul fondo di un abisso dal quale sarebbe dovuta riemergere con le proprie mani. E pensò a Fuka, di colpo l'immagine del suo viso fece capolino davanti ai suoi occhi e si sentì lacerare dentro al pensiero di quello che le aveva fatto. Il pensiero di aver minato, e forse distrutto, la loro amicizia per un tipo come Hayama le fece mancare il respiro.
E dovette fermarsi e appoggiarsi contro uno degli alberi disposti in fila lungo il viale che stava percorrendo, perché di colpo l'aria di cui aveva bisogno sembrava non volerne sapere di raggiungere i suoi polmoni. Sentì una strana sensazione prenderle le gambe, e si toccò il collo perché sentiva non solo il suo cuore battere all'impazzata ma anche una strana sensazione di debolezza e di vertigini. E quella sensazione finì dritta nello stomaco, provocandole un forte senso di nausea. Fece allora un profondo respiro imponendo a se stessa di calmarsi perché in quelle condizioni non avrebbe certo risolto nulla e guardò avanti. Spostò lo sguardo sui negozi che la circondavano e si focalizzò su un distributore di bevande disposto sul ciglio della strada, a pochi passi da lei. Allora, in preda a quelle strane vertigini, si avvicinò al distributore e con una mano tremante inserì qualche moneta prelevando una bottiglia d'acqua frizzante. La recuperò dal vano in fondo alla macchina e se la portò subito alle labbra, bevendone quasi metà del contenuto. Riprese poi a camminare lentamente, trovando dentro di sé la forza per tornare a casa e mettere un punto nella sua vita che stava andando a rotoli.
In realtà non ricordò nemmeno il momento in cui era entrata in camera sua, trovando il letto intatto. La luce fioca del mattino che entrava nella stanza fornì un'aria ancora più spettrale a quel luogo che improvvisamente le sembrò quasi estraneo, solo perché il motivo per cui non ci aveva dormito risiedeva nella profonda vergogna che provava per se stessa nell'aver preso una decisione così poco ponderata.
Decise allora di farsi una doccia veloce, per poi iniziare a sistemare tutti i tasselli della sua vita che, ormai, non combaciavano più l'uno con l'altro. Allora si vestì, indossando dei jeans e un maglioncino verde bottiglia con uno scollo a V ed uscì di casa, non curante delle domande della loro domestica, la signora Shimura, sulla sua notte passata fuori.
Sentì il cuore battere all'impazzata quando si trovò davanti casa di Gomi, perché sapeva che tutto quello che sarebbe successo quel giorno avrebbe cambiato per sempre la sua vita e il rapporto con le persone che aveva sempre considerato essere una specie di seconda famiglia. Ma sentiva di stare mentendo a se stessa da troppo tempo ormai, e la scenata di Gomi ubriaco al locale le aveva fatto capire che avrebbe dovuto agire, in qualsiasi modo. E gli occhi le si riempirono di lacrime ripensando allo stato in cui si era presentato Gomi la sera precedente, e a tutto quello che era venuto dopo.
Fece un profondo respiro e bussò al campanello di casa sua, infilandosi le mani nelle tasche del cappotto per nascondere il tremore delle dita, e solo un istante dopo la porta si aprì davanti a lei, perché fu proprio Gomi a comparire sulla soglia.
«Sana?» disse, sorpreso di vederla. Aveva il viso profondamente stanco, provato dalla serata appena trascorsa e due profonde occhiaie violacee circondavano i suoi occhi, segno tangibile di quanto quella sbronza fosse stata deleteria per lui.
«Ciao... posso entrare?»
Gomi la guardò per un istante, corrugando la fronte, poi si passò una mano tra i capelli e le fece spazio spostandosi verso un lato della porta. Sana fece un passo verso di lui e per un momento si ritrovarono così vicini che a lei sembrò assurdo tutto quello che stava loro succedendo. Allora abbassò lo sguardo sul pavimento e lasciò che il ragazzo chiudesse la porta alle loro spalle.
«Vuoi qualcosa da bere? Un caffè... un tè?» le propose impacciato, guardando a sua volta il pavimento.
«Sto bene così, grazie.»
«Ok... andiamo di sopra?»
Sana acconsentì con un gesto del capo e seguì il ragazzo in silenzio al piano di sopra. Quando entrarono nella sua stanza lei si rese subito conto che Gomi doveva aver passato una nottata turbolenta, a giudicare dalle coperte del letto quasi esplose e dai suoi vestiti disseminati ovunque sul pavimento, e si sentì tremendamente in imbarazzo al pensiero di cosa lei stesse facendo invece, mentre il suo ragazzo si trovava in quelle condizioni. Sentì il suo cuore battere più forte.
Allora Gomi si sedette sul letto, proprio tra le coperte disparate ovunque, e la attirò a sé trascinandola per una mano e incitandola a sedersi accanto a lui.
«Sana io devo chiederti scusa... non so cosa mi sia preso ieri...»
«No Shin aspetta. C'è un motivo per cui sono venuta qui da te.»
Lui la guardò confuso: «Lo so, posso immaginarlo. Ma credimi, non era mia intenzione venire lì a dare spettacolo. È solo che...»
«Lo so, lo capisco.»
«Sul serio?» domandò lui, visibilmente sorpreso.
«Sì... e quello che sto per dirti non ha niente a che vedere con quello che è successo all'Old Boy.»
«Ok...»
Gomi era preoccupato, all'improvviso si rese conto che lo sguardo di lei si era fatto estremamente triste e non seppe dirsi se quello sguardo fosse stato presente sul suo viso fin da quando le aveva aperto la porta qualche minuto prima. Se ne accorse solo in quel momento, e si rese conto anche di non essere più in grado di deglutire, perché il cuore gli era arrivato fin su in gola.
«Io... ho pensato a noi due in questi ultimi tempi. So che ci siamo allontanati molto e so anche che è stata colpa mia.»
«No, non è così. Stiamo attraversando un brutto periodo e succede a tutti. Ma noi ci amiamo Sana, supereremo anche questa vedrai.»
Allora Sana spostò il suo sguardo per raggiungere i suoi occhi e delle calde lacrime iniziarono a fare la loro comparsa, proprio nell'esatto istante in cui Gomi si rese conto che la soluzione al loro problema era tutt'altro che vicina.
«Perché noi ci amiamo, vero? Io ti amo e...»
«Lo so. E mi dispiace, perché io non riesco a dirtelo e mi sento così crudele.»
Quando lei si mise le mani in viso nel vano gesto di mascherare quelle lacrime, Gomi la raggiunse accarezzandole i dorsi con le dita. Si avvicinò al suo viso e sentì ancora una volta il suo profumo.
«Non devi dire niente... ti chiedo solo di perdonarmi e di permettermi di dimostrarti che non farò più una sciocchezza simile. Non farò più scenate e non sarò più geloso di te e della vita che fai quando io non ci sono...»
«Shin smettila. Non è questo il problema.» disse lei bruscamente, allontanandosi dalla sua presa. Lui, ancora una volta, si sentì confuso.
«Scusami... io non so cosa mi prenda.»
«Non devi scusarti, il problema è che io non sono più la stessa. Non mi sento più me stessa in questa vita e nemmeno con te.» cercò di dire di getto, sentendosi per un attimo più libera. Ma anche tremendamente vigliacca.
Se qualcuno le avesse detto, un paio di mesi prima, che la sua relazione con Gomi sarebbe finita in quel modo e che lei una mattina di inizio maggio si sarebbe presentata a casa sua per dirgli di non voler stare più insieme a lui, di sicuro gli avrebbe detto di essere impazzito perché lei mai avrebbe potuto immaginare la sua vita lontano da quel ragazzo.
Eppure, in quella stessa mattina di inizio maggio, era tutto quello che voleva.
«Cosa stai cercando di dirmi?»
«Per favore Shin... non farmelo ripetere.»
«E invece no! Devi dirmelo... se non mi ami più e non vuoi più stare con me devi dirmelo.» fece lui arrabbiato, con il viso rigato dalle lacrime e la voce rotta.
Sana si sentì persa e avrebbe voluto avere un supporto, una spalla su cui andare a piangere, dopo aver distrutto la sua relazione con il ragazzo che credeva di amare, ma si rese conto di essere completamente sola. Si sentì per la prima volta sola, in un mare di gente sconosciuta.
«Mi dispiace tanto Shin, mi dispiace tanto...» ripeté, prima di alzarsi dal letto del ragazzo. Allora, lui la seguì afferrandola per le spalle.
«Ti prego, non andare via. Ricominceremo da capo, possiamo farcela. Questa sera ti vengo a prendere e andremo a cena fuori... ti porterò in quel posto che fa il sushi migliore di Tokyo, a te piace tanto il sushi.» la implorò, cingendole le spalle con le braccia. Tuttavia, nell'udire il nome di quella pietanza, Sana si sentì addirittura peggio e non riuscì a placare le lacrime, nonostante stesse cercando di trattenersi con tutte le sue forze.
«E poi faremo una passeggiata al parco dei ciliegi e ti comprerò il gelato... lo mangeremo insieme in riva al lago e aspetteremo l'arrivo delle lucciole. Sarà meraviglioso, vedrai... per favore Sana, non te ne andare adesso, non andartene via.» la implorò con una voce rotta che lei non gli aveva mai visto addosso.
E le lacrime di lei aumentarono, quindi Gomi riuscì a percepire il suo stato d'animo sotto la stretta delle sue braccia, perché il corpo di lei non faceva altro che sussultare al ritmo dei singhiozzi causati dal suo pianto. Come poteva dirgli che lei avrebbe tanto desiderato fare quelle cose, ma non con lui? Come poteva essere così crudele da rivelargli che, nonostante fossero passate poche ore e nonostante l'epilogo di quella mattina, Hayama le mancava già terribilmente?
Delicatamente poggiò le sue mani sul petto di Gomi e fece una leggera pressione affinché le sue braccia sciogliessero la presa su di lei. Le mani di Gomi finirono sulle spalle di Sana e lei sentì la sua stretta farsi sempre più decisa, allora alzò lo sguardo sul suo viso incontrando i suoi occhi tremendamente lucidi. Non aveva mai visto il suo ragazzo piangere, nemmeno durante il più tremendo dei litigi, ma a conti fatti realizzò che nessuna delle loro precedenti crisi o incomprensioni erano mai arrivate a quei livelli.
Si sentì tremare le labbra e si rese anche conto di non essere più in grado di dire nulla, perché sapeva che qualsiasi tentativo di parlare sarebbe stato bruscamente interrotto dal groppo in gola che diventava sempre più insistente. Allora decise di tacere e di continuare a sperare che lui non si mostrasse così distrutto.
«Sana... dimmi la verità, c'è un altro vero?» le domandò nell'istante in cui una lacrima riuscì a scappare lungo la sua guancia.
Sana sgranò gli occhi e si sentì completamente disarmata da quella domanda, perché se c'era una cosa in cui lei non era mai stata brava era mentire guardando le persone negli occhi. Ma come poteva fargli anche quello? Si convinse che non c'era motivo per cui lui sapesse cosa stesse succedendo nella profondità della sua anima, perché la persona per la quale era stata disposta ad andare contro ogni suo principio morale, scavalcando l'affetto verso Gomi e Fuka, probabilmente aveva già dimenticato quello che c'era stato tra loro o comunque non lo riteneva affatto importante.
Allora decise di mentire, perché non poteva arrecargli così tanto dolore.
«No... Shin. Non c'è nessun altro...»
«E allora perché, di punto in bianco, hai deciso di chiudere la nostra storia senza darmi nemmeno uno straccio di spiegazione? Senza permettermi di rimediare ai miei errori?»
«Non lo so... è quello che sento.»
«Cioè? Che cos'è che senti? Che all'improvviso non sei più innamorata di me?»
«Io non so cosa dirti...»
Allora le sue mani finirono dritte sulle guance bagnate di Sana e con i pollici le accarezzò gli zigomi arrossati. Lentamente avvicinò il viso al suo e poggiò delicatamente le labbra sulla punta del suo naso, baciandolo come aveva sempre fatto, come gli sembrava giusto e tenero allo stesso tempo. Sentì anche lui il cuore battere all'impazzata, perché percepiva la sensazione di perdita proprio su quelle stesse dita che la stavano accarezzando. Sentì che doveva farle sentire quanto insieme fossero forti e importanti, e non poteva assolutamente permetterle di andare via dalla sua vita, perché si sentiva già solo e privo di scopi. Sentiva già che la luce irradiante del suo sorriso avrebbe lasciato il posto ad una profonda e devastante oscurità.
«Shin... per favore.» sussurrò lei, chiudendo gli occhi. Ma lui spostò le dita sulle sue labbra, per farle capire che non c'era più affatto bisogno che lei continuasse a parlare.
«Non dire niente, lascia fare tutto a me... lascia che mi prenda cura di te. Io ti conosco così come tu conosci me, non possiamo finire in questo modo. Non possiamo permettere che un momento di confusione distrugga il nostro amore.» le disse, poggiando poi le sue labbra sulla guancia destra. La sentì sussultare impercettibilmente sotto le dita prima di spostare le labbra sull'altra guancia, baciandola delicatamente.
«Non ti lascerò sola in questo momento di confusione, io per te ci sarò sempre e voglio che tu sappia quanto ti amo.» le sussurrò all'orecchio, infilando le dita tra i suoi capelli. E in quel momento Sana si sentì incredibilmente stanca, ebbe quasi paura di poter svenire lì tra le braccia di Gomi e si aggrappò alle sue spalle, stringendolo in un abbraccio che aveva il sapore di tristezza e confusione. Pensò che, probabilmente, ciò di cui aveva bisogno era riflettere su quanto accaduto e sui suoi sentimenti, ma il calore del corpo del ragazzo la indussero a mettere da parte per un istante le decise convinzioni di cui si era fatta titolo appena entrata a casa sua.
«Sono convinto che possiamo tornare ad essere quelli di una volta, quelli che si sono conosciuti in un negozio di dischi per merito di un vinile che conservo gelosamente, perché grazie a lui tu sei nella mia vita.»
A quel racconto Sana sorrise, ma si sentì allo stesso tempo tremendamente triste e non riuscì a fermare le lacrime che ripresero a rigarle il viso. Sentì la sua mano accarezzarle i capelli mentre l'altra la stringeva in vita e fu in quel momento che si lasciò definitivamente andare a quell'abbraccio, pensando che la stanchezza emotiva che sentiva sulle spalle poteva diventare meno pensante se si fosse arresa al fatto che lasciarsi trasportare dalla sua convinzione e dal suo amore fosse, per lei, la scelta più facile.

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