Hogwarts Battle-17

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La battaglia era cominciata da ormai qualche minuto, Hogwarts pullulava di mangiamorte che inviperiti uccidevano senza nessuna pietà le persone che gli capitavano a tiro. Harry aveva recuperato il diadema nella stanza delle necessità e lo aveva distrutto sfortunatamente però Tiger e Goyle lo avevano raggiunto e il primo dei due era rimasto ucciso dal suo stesso incantesimo. «Dobbiamo trovare un modo per distruggere la coppa!» esclamò Hermione schiantando uno dei Mangiamorte che gli correva incontro. «Le zanne di basilisco!» esclamò Ron e tutti sapevano che effettivamente era una buona idea. «Herm andiamo» sussurrò il rosso ma la riccia scosse la testa e lo invitò ad andare da solo. «Resto con Harry tu va!» quando si voltò per cercare il biondo per poco non svenne alla vista del ragazzo che combatteva contro Goyle, uno dei ragazzi con cui aveva passato più tempo lì a Hogwarts. «Fottuto bastardo doppiogiochista, te ne sei andato con Potter e guarda ora state perdendo e tu morirai proprio come il bastardo che sei! Avada-» «Stupeficium!» l'incantesimo di Hermione fece sbalzare via il ragazzo contro un'alta colonna «Stai bene?» gli chiese mentre lui annuiva poi le afferrò il viso e le lasciò un dolce bacio sulle labbra. «Devo fare una cosa, ci vediamo dopo. Non morire» sussurrò lasciandola andare «Neanche tu» annuì correndo via. «Hermione!» la voce di Harry e Ron la raggiunse, «Vieni dobbiamo andare da una parte» sussurrò quest'ultimo afferrandola.
Urla di orrore lacerarono l'aria; i duellanti si dispersero, i Mangiamorte come gli Hogwartiani, e schizzi di luce rossa e verde volarono in mezzo ai mostri, che tremarono e s'impennarono, più terrificanti che mai.
«Come facciamo a uscire?» urlò Ron sopra le grida, ma prima che Harry o Hermione potessero rispondere furono scaraventati di lato: Hagrid stava scendendo le scale a passi pesanti, brandendo il suo ombrello rosa a fiori.
«Non fateci del male, non fateci del male, poverini!» tuonava. «HAGRID, NO!»
Harry dimenticò ogni cosa: scattò fuori dal Mantello e corse piegato in
due per evitare le maledizioni che illuminavano l'intera Sala.
«HAGRID, TORNA INDIETRO!»
Non era neanche a metà strada quando vide Hagrid sparire tra i ragni,
che in un fragoroso zampettio e un disgustoso brulichio si ritirarono sotto l'assalto degli incantesimi. Hagrid era sepolto tra loro.
«HAGRID!»
Harry udì qualcuno gridare il suo nome, che fosse amico o nemico non gli interessava: sfrecciò giù per i gradini nel parco buio, dove i ragni sciamavano via con la loro preda. Di Hagrid non si vedeva più traccia.
«HAGRID!»
Gli parve di distinguere un enorme braccio agitarsi nel groviglio di ragni, ma quando stava per lanciarsi all'inseguimento fu ostacolato da un piede monumentale, che gli calò davanti dal buio, facendo tremare il suolo. Guardò in su: un gigante torreggiava su di lui, alto sette metri, la testa na- scosta nelle tenebre. La luce che veniva dal portone del castello riusciva a illuminare solo gli stinchi pelosi, grossi come alberi. Con un solo brutale, fluido movimento, infilò un enorme pugno in una finestra dei piani alti e il vetro piovve su Harry, costringendolo a cercare riparo dentro la soglia.
«Oh, no...!» strillò Hermione, raggiungendo Harry con Ron e guardando il gigante che cercava di abbrancare la gente attraverso la finestra.
«No!» fece Ron, afferrando la mano di Hermione che stava alzando la bacchetta. «Se lo Schianti farà crollare mezzo castello...»
«HAGGER!»
Dall'angolo del castello spuntò Grop; Harry si rese conto solo adesso che in effetti era un gigante di taglia ridotta. Il mostro gargantuesco che cercava di schiacciare la gente ai piani di sopra voltò la testa e ruggì. Avanzò a passi pesanti verso il suo simile più piccolo, facendo vibrare i gradini di pietra. Grop spalancò la bocca storta, mettendo in mostra denti gialli e grandi come mezzi mattoni, poi si scagliarono l'uno contro l'altro con la fe- rocia di due leoni.
«VIA!» urlò Harry; la notte si riempì delle urla tremende e dei colpi dei giganti che combattevano. Harry afferrò la mano di Hermione e si precipitò giù per gli scalini, con Ron alle calcagna. Non aveva perso la speranza di trovare Hagrid e salvarlo; corsero così veloci che erano già a metà strada verso la Foresta quando si bloccarono di nuovo.
L'aria attorno a loro era immobile: il respiro di Harry si fermò, come solidificato nel petto. Nell'ombra si muovevano forme, figure mulinanti di un nero fittissimo, che avanzavano come una vasta ondata verso il castello, i volti incappucciati, il respiro ansimante...
Ron e Hermione si strinsero contro Harry, mentre il fragore della battaglia alle loro spalle si attutiva all'improvviso, si spegneva, perché un silen- zio che solo i Dissennatori potevano portare cadeva denso nella notte...
«Dai, Harry!» mormorò la voce di Hermione, molto lontana. «I Patroni, Harry!»
Alzò la bacchetta, ma una sorda disperazione si era impadronita di lui: Fred non c'era più, Hagrid stava morendo, o forse era già morto; chissà quanti altri erano caduti che ancora lui non sapeva; era come se l'anima avesse già abbandonato il suo corpo...
«HARRY, MUOVITI!» urlò Hermione.
Un centinaio di Dissennatori planavano verso di loro, attirati dalla disperazione di Harry, che era come la promessa di un banchetto...
Vide il terrier argenteo di Ron comparire nell'aria, baluginare e spegnersi; poi la lontra di Hermione contorcersi e svanire. La bacchetta gli trema- va in mano, e accolse quasi con gioia l'oblio imminente, la promessa del nulla, dell'assenza di sensazioni...
Una lepre d'argento, un cinghiale e una volpe passarono a mezz'aria e li superarono: davanti alle tre creature i Dissennatori indietreggiarono. Tre persone sbucarono dall'oscurità, con le bacchette tese, tenendo saldi i pro- pri Patroni: Luna, Ernie e Seamus.
«Forza» lo incoraggiò Luna, come se fosse ancora nella Stanza delle Necessità e quello fosse solo un allenamento dell'Esercito di Silente. «Forza, Harry... pensa a qualcosa di allegro...»
«Qualcosa di allegro?» ripeté lui, la voce spezzata.
«Siamo ancora qui» sussurrò lei, «stiamo ancora combattendo. Su, dai...»
Una scintilla d'argento, una luce guizzante e poi, con lo sforzo più gran- de che gli fosse mai costato, il cervo sbucò dalla punta della sua bacchetta. Trottò in avanti, i Dissennatori si dispersero rapidi e subito la notte tornò mite, ma il frastuono della battaglia riprese a echeggiare nelle sue orecchie.
«Grazie, grazie infinite» balbettò Ron con voce malferma, «ci avete sal- vato...»
Con un ruggito e un tremito da terremoto, un altro gigante arrivò barcol- lando dalla Foresta: brandiva una mazza più alta di chiunque di loro.
«ATTENTI!» urlò Harry, ma non ce n'era bisogno: corsero tutti via, e appena in tempo, perché l'enorme piede della creatura si abbatté esatta- mente nel punto in cui si trovavano un attimo prima. Harry si guardò in- torno: Ron e Hermione erano ancora con lui, ma gli altri tre erano spariti di nuovo nella battaglia.
«Scappiamo!» gridò Ron. Il gigante roteava la mazza e i suoi muggiti echeggiavano per tutto il parco, dove lampi di luce rossa e verde continua- vano a squarciare l'oscurità.
«Al Platano Picchiatore» disse Harry. «Andiamo».
In qualche modo chiuse tutto quanto nella mente, lo stipò in un piccolo spazio dentro il quale al momento non poteva guardare: il pensiero di Fred e Hagrid, il suo terrore per le persone che amava, dentro e fuori il castello, avrebbero aspettato, perché loro adesso dovevano correre, dovevano raggiungere il serpente e Voldemort; come aveva detto Hermione, era l'unica maniera per farla finita...
Scattò, pensando quasi che così sarebbe riuscito a distanziare la morte stessa, ignorando i fiotti di luce che volavano nel buio, il rumore del lago che ruggiva come il mare, e il fruscio della Foresta Proibita anche se la notte era senza vento; attraverso una terra che sembrava anch'essa ribellarsi, corse più veloce di quanto avesse mai fatto in vita sua, e fu lui ad avvistare per primo l'enorme albero, il Platano che proteggeva il segreto sotto le proprie radici con i rami pronti a schioccare come fruste.
Ansimante, Harry rallentò, tenendosi a distanza dai rami violenti del Platano, scrutando nel buio il suo grosso tronco, cercando di individuare l'unico nodo nella corteccia che avrebbe immobilizzato il vecchio albero. Ron e Hermione lo raggiunsero; lei era così sfinita che non riusciva a parlare.
«Come... come facciamo a entrare?» chiese Ron con il respiro affanno- so. «Vedo... il punto... se solo avessimo... Grattastinchi...»
«Grattastinchi?» sibilò Hermione, piegata in due, con le mani al petto. «Sei un mago o cosa?»
«Ah... già... è vero...»
Ron si guardò in giro, poi puntò la bacchetta verso un bastoncino per terra e disse: «Wingardium Leviosa!» Il rametto volò in alto, roteò nell'aria come se fosse stato colpito da una raffica di vento, poi schizzò contro il tronco attraverso i minacciosi rami rotanti del Platano. Colpì un punto vi-cino alle radici e subito l'albero cessò di contorcersi.
«Perfetto!» ansimò Hermione.
«Aspettate».
Per un attimo, nel rumore sordo della battaglia, Harry esitò. Voldemort
voleva questo, voleva che lui andasse... stava portando Ron e Hermione in una trappola?
Ma poi la realtà gli piombò addosso, crudele e banale: l'unica soluzione era uccidere il serpente, il serpente era con Voldemort, e Voldemort era alla fine di quel tunnel...
«Harry, ti seguiamo, dai, entra!» lo esortò Ron, spingendolo avanti.
Harry si infilò nel cunicolo di terra nascosto tra le radici dell'albero. Dovette schiacciarsi molto più dell'ultima volta. Il passaggio aveva il soffitto basso: quattro anni prima l'avevano percorso piegati in due, adesso pote- vano solo strisciare. Harry avanzò per primo, con la bacchetta illuminata; si aspettava di trovare ostacoli da un momento all'altro, e invece niente. Procedettero in silenzio. Lo sguardo di Harry era fisso sul raggio oscillante della bacchetta che teneva in pugno.
Infine il cunicolo cominciò a salire e Harry vide una lama di luce. Hermione gli strattonò una caviglia.
«Il Mantello!» sussurrò.
Lui tastò alle proprie spalle e lei gli infilò nella mano libera il fagotto di tessuto scivoloso. Vi si avvolse con difficoltà, mormorò «Nox» per spegnere la bacchetta e avanzò carponi, più piano che poteva, tutti i sensi all'erta, temendo a ogni secondo che passava di essere scoperto, di sentire una fredda voce chiara, di vedere un lampo di luce verde.
Poi udì delle voci dalla stanza che era proprio davanti a loro, appena soffocate perché lo sbocco del tunnel era stato bloccato da quella che sembra- va una vecchia cassa. Trattenendo il respiro, Harry si avvicinò all'apertura e spiò dal piccolo spazio rimasto tra la cassa e la parete.
La stanza era poco illuminata, ma vide Nagini muoversi come una biscia sott'acqua, al sicuro nella sua luminosa bolla incantata, sospesa a mezz'a- ria. Vide il bordo di un tavolo e una mano bianca dalle lunghe dita che giocherellava con una bacchetta. Poi Piton parlò e il cuore di Harry mancò un colpo: era a pochi centimetri da lui.
«... mio Signore, la resistenza sta crollando...»
«... e il tuo aiuto non serve» ribatté Voldemort con la sua voce nitida e
acuta. «Per quanto tu sia un abile mago, Piton, non credo che tu possa fare molta differenza, ormai. Ci siamo quasi... quasi».
«Lasciatemi cercare il ragazzo. Consentitemi di portarvi Potter. So che posso trovarlo, mio Signore. Vi prego».
Piton passò davanti alla fessura e Harry si ritrasse, lo sguardo fisso su Nagini, chiedendosi se esisteva un incantesimo in grado di penetrare la protezione che la circondava, ma non gli venne in mente nulla. Bastava fallire una volta e l'avrebbero scoperto...
Voldemort si alzò. Harry lo vide bene, gli occhi rossi, il volto piatto da serpente, il pallore che riluceva appena nella semioscurità.
«Ho un problema, Severus» mormorò Voldemort.
«Mio Signore?»
Voldemort alzò la Bacchetta di Sambuco, reggendola con delicatezza e
precisione, come la bacchetta di un direttore d'orchestra.
«Perché con me non funziona, Severus?»
Nel silenzio, a Harry parve di sentire il serpente sibilare: o era il sospiro
di Voldemort che indugiava nell'aria?
«Mio... mio Signore» rispose Piton, senza espressione. «Non capisco. Voi... voi avete compiuto magie straordinarie con quella bacchetta».
«No» obiettò Voldemort. «Ho compiuto le mie magie consuete. Io sono straordinario, ma questa bacchetta... no. Non ha mostrato le meraviglie che prometteva. Non avverto alcuna differenza tra questa bacchetta e quella
che mi procurai da Olivander tanti anni fa».
Il tono di Voldemort era meditabondo, tranquillo, ma la cicatrice di
Harry cominciò a pulsare: il dolore gli attraversò la fronte e sentì quel senso controllato di furia crescere dentro Voldemort.
«Nessuna differenza» ribadì Voldemort.
Piton non parlò. Harry non lo vedeva in volto: si chiese se percepisse il pericolo, se stesse cercando le parole giuste per rassicurare il suo padrone.
Voldemort cominciò a muoversi per la stanza: Harry lo perse di vista per qualche secondo, mentre passeggiava avanti e indietro, parlando con la stessa voce misurata, e il dolore e la rabbia crescevano in lui.
«Ho riflettuto a lungo e a fondo, Severus... sai perché ti ho richiamato dalla battaglia?»
Per un attimo Harry vide il profilo di Piton: i suoi occhi erano fissi sul serpente acciambellato nella gabbia incantata.
«No, mio Signore, ma vi supplico di lasciarmi tornare laggiù. Permettetemi di trovare Potter».
«Parli come Lucius. Nessuno di voi capisce Potter quanto me. Non serve
cercarlo. Potter verrà da me. Conosco la sua debolezza, vedi, il suo grande difetto. Non sopporterà di vedere gli altri cadere attorno a lui, sapendo di esserne la causa. Vorrà porvi fine a ogni costo. Verrà».
«Ma, mio Signore, potrebbe venire ucciso per errore da qualcun altro...»
«Ho dato istruzioni molto precise ai miei Mangiamorte. Catturare Potter. Uccidere i suoi amici più ne abbattono, meglio è ma non lui.
«Ma è di te che desideravo parlare, Severus, non di Harry Potter. Mi sei stato molto prezioso. Molto prezioso».
«Il mio Signore sa che io desidero solo servirlo. Ma lasciatemi andare a cercare il ragazzo. Lasciate che ve lo porti. So che posso...»
«Ho detto di no!» esclamò Voldemort voltandosi di nuovo, e Harry scor- se il luccichio rosso nei suoi occhi, e il fruscio del suo mantello fu come quello di un serpente; avvertì l'impazienza del Signore Oscuro nella cica- trice ardente. «La mia preoccupazione al momento, Severus, è che cosa accadrà quando finalmente incontrerò il ragazzo!»
«Mio Signore, non ci può essere questione...»
«... ma una questione c'è, Severus. C'è».
Voldemort si arrestò e Harry lo vide con chiarezza: faceva scivolare tra
le dita la Bacchetta di Sambuco e scrutava Piton.
«Perché entrambe le bacchette che ho usato hanno fallito quando le ho
puntate contro Harry Potter?»
«Io... io non sono in grado di rispondere, mio Signore».
«Non sei in grado?»
La fitta di rabbia fu come un chiodo piantato nella testa di Harry: s'infilò
il pugno in bocca per non urlare dal dolore. Chiuse gli occhi e di colpo fu Voldemort, che fissava il volto pallido di Piton.
«La mia bacchetta di tasso ha sempre fatto tutto quello che le ho chiesto, Severus, tranne uccidere Harry Potter. Due volte ha fallito. Sotto tortura, Olivander mi ha parlato dei nuclei gemelli, mi ha detto di cercarne un'altra. L'ho fatto, ma quando la bacchetta di Lucius ha incrociato quella di Potter, si è spezzata».
«Io... non so spiegarlo, mio Signore».
Piton non guardava Voldemort. I suoi occhi scuri erano ancora fissi sul serpente avvolto nella sua bolla protettiva.
«Ho cercato una terza bacchetta, Severus. La Bacchetta di Sambuco, la Bacchetta del Destino, la Stecca della Morte. L'ho presa al suo precedente proprietario. L'ho presa dalla tomba di Silente».
Questa volta Piton guardò Voldemort, e il suo viso era come una ma- schera mortuaria. Era bianco come il marmo e così immobile che quando parlò fu una sorpresa scoprire che c'era qualcuno di vivo dietro quegli occhi vuoti.
«Mio Signore... lasciatemi andare dal ragazzo...»
«Per tutta questa lunga notte, vicino ormai alla vittoria, sono rimasto qui» proseguì Voldemort, la voce poco più di un sussurro, «a riflettere, a chiedermi perché la Bacchetta di Sambuco si rifiuta di essere ciò che dovrebbe, di comportarsi come la leggenda dice che deve fare nelle mani del suo legittimo proprietario... e credo di avere la risposta».
Piton non parlò.
«Forse la conosci già? Sei un uomo intelligente, dopotutto, Severus. Sei stato un servitore bravo e fedele, e mi dolgo di ciò che deve accadere».
«Mio Signore...»
«La Bacchetta di Sambuco non può servirmi in modo adeguato, Severus, perché non sono io il suo vero padrone. La Bacchetta di Sambuco appar- tiene al mago che ha ucciso il suo ultimo proprietario. Tu hai ucciso Albus Silente. Finché tu vivi, Severus, la Bacchetta di Sambuco non può essere davvero mia».
«Mio Signore!» protestò Piton, alzando la bacchetta.
«Non può essere altrimenti» concluse Voldemort. «Devo dominare la Bacchetta, Severus. Se domino la Bacchetta, finalmente dominerò Potter».
Sferzò l'aria con la Bacchetta di Sambuco. Non accadde nulla a Piton, che per un attimo parve pensare di essere stato risparmiato; ma poi le in- tenzioni di Voldemort divennero chiare. La sfera del serpente rotolò nell'aria, e prima che Piton potesse far altro che urlare, gli aveva racchiuso testa e spalle, e Voldemort parlò in Serpentese.
«Uccidi».
Si levò un grido terribile. Harry vide il volto di Piton perdere quel poco colore che aveva e gli occhi neri dilatarsi. Le zanne del serpente gli perforavano il collo e lui non riusciva a liberarsi dalla gabbia incantata; le ginocchia gli cedettero e cadde a terra.
«Mi spiace» commentò Voldemort, gelido.
Si voltò; non c'era tristezza in lui, nessun rimorso. Era tempo di lasciare quella stamberga e prendere in mano la situazione, con una bacchetta che ora avrebbe eseguito ogni suo ordine. La puntò verso la gabbia luminosa che teneva il serpente, facendola fluttuare in alto, via da Piton, che cadde disteso su un fianco, con il sangue che gli sgorgava dal collo. Voldemort uscì dalla stanza senza guardarsi indietro e l'enorme serpente lo seguì galleggiando nella sua sfera protettiva.
Nel tunnel, tornato in sé, Harry aprì gli occhi: si era morso a sangue le nocche per non urlare. Guardò dalla fessura tra la cassa e la parete e vide un piede avvolto in uno stivale nero tremare sul pavimento.
«Harry!» bisbigliò Hermione, ma lui aveva già puntato la bacchetta contro la cassa che gli bloccava la vista. La cassa si sollevò di un centimetro e si spostò silenziosamente di lato. Più piano che poté, Harry entrò nella stanza.
Non sapeva perché lo faceva, perché si stava avvicinando a Piton moren- te: non sapeva che cosa provava quando guardò il suo volto bianco e le di- ta che cercavano di tamponare la ferita insanguinata nel collo. Harry si tolse il Mantello dell'Invisibilità e guardò l'uomo che odiava: gli occhi neri dilatati si posarono su di lui e Piton cercò di parlare. Harry si chinò. Piton lo afferrò per il bavero e lo tirò a sé.
Un terribile gorgoglio, un rantolo uscì dalla sua gola.
«Prendi... Prendi...»
Qualcosa di diverso dal sangue colava da Piton. Era azzurroargento, né
liquido né gassoso, e usciva dalla bocca, dalle orecchie, dagli occhi; Harry capì che cos'era, ma non sapeva che fare...
Hermione gli ficcò tra le mani una fiala, apparsa dal nulla. Con la bacchetta, Harry vi spinse dentro la sostanza argentea. Quando la fiala fu piena fino all'orlo, e in Piton sembrava che non ci fosse più sangue, la sua presa sui vestiti di Harry si allentò.
«Guar...da...mi» sussurrò.
Gli occhi verdi incontrarono i neri, ma dopo un attimo qualcosa nel profondo di questi ultimi svanì, lasciandoli fissi e vuoti. La mano che stringeva Harry crollò a terra e Piton non si mosse più.

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