Storia della Filosofia - Parmenide ed Eraclito

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Bentornati nella settimanale rubrica filosofica del giovedì.

Continuiamo, oggi, a trattare del mondo greco antico, parlando di uno dei più importanti filosofi presocratici: Parmenide, fondatore dell'ontologia (lo studio dell'essere in quanto tale), materia che ha poi influenzato l'intera storia del pensiero occidentale.

Parmenide nasce in Magna Grecia, ad Elea (Velia, in epoca romana, oggi Ascea), da una famiglia aristocratica. Della sua vita si hanno poche notizie. Sappiamo solo che ad Elea fonda una scuola, insieme al suo discepolo prediletto: Zenone. L'unica opera di Parmenide a noi nota è il poema in esametri intitolato Sulla natura. Di tale poema ci sono giunti ad oggi soltanto diciannove frammenti. Nell'opera in questione, egli stesso è il protagonista di un viaggio, guidato dalla dea Dike (la Giustizia) la quale gli mostra la via da percorrere per giungere alla verità dell'essere.

Partendo, allora, dalla definizione che l'essere è e non può non essere, utilizzando il metodo della deduzione per assurdo, Parmenide afferma che egli è ingenerato e imperituro, immutabile, immobile, indivisibile e uno. Infatti, se si accettasse l'idea che l'essere sia mutabile, bisognerebbe ammettere che esso, una volta cambiato, è quello che non era prima, attribuendo così all'essere anche il non essere, e ciò non è possibile, secondo il filosofo, entrando in duro contrasto con la teoria del costante divenire (teoria, invece difesa dal filosofo Eraclito).

L'essere, inoltre, per Parmenide è finito. Se fosse infinito, infatti, mancherebbe di qualcosa e quindi non sarebbe perfetto, pertanto egli lo descrive come una sfera. Ipotesi che, per assurdo, coincide con la teoria della relatività di Albert Einstein, che nel 1900 dirà: "Se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremmo una linea curva chiusa all'infinito." Per Einstein l'universo è infatti finito, sebbene illimitato, fatto di uno spazio tondo ripiegato su se stesso.

Parmenide è, dunque, uno studioso dell'essere in quanto essere (ontologia), e invece di partire come tutti i suoi predecessori dall'esperienza sensibile (la ricerca dell'archè), lui parte dalla stessa definizione di essere, giungendo il più delle volte a conclusioni in contrasto con i sensi.

Per Parmenide gli uomini sono liberi di seguire due strade, la strada dell'aletheia (la verità) usando come mezzo la ragione, oppure la strada della doxa (l'opinione) usando solo ed esclusivamente i sensi.

Poiché la realtà appare caratterizzata dal nascere e dal perire delle cose, viene spontaneo pensare che sia composta da più elementi. Il nostro filosofo, invece, afferma che gli elementi della natura, di per sé, conservano una stessa intima natura, e sono le opinioni errate dei mortali che, mescolando i vari elementi, pensano poi, illusoriamente, che dal divenire o dalle mescolanze nascano le cose. Il ché è assolutamente falso, per il filosofo di Elea, in quanto dal divenire e dal mescolare può nascere soltanto il non-essere.

E questo non è possibile, sarebbe una contraddizione di fondo, perché, usando le parole del filosofo;

"l'essere è, e non può non essere, il non-essere non è, e non può essere: (l'essere) è, e non è possibile che non sia (il non-essere) non è, ed è necessario che non sia." (Parmenide, Sulla Natura, fr. 2,vv 3;5)

Controparte di Parmenide, Eraclito, la pensa in tutt'altro modo

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Controparte di Parmenide, Eraclito, la pensa in tutt'altro modo. Egli è il famoso filosofo del pànta rèi, del tutto scorre. Del divenire.

Vediamo perché.

Eraclito vive ad Efeso tra il VI e il V secolo. Proviene da una famiglia aristocratica e aristocratico resta il suo modo di pensare. Eraclito presenta infatti la sua filosofia come non comprensibile dalla massa, ma accessibile soltanto ai migliori. Ed è infatti considerato il pensatore oscuro per eccellenza e all'interno del suo trattato, Sulla natura, conservato secondo la tradizione nel tempio di Artemide proprio perché ritenuta l'unica collocazione all'altezza dello scritto, non mancano parole ambigue.

Per Eraclito la realtà è governata da un unico principio (arché), questo principio per lui è il logos, termine che assume tre significati: a) la ragione che governa l'universo, b) il pensiero che comprende questa ragione universale, c) il discorso che è in grado di esprimere questa conoscenza (ossia il discorso che Eraclito consegna al suo scritto). Eraclito afferma che deve necessariamente esserci una ragione che governa, e questo è il logos, che fa funzionare l'universo stesso e non è diverso da quello presente nella nostra mente, altrimenti non si spiegherebbe come mai quello che pensiamo sia così grande. È quindi partendo da questo frammento di logos presente in noi che possiamo arrivare a concepire il logos cosmico. Tutti partiamo con le stesse possibilità, tuttavia soltanto i migliori riescono nell'impresa. Eraclito, inoltre, fa una distinzione fra svegli e dormienti: i dormienti sono coloro che non ci riescono o addirittura neanche ci provano.

Egli identifica questo logos con il fuoco, e con questo paragone egli intende insistere sul comportamento del fuoco: il fuoco non è mai fermo, non è mai uguale ad un secondo prima. Tuttavia, questi mutamenti non avvengono in maniera casuale, ma secondo un preciso ordine. Allo stesso modo, la mobilità del tutto non è soggetta al caos, ma risponde ad un ordine preciso. Non si tratta di un caotico alternarsi di opposti, ma di un susseguirsi armonico di questi. Eraclito, in proposito, afferma che "l'armonia nascosta è superiore a quella visibile", discostandosi in questo da  Parmenide e Anassimandro.

Così Eraclito finisce con l'esaltare il conflitto tra le cose, e in questo sarà ripreso perfino da Hegel, dicendo che "pòlemos (il conflitto) è signore di tutte le cose", poiché l'armonia può esistere solo finché gli opposti sono in tensione fra loro, ed è grazie a questa opposizione che si genera l'incessante divenire della realtà, che altro non è che il continuo passaggio da un opposto ad un altro.

Per questo motivo Eraclito viene indicato come il filosofo del divenire, filosofia riassunta dalla celebre espressione "panta rei", per l'appunto, che significa "tutto scorre", tutto diviene modificandosi. Anche se, effettivamente, non si trova questa espressione in nessuno dei suoi frammenti, ma la si può desumere dalle celebri frasi quali "negli stessi fiumi scendiamo e non scendiamo, siamo e non siamo" oppure "per coloro che entrano negli stessi fiumi, altre e sempre altre scorrono le acque", che da un lato vogliono ovviamente esprimere il continuo fluire della realtà, ma dall'altro esprimono la continua compresenza degli opposti.

Parmenide ed Eraclito divengono fondamentali per la successiva storia del pensiero occidentale. Parmenide perché con l'essere immutabile pone le basi della fede in un principio unico (Dio) che ha caratteristiche simile all'essere parmenideo. Eraclito perché, con il concetto di logos, anticipa un elemento molto importante per la filosofia cristiana successiva ma non solo.

"In principio era il Verbo (nell'originale greco: logos),
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio." (dal prologo del Vangelo di Giovanni 1,1).

" (dal prologo del Vangelo di Giovanni 1,1)

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