Notte prima.
Riprendo i sensi lentamente, e inutilmente. Una pesante stanchezza grava sul mio corpo e mi schiaccia a terra. Le dita scorrono intorpidite le insenature del terreno, gli occhi faticano ad aprirsi. Una forte luce mi illumina le palpebre ed indugio, sbircio cauto ma colgo solo luce intorno.
Rinuncio ad alzarmi e resto sdraiato nella posizione in cui mi sono trovato, con la faccia abbandonata sulla guancia, che gratta il terreno. I pensieri in testa si aggrovigliano, anche la ragione sembra essere rimasta abbagliata dalla luce del luogo. Ancora non so dove mi trovo, ma senza aprire gli occhi comincio a saggiare il terreno in cerca di indizi. Il suolo è una roccia dura e porosa, ma calda, tanto da sentire un lieve tepore toccandola. Le dita prendono fiducia e scorrono agili fra le piccole imperfezioni, cercando di stendere il braccio. Nel mentre gli occhi si schiudono, abituandosi all'atmosfera carica di colore che circonda la roccia. In questo attimo di fiducioso risveglio, una mano crolla dal suo appoggio e mi sento cadere, gli occhi si spalancano e solo un istintivo movimento delle gambe mi salva dal precipitare. Riprendo l'equilibrio e mi stendo come prima, premuto sul pavimento ruvido. Il respiro mi si è fatto nervoso e pesante. Sento il cuore ansare sulla dura parete, percuotendomi dalla testa ai piedi. Ancora scosso, cerco subito la risposta che la mia paura brama. Lentamente mi trascino fino a quello che adesso vedo essere il bordo della roccia, e mi affaccio. Una lieve vertigine mi coglie. Non se ne vede il fondo, la parete sprofonda nell'arancione del cielo che sembra senza fine. Sempre più nervoso e attento mi giro intorno, per cercare sollievo in qualche cosa. Ci deve pur essere qualcosa di buono, o perlomeno utile. Dopo essere tornato a ragionare e aver dato una veloce occhiata intorno, mi accorgo di due cose. La prima è che mi trovo su un rettangolo di roccia poco più lungo della mia altezza e largo il doppio del mio busto; un fazzoletto di pietra che in altezza si perde fino al limite del cielo. La seconda è che nell'agitazione, non mi ero accorto di essere sotto una coperta di tessuto pesante, dalle fitte maglie di lana, abbastanza grande per girarmelo un paio di volte intorno. Cosa abbastanza inutile vista la temperatura perfettamente mite del giaciglio. La stanchezza si scioglie per un po' lasciandomi qualche minuto di attenzione, giusto il tempo di fare un veloce inventario degli oggetti in mio possesso, solo una coperta e gli abiti che indosso, ed una rapida ispezione dell'ambiente. La conclusione è che mi trovo su una sorta di colonna di pietra, perfettamente regolare nelle dimensioni, bloccato ad un'altezza indefinita, senza via d'uscita.
Non sapendo cosa fare, i miei pensieri si perdono nel colore del cielo e viaggio tra monti e pianure coperte da folte coltri di erba fresca e verde, con i conigli che brucano e corrono inseguiti dalle possenti aquile, appostate nell'alto azzurro del giorno.
E mentre vivo questo, qualcosa coglie la mia attenzione: l'arancione del cielo diventa leggermente scuro e opaco, e lentamente sfuma fino a coprirsi di un color terra. Rimango sbalordito a guardare finchè non vedo una spaventosa nuvola rosso scuro uscire e arricciarsi fino a sparire nel cielo bruno, che sembra avvicinarsi. Un'idea balena e mi coglie più veloce della tempesta, e in un istante mi ributto a terra e mi copro fin sopra la testa con la coperta di lana, facendola trabordare dalla cima della roccia e arricciando in lembo tra i piedi e la roccia e tra la roccia e le mani, che si tengono ben salde al bordo squadrato della roccia, mentre la testa preme la coperta sul suolo e mi irrigidisco per appiattirmi il più possibile e tenermi ben fermo.
All'improvviso sale un sibilo cruento che cresce e si avvicina fino a concretizzarsi in un ronzio di sabbia e in un forte vento che colpisce la roccia urlando come un guerriero alla carica. Dopo il primo impatto sento i granelli di sabbia rossa che mi cadono addosso e si accumulano nelle pieghe della coperta, filtrando debolmente dai fori del tessuto. L'aria è pesante e calda, e ogni tanto si alza un lembo della coperta facendo entrare un debole vento che porta con sè della terra fine, ma tenendo in forte tensione ogni lato riesco a resistere alla furia della tempesta di sabbia.
Rimango in questa posizione per lunghi minuti, una mezzo'ora, poi ore infinite... nessun pensiero riesce a prendere forma sotto la pioggia di fuoco che infuria, e l'impossibilità di movimento pesa come un macigno su ogni muscolo del corpo.
La cosa peggiore a questo punto diventa la sete: non ho modo di bere da quasi un giorno ed è diventata insopportabile, aggravata dal caldo della coperta e dall'aria chiusa. Alla fine, sotto tutta quella tensione ed il torpore che mi opprime, cedo alla stanchezza ed entro in una fase di dormi-veglia, addormentandomi forse in concomitanza con un breve calo dell'infuriare della tempesta.
Mi risveglio indolenzito, gli avambracci tesi e stanchi, le gambe tutte anchilosate. Le labbra secche sono screpolate e impolverate di sabbia fine, come tutte le estremità non coperte. La prima cosa che colpisce e stupisce è il silenzio: tutto è tornato perfettamente fermo e muto, come quando mi sono misteriosamente svegliato sopra uno sperone di roccia, in un deserto lontano e invisibile. Cerco di uscire dal mio misero nascondiglio, come un coniglio che sbircia al di fuori della sua tana dopo che la neve è scesa, fresca e candida. Non posso smettere di pensare al caldo. E alla sete.
Mi sembra di ricordare che senza acqua, un uomio possa resistere appena tre giorni. Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma a giudicare dalla fame, almeno due giorni. Non intendo passare il mio ultimo giorno a fissare il cielo. Vorrei essere triste: sarebbe bello avere bei pensieri in questo momento, sapete quei monologhi che coinvolgono i protagonisti di film e libri struggenti prima di un addio? Invece la mia mente è vuota e persa in un profondo arancione che mi chiama a sè. Non penso a nulla, mentre le gambe ciondolano miseramente dal bordo della roccia.
Non sai come, ma ad un certo punto lo senti, che il momento è arrivato. Afferro la coperta con una mano, prima di lasciarmi cadere nel vuoto.
Non ho intenzione di capire quanto fosse alta in effetti la mia prigione. Chiudo gli occhi aspettando di non riaprirli.
Eppure...Ma cosa?..Dove? Eccomi. Mi dimeno nella coperta, cercando di togliermela dal viso. Sono disteso per terra a fianco del mio letto, una prospettiva da cui non lo vedo spesso. Ma certo, era solo un sogno! In effetti ho la gola completamente arsa, questo spiega il deserto e tutto il resto. Anche gli avambracci e le gambe sono indolenzite, devo essermi dimenato parecchio stanotte.
Un terribile dubbio mi coglie, non appena alzo lo sguardo dal pavimento: "Dove sono i miei mobili!?"
Fine della prima notte.
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Scrittura Libera
CasualeRaccolta di vecchi scritti, recuperati da chissà dove, provenienti da un me più giovane. Mantenete le aspettative basse e gli occhi incollati allo schermo. descrizione originale del mio blog: "Gli autori più originali non lo sono perché promuovono...
