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SIGRID


Il mio sonno agitato venne interrotto da diversi allarmi, come se avessi inserito il pilota automatico mi tirai su dal letto e controllai gli schermi moderni di fianco al mio letto.

Cazzo!

A grandi falcate raggiunsi la mia stazione di monitoraggio, mentre gli allarmi mi informavano della violazione del mio perimetro.

Dannazione!

Com'era riuscito a trovarmi così presto?!

Non avevo tempo per le domande o i dubbi, sapevo che sarebbe successo quindi ero preparata.

Dalle telecamere termiche piazzate nel bosco potevo scorgere chiaramente due figure imponenti attraversare il campo, erano a poco meno di un chilometro da casa mia e si muovevano furtivi. Sbuffai, non avevano nessuna possibilità contro la tecnologia moderna, gli Dei erano spesso arroganti reputandosi al di sopra di questo genere di cose, ricordai a me stessa un tempo passato in cui l'avevo odiata anche io, ma questo era stato prima di rendermi conto di non essere lo squalo più grande nel mare.

Sorrisi, fissando la mia console, ero pronta a sganciare contro di loro il corrispettivo in trappole ed esplosioni di un maledetto megalodonte.

Seguii con gli occhi le due figure, tra qualche centinaio di metri sarebbero entrati nella zona minata e una volta dentro avrei potuto azionare le trappole di cui era disseminato tutto il terreno nel circondario dell'abitazione. Dopo di che mi sarei calata nel tunnel dove mi aspettava già la mia moto, quel dedalo mi avrebbe permesso una via di fuga silenziosa e invisibile.

Strinsi gli occhi, una delle due figure, quella più piccola, mi appariva irregolare, come se avesse qualcosa sulla schiena, repressi un brivido quando compresi dovevano trattarsi di ali. Poche divinità o immortali le avevano; quindi, doveva trattarsi di Hypnos, il Dio del Sonno. Avevo letto in una rivista qualche mese fa che lui e Ares erano in qualche modo amici.

Cazzo, questo non era per niente una buona notizia.

Già scappare dal Dio della Guerra non sarebbe stato per nulla facile, ma che alla festa si fosse aggiunto un invitato non lo avevo minimamente contemplato.

Scrollai le spalle. Mi era sempre piaciuto l'odore di pollo arrosto.

La fronte mi si imperlò di trepidazione e sudore ad ogni loro passo.

Duecento metri.

Cento.

Appena i piedi della figura più imponente entrarono nel perimetro del capo minato diverse esplosioni scossero i vetri antiproiettili di casa, la piccola abitazione tremò. Senza esitazione schiacciai un pulsante e altre esplosioni si unirono alla festa improvvisata.

Come una psicopatica iniziai a ridacchiare, non riuscivo a distogliere lo sguardo dagli schermi, godendo di quelle immagini. I corpi dei due continuavano ad essere sbalzati in aria, finendo ripetutamente a terra o contro gli alberi, innescando a cascata altri ordigni, le granate stordenti invece dovevano averli storditi, visto che non si stavano smaterializzando.

Sapevo benissimo di dover muovere il culo e scappare al più presto, quello sarebbe stato solo un diversivo per quegli Dei immortali, non li avrebbero di certo fermati, ma per qualche motivo non riuscivo a distogliere lo sguardo.

Quando le mine iniziarono a scarseggiare, con una punta di sadismo azionai un meccanismo che avrebbe elettrificato il campo, imprecazioni colorite mi giunsero dagli altoparlanti, ma mi fecero anche capire di dovermene andare.

Il Corvo e La RabbiaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora