Nessun sole dietro le nuvole

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Jake's point of view

Spengo la sveglia cinque minuti prima che suoni. Ormai ci ho fatto l'abitudine. Fuori dalla finestra mi saluta un cielo grigio e sonnacchioso, il sole che fa capolino malinconicamente dalle nuvole stanche. Nella mia piccola camera regna il silenzio, come sempre.

Sospiro e mi alzo. Mentre mi vesto controllo il cellulare: neanche un messaggio, né dello zio né di Raphael né delle poche altre persone che potrebbero mandarmene uno.

Esco sul terrazzo e mi concedo i soliti due minuti di contemplazione di ciò che mi circonda. Il vento mi scompiglia i capelli, accarezzandomi il viso.

'Lasciati andare, permettimi di portare via ciò che ti angustia...'

Annuisco. Sarò pazzo, ma il mattino lo faccio sempre. Il vento mi capisce.

Vado in cucina.

- Mamma?

Non c'è, e non è neanche in salotto. Inizio a fare colazione da solo.

Va tutto bene, mi ripeto, essere soli non è così male.

Però sei invidioso di Raphael, eh? Lui e la sua vita perfetta.

Cerco di scacciare la vocina maligna nella mia testa. Ce ne sono tante, una più cattiva dell'altra.

Io non sono invidioso di Raphael, non potrei mai essere invidioso della persona che per me è come un fratello, il mio unico vero amico e anche colui che mi ha salvato infinite volte quando ogni cosa era troppo pesante da sopportare.

Allora perché eviti il più possibile di restare a dormire da lui, a meno che non te lo chieda? Che c'è? Ti fa male vedere come lui abbia una mamma e un papà che fanno colazione con lui?

Scuoto la testa.

Smettila, la ammonisco. Questi discorsi mentali sanno essere più estenuanti di un litigio.

Avanti, Jake. Lo sai meglio di me che anche senza Stecco tutti starebbero bene...

Come ogni mattina le lacrime mi rigano le gote e cadono nella tazza con un 'plic!' quasi assordante nel silenzio assoluto. Butto ciò che resta della mia colazione e vado a cercare la mamma. So di essere già sufficientemente magro, troppo, ma non ce la faccio a finire di mangiare, non con questo groppo che mi ostruisce la gola.

- Mamma?

È in camera sua, seduta goffamente sulle ginocchia. I lunghi capelli le ricadono sulle spalle e davanti al viso, coperto dalle mani. Per terra c'è la collana che le ha donato Michael, insieme a un mucchio di carte e foto.

- Mamma?

Lei singhiozza. Oh no, ti prego, non ora. La mia vita è già abbastanza traballante.

Accenno un passo all'interno, lei trema e singhiozza irrefrenabilmente. Dal suo polso gocciola sangue, mi accorgo di alcuni pezzi di vetro sparsi qua e là, pezzi di una cornice in frantumi. È la foto di lei e papà al mare, prima che lui partisse.

Mi inginocchio stando attento a non finire sopra qualche coccio e la abbraccio forte. Sono poco più alto di lei. Mia madre è troppo presa dal proprio dolore per badare a me, ora.

Ho passato tutto questo milioni di volte, una di più cosa mi cambierà? E come ogni volta che me lo dico si ripete ancora, ancora e ancora. Non credo che la ferita nel cuore della mamma si rimarginerà mai.

Mentre mi inzuppa la maglietta di lacrime resto in silenzio. Una volta mi ha detto che sono l'unica persona con la quale non si vergogna di piangere per la morte di mio padre. Non esistono motivi per cui piangere è una vergogna, mamma.

- Mamma... ti prego, non farlo mai più - sussurro, il sangue che sta imbrattando la mia t-shirt grigia. La mia preferita, che un tempo apparteneva a Raph.

- È stato un incidente - singhiozza.

Anche quella pallottola poteva esserlo... non accampiamo scuse, fra di noi.

- Vieni.

La porto in bagno, dove le medico il taglio sul polso. Evita il mio sguardo, i miei occhi uguali ai suoi, osservando il cielo triste con aria distante.

Con un sospiro, vado a prendere il cellulare.

Non credo che oggi andrò a scuola, e poi tanto Raph capirà, lui capisce sempre.

- Pronto?

È una voce gentile, gracchiante, dallo spiccato accento italiano. Appartiene al datore di lavoro di mia madre, Antonio, un anziano signore di origini italiane che si è trasferito qui quand'era giovane.

- B-buongiorno, sono J-Jake...

- Ah, piccoletto! Dimmi, dimmi.

È come un nonno adottivo: ha preso a cuore me e la mamma e fa di tutto per aiutarci, ad esempio dandole più giorni di vacanza o qualche piccolo extra. Non c'è cliente (nuovo o affezionato) che non lo adori.

- Io... mi dispiace, la mamma sta male.

- Oh piccoletto! Non te preoccupa'!

- G-grazie - balbetto con voce stanca. Vorrei tanto rifugiarmi nell'allegra stanza di Raphael e dormire fino a domani sul suo letto morbido e caldo.

- E de che? Fa' gli auguri di buona guarigione a Crys e dille di rimettersi presto!

- Lo farò... - sussurro, prima di appendere. Chiamo lo zio Shane. Lui risponde immediatamente, preoccupato.

- Jake, tesoro. Che succede? Ancora la mamma?

- Sì...

Sono esausto, perfino il pavimento mi sembra molto comodo, in questo momento.

- Arrivo.

Dieci minuti dopo è qui, col fiatone e un'espressione stravolta sul viso così simile a quello della mamma. Prima di andare da lei mi abbraccia forte.

- Adesso è tutto okay, Jake. Vai a scuola? Può accompagnarti Max...

Scuoto la testa.

- No, resto qui...

- Okay. Bravo ragazzo. Jake, sappi che io sono davvero molto, molto orgoglioso di avere un nipote come te.

Annuisco brevemente e vado in camera della mamma. La bella cornice che conteneva la foto di mamma e papà difficilmente si potrà riparare. Osservo la foto.

Il cielo è chiaro, a metà fra il grigio e l'azzurro. Il mare sullo sfondo sembra un'incredibile distesa di velluto contro il contrasto della sabbia bianca, decorata da qualche alga marrone. Mia madre è davvero felice in questo scatto: sorride come se non avesse un solo pensiero per la testa e le brillano gli occhi, una mano posata sul pancione neanche troppo evidente. A uno sguardo più attento però noto come le sue iridi caramello celino una malinconia grande come il mare. Assomiglio moltissimo a mio padre: ha i capelli del mio medesimo colore, anche se lunghi un bel po' più dei miei, che comunque non sono corti; gli occhi sono verdi, dolci, il sorriso è sicuro. Nell'insieme non è che ci assomigliamo poi tanto fisicamente, ma è come se nello spettro di ciò che era aleggiasse qualcosa che ci avvicina irrimediabilmente.

Abbiamo entrambi un compito, purtroppo che lui mai portò né porterà a termine, quello di stare vicino alla mamma.

Butto i cocci e metto la foto al sicuro. A terra c'è l'ultima lettera di papà, quella dell'esercito, vecchie foto del liceo, e-mail stampate, foto di un viaggio con Michael, la collana col cristallo. Fra le persone che non mi piacciono c'è proprio Michael: si rivolge a me come se avesse qualcosa da farsi perdonare e non lo sopporto.

Dopo aver messo in ordine mi rifugio in camera mia e metto le cuffie. In questi momenti nessuno mi capisce meglio della musica, la musica di una persona dall'altra parte del pianeta che con le sue parole riesce ad attenuare il dolore nel mio petto.

Marco è il mio eroe, per il semplice fatto che quando mi pareva che nessuno potesse comprendere la sua musica c'era, senza fare domande, senza intromettersi, senza essere invasiva o ansiosa. Vorrei tanto assistere a un suo concerto... se solo venisse qui, nella mia città...

Se solo... potessi ringraziarlo...

E sull'onda di questi pensieri mi addormento.

Semplicemente tuDove le storie prendono vita. Scoprilo ora