Trentasei

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L'avvenire aveva deciso come fare andare il corso degli eventi, sapeva già tutto e la sua forza era immane in primis perché controllava ed in secondis perché dava insegnamenti da cogliere e al quale dovevo porgere la massima attenzione. Eppure non capivo, ero felice e non andava bene, ero triste figuriamoci e allora cos'altro voleva da me? Forse non sapevo affrontare niente nel modo giusto? Forse questo niente mi stava dando più di quando immaginassi ed io non sapevo guardare oltre, bensì soffermarmi come quei sensi di colpa che a poco a poco stavano scomparendo oppure Giuliano tutto quello che era successo aveva uno scopo ben preciso. Ma perché doveva togliermelo non capivo? Non capivo se ero incapace, se mi stava insegnando qualcosa affinché avessi la giusta maturità per tornare insieme oppure lo aveva allontanato perché non ero adatta. Era pur vero che ci compensavamo e vi erano molti motivi per cui mi ero innamorata di lui, però non sapevo cosa fare. Magari era dovuto al fatto che l'insegnamento celato, oltre la mia incapacità era dovuto dal fatto che se niente andava come volevo andavo in crisi, sebbene in questa vita niente si poteva proggettare se l'avvenire aveva altro in serbo. Stavo imparando, apprendendo cose che prima non vedevo e mi rifiutavo di farlo perché troppo testarda e ancorata alle mie idee, invece ora come ora ero più consapevole e matura; avevo fatto progressi da quando ero arrivata a Villa Medici, inizialmente pensai a quei sensi di colpa mi attanagliavano l'anima ripensando soprattutto a quel episodio successivamente scompravano gradualmente. Infatti compresi che gli eventi non si potevano controllare. Percepivo la distanza per poi riflettere sul fatto che se ero lì era perché la mia salute mentale ne aveva bisogno, in secondo luogo perché non potevo continuare a rimanere a Firenze con tutta quella pressione che mi avrebbe fatto male. Poi c'era la questione Giuliano da affrontare, nonostante le parole delle ragazze non sapevo dove sbattere la testa ero andata ieri all'appuntamento va bene era un appuntamento contente? Comunque si c'ero andata e si era concluso con una delusione, rabbia in sintesi un nulla di fatto se vogliamo essere precisi. Scappata nella mia stanza e restia a qualunque forma di comunicazione, ci rimasi fino alla mattina successiva.

Ad ogni modo quel incontro, appuntamento così siamo tutti contenti, lo rivevo nella mia mente senza mai riuscire a catalizzare i pensieri su altro come se fosse un'ancora di salvezza da usare durante le mareggiate; allo stesso tempo la rabbia provata si stava dissolvendo lasciando sia un forte senso di incertezza, sia dubbi su dubbi ai quali non sapevo rispondere però neppure dalla mia stanza volevo uscire tanto che quella mattina presi bene la decisione di farmi portare la colazione dalla servitù. Non avevo le forze per scendere, ne per affrontare gente, ne per guardare al di fuori di quella porta, ne per quel profumo floreale e quel sole piacevole che inodava la dimora anzi quel anfratto in cui ero posizionata rappresentava un luogo sicuro. Certo mi sarei dovuta alzare e sistemare come si deve, eppure non avevo un briciolo di voglia soprattutto quando terminai la colazione e fissavo il muro davanti e successivamente il soffitto dopo aver rifatto il letto. Dalla finestra proveniva quello spiffero fresco che sanciva l'inizio di un nuovo giorno, ma zero su zero la mia testardaggine e pigrizia non si accingeva neppure ad alzarsi per chiuderlo e rasentare come se la mia produttività si fosse dissolta perché vittima e troppo presa da quel biondino. Occhi lapislazzulo, un mare azzurro con le sue sfumature che brillavano di luce propria, un sorriso da mozzare il fiato e un arte che si propagava in ogni parte del suo cuore e della sua anima. Però se provavo tutte queste emozioni e il solo guardarlo generava un turbinio con farfalle colorate e sfollazzanti nello stomaco, avrei dovuto affrontare il tutto in modo diverso invece che crogiolarmi nelle riflessioni; il dato era tratto ecco cosa voleva fare l'avvenire, mi aveva presentato l'insegnamento giusto adesso invogliandomi ad agire e fare qualcosa per mediare alla situazione invece io ero in balìa della mia stessa testa. Pensare o non pensare questa era la realtà, fare o non fare, riflettere o non riflettere, Giuliano o non Giuliano. Basta! Cercai di fermare l'orda di pensieri che mi invadevano, di zittirli una volta per tutte e di frenare quella costante che era parte della mia vita. Quanto pensavo e quanto alle volte perdevo un'infinità di tempo, su un qualcosa che si poteva risolvere in poco ed io invece ci mettevo una vita ma ognuno li affrontava a proprio modo così andavano le cose e così bisognava capirli. Fu allora che rimisi tutto in ordine, canticchiando qua e la come se fossi in trappola all'interno di un castello fortificato e dalla mura possenti che nessuno poteva scavalcare se ci avesse provato sarebbe stato inutile. Quindi non si trattava di chi era stato ad imprigionare la principessa, ma lei che pur rifiutando di stare lì perché abituata accettava le condizioni. Combattere contro la propria testa in quella sinfonia che intonai, in maniera stonata perché il canto non era di certo la mia dote anzi preferivo di gran lunga la scrittura che mi teneva impegnata per tempo facendomi staccare la testa in quella fame di libertà. Buttata nuovamente sul letto con le braccia che cambiavano posizione a piacimento, respirai a pieni polmoni quel aria cambiata dal sapore di primavera durante le pulizie senza ovviamente aver arrecato disturbo alla servitù mentre mi apprestavo a leggere il libro in pace e tranquillità con il silenzio che era parte integrante sia della stanze sia delle mie orecchie creato dalla bolla per combattere il disordine reale e mentale. Lessi a più non posso attenta e concentrata non udendo neppure chi avesse bussato, infatti tale era il silenzio che non pronunciai 'avanti' come se lo reputassi di scarsa utilità una parola che sanciva di entrare ma niente rimasi assuefatta dalla lettura immersa in una realtà non mia; finché la porta si spalncò celando chi se non Lilya bella sorridente e nel pieno delle sue energie, scompigliando la tranquillità e trasformandola in rumore. Certo stavo bene in quello status, ma era giunto il momento di dare brio e far festa perché mi cominciava ad artigliarmi la gola standomi talmente stretto da non farmi respirare; era arrivata al momento giusto, proprio quando avevo anche terminato il capitolo giungendo alla fine e al punto che ne faceva cominciare il prossimo felice altrimenti lo avrei lanciato dalla finestra. Quel rumore ne era il tipo che portava giovamento al cuore e all'anima, chi meglio di Lilya poteva assumere il ruolo di portare felicità alla sua amica in balìa della sua mente e dei pensieri riguardanti il biondino che iniziava per G e finiva per O. La marchesa Lisandri per gli amici Lilya, la gioia e la felicità fatta persona ne incarnava i sani principi dettata da queste due parole dal gran significato.

Il bacio della marchesa (IN REVISIONE)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora