Trentatre

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Che cos'era la stranezza? Cosa si nascondeva in questo aggettivo tanto profondo tanto emblematico? Ma soprattutto perché si definiva tale? Sulla faccia della terra vi erano molto modi di definire un essere umano strano, soprattutto quando quest'ultimo decideva di prendere del tempo per sé e molti credevano che avesse abbandonato la sua famiglia. Non dovevo giustificare le scelte prese agli estranei, si trattava della mia salute mentale ed in quanto tale era mia dovere proteggerla. Non dovevo farmi abbindolare da ciò che dicevano, non dovevo fare niente che potesse nuocere, non dovevo fare altro che ascoltare me stessa e basta perché la mia priorità in quel momento era stare bene eliminando i sensi di colpa che mi attanagliavano come una lama affilata e sapevo anche che erano un fattore di crescita personale. D'altra parte erano presenti invece coloro che si contrapponevano alle dicerie che sarebbero sorte se avessero saputo che ero lì, qualcuno poteva accorgersene di ciò che stavo attraversando e del periodo pesante, difficile per niente facile; qualcuno poteva chiedersi il motivo al posto di giuducarmi senza sapere nulla, qualcuno poteva persino domadarsi cosa le frullava nella mente della marchesa Carolina De Medici. In tutto questi casi se si fosse presentato un esercito di persone avrei risposto che necessitavo di tempo e di tornare a casa, al fine di rimanerci finche il cuore non fosse tornato a battere a ritmi regolari. Avrei aggiunto che avevo bisogno di elaborare, sebbene i miei occhi avessero visto ciò che non si sarebbero mai aspettati di vedere difatti se potessi tornare indietro e raccontassi alla me di prima dell'accadimento riderebbe a crepapelle. Suppergiunta potevo anche chiudermi in un silenzio che avrebbe sancito il fatto di essere lasciata in pace, in più non ci pensavo minimamente a tornare facendomi soppiantare dal soffocamento che avrebbero provocato la città riportando in essere quello scoinvolgimento. La cosa positiva era che almeno i sensi di colpa mi davano tregua durante la notte, prendendosi una meritata pausa per poi ripartire a tutta carica. Riflettevo, pensavo, mi sforzavo di comprendere qual era il modo giusto per tornare e andare avanti preferivo rimanerci confinata nella mia dimora combattendo allo stesso modo in cui stava facendo Bianca mettendocela tutta in quella guerra contro la morte. Seppur soccombevo mi impegnavo al massimo alternando in quei giorni, momenti di lotta interiore a momenti di rilassamento e dedicandomi alle mie attività per poi ricominciare daccapo al fine di portare ordine nel disordine impresa difficile ma che ero ben sicura di portare a termine. Non occorrevano armi in questa guerra mentale, psicologica e fisica che coniugava queste tre importanti caratteristiche serviva forza di volontà, d'animo e credere in quel che si stava facendo. Il giusto connubio per proseguire e arrivare alla vetta. Nonostante gli ostacoli potevo ritenermi soddisfatta soprattutto perché passai, da un fase in cui la colpa era mia esclusivamente in cui alternavo questo termine con non era possibile che fosse tutta. Ovviamente presenti erano i momenti in cui aveva la meglio altri invece in cui veniva sconfitta, insomma una lumga lotta contro se stessi che da quando era arrivata finora non mancavo mai di essere una fervente combattente che mostrava il suo valore. Per di più a seguito di questa battaglia, se questi pensieri intrusivi avevano il sopravvento sapevo alla perfezione come fronteggiarli perché avevo tutti gli strumenti a mia completa disposizione.

I giorni trascorsi a casa erano uguali, mi dedicavo alle mie attività preferite cercando di smorzare il trambusto nella mia mente e limitando quanto più possibile il contatto sociale. Era pur vero che poteva essere sbagliato, ma ne avevo bisogno e non mi importava cosa avrebbero pensato di me per di più quando me la sentivo avrei parlato. Le lettere arrivarono da Firenze ed io ogni giorno rispondevo, tenendo aggiornati i miei familiari sulle mie condizioni di salute e talvolta scherzando con i miei fratelli e cugini il momento in cui il lato divertente si palesava facendomi vivere un po' di tregua; soprattutto quando facevano battute, affibbiandomi in maniera scherzosa,il soprannome della fuggitiva di Firenze ed io mi piegavo in due dalle risate trovando il modo di non scoppiare a piangere perché c'erano anche momenti in cui la distanza mi logorava. Eppure nonostante fossimo vicini e quel legame mai si sarebbe sciolto, mi mancavano ma dovevo resistere perché dentro di me non mi sentivo ancora pronta per tornare a Firenze. Ad ogni modo a seguito di tutta quella corrispondenza a cui dedicavo alcune ore del giorno non quantificabili nella mattina e pomeriggio, tutti Lucrezia Donati compresa, Lilya e Clarice sapevano della mia fuga se così volevano chiamarla anche Giuliano non mancava come sosteneva lui quel giorno in cui ero partita che mi avrebbe rotto le scatole e così stava facendo. Mi scriveva lettere piene d'amore celebrandolo, scusandosi per i lunghi periodi di silenzio invece io lo tranquillizzavo dicendogli che era acqua passata e se aveva bisogno poteva venire in modo tale da poter stare insieme. Insomma tra lettere e subbugli nel cuore, a Lorenzo non mancò affatto di spendere qualche parolina in misura minore rispetto a Giuliano, quei momenti erano per me fondamentali perché mi permettevano di staccare la mente sebbene gettavano le basi per ulteriore confusione. Il cuore era diviso in due parti in cui l'una cercava di avere la meglio sull'altra, mentre la parte razionale si impegnava a farmi capire; ascoltavo, razionalizzavo, poi c'era il pensiero intrusivo che sosteneva che stavo sbagliando tutto e quindi dovevo per forza di cose ricominciare da una testarda cosa ci si può aspettare e non pensare e ripensare nulla che non sia questo. Ed io non avevo niente da fare, quindi la prendevo come un passatempo a cui dedicarci ore. Seduta sul giardino in una sedia comoda con tanto di cuscini, ammiravo il giardino verdeggiante con quegli alberi da frutto succosi che mi ricordavano che prima o poi avrei dovuto raccoglierli ed io puntualmente mi dimenticavo. C'era una tranquilità intorno a me come se quella fatica per costruirla ne era valsa la pena, certo la servitù svolgeva le sue faccende ma era come se non sentissi altro che la òru avera avvolgente e il sole caldo piacevole mi avvolgeva con fare accogliente e protettivo. Immersa completamente nella beatitudine, venni ridestata immediatamente e ci mancò poco che non solo stavo lì lì per addormentarmi ma peggio cadere dalla sedia e farmi male era ben peggio.

Il bacio della marchesa (IN REVISIONE)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora