Il cortile della scuola era avvolto in quella strana apatia tipica delle prime ore del mattino: un'aria sospesa e sonnolenta, come se tutto e tutti fossero in attesa di un segnale, una scossa che desse senso a quel nuovo giorno ancora anonimo.
I rami contorti della vecchia magnolia proiettavano ombre spezzate sul terreno, lasciando filtrare raggi di sole pallido che si distendevano a terra come frammenti di puzzle che nessuno aveva voglia di ricomporre.
Gli studenti erano sparsi ovunque: chi seduto sulle panchine con aria di chi aveva già perso la guerra contro la sveglia, chi con gli occhi incollati al telefono come se lì dentro si nascondesse una via di fuga dalla realtà.
E poi c'erano loro tre , appoggiati come da abitudine al solito muretto vicino alla recinzione, il loro quartier generale non ufficiale.
Stessa ora, stesso posto, stessi sguardi a metà tra il sonnacchioso e il disinteressato.
Era una routine così ben collaudata da sembrare automatica eppure incredibilmente rassicurante. In mezzo alla monotonia, quella era la loro costante.
Dalia si rigirava nervosamente una ciocca di capelli tra le dita, quel piccolo gesto che faceva ogni volta che voleva dire qualcosa senza mostrare troppo interesse, ma ormai era palese a chiunque che stesse per chiedere qualcosa di importante.
— Evan hai sentito nulla sui crediti aggiuntivi? — chiese con un tono che voleva sembrare casuale, ma tradiva una sottile speranza.
Evan sollevò gli occhi al cielo, stiracchiandosi come se la domanda lo avesse appena svegliato da un sonno profondo e senza fine.
— Ah sì, ovvio, me lo sono segnato sul mio calendario mentale, proprio tra "esaurimento nervoso" e "voglia di vivere: zero" — Rispose, trascinando la suola della scarpa sull'asfalto con un gesto teatrale a sottolineare il suo disinteresse acuto.
Dalia sbuffò piano, senza rispondere subito: ormai era abituata al sarcasmo cronico di Evan, capace di essere polemico anche parlando del meteo.
Accanto a loro, Daniel era accovacciato sul bordo del muretto, intento a sbucciare un'arancia con la solennità,quasi chirurgica,di chi maneggia un oggetto prezioso.
Ogni suo movimento era lento, quasi drammatico, come se quell'agrume fosse l'ultima fonte di vitamina C rimasta sulla Terra.
Una goccia di succo gli scivolò tra le dita e, guardando Evan con un sorrisetto malizioso, disse:
— Magari uno che ne ha bisogno. Tipo te? — portandosi uno spicchio alla bocca con un'aria innocente.
Evan si girò verso di lui con una lentezza esasperata, come se stesse cercando di decidere se rispondere o simulare un collasso per evitare la conversazione.
— Ah, certo, e tu invece? Facciamoci compagnia, i crediti. Ti va, genio? Così vediamo chi si annoia prima— Ribatté, ma sotto la superficie la sua irritazione lottava per non emergere tutta.
Daniel rise piano, scrollando le spalle con la leggerezza che lo contraddistingueva, quella facilità con cui a volte faceva venire voglia di prenderlo a cuscinate.
— A me non servono più. Me ne mancano cinque per chiudere l'anno. Tu invece... se non sbaglio, sei ancora a doppia cifra, giusto? — disse, senza nemmeno guardarlo, come se parlasse del tempo che fa.
La frase colpì Evan più di quanto volesse ammettere. Il suo volto restò neutro, ma con un gesto nervoso si passò una mano tra i capelli. Quel sottile alone di tensione si diffondeva come un'ombra, la consapevolezza che era in ritardo, ma ancora incapace di iniziare a correre davvero.
E proprio in quel preciso istante, la campanella trillò rompendo quella scena con una tempistica perfetta, come una regia celestiale.
— Salvato dalla campana — commentò Dalia con una mezza risata, lanciandogli uno sguardo tagliente che diceva chiaramente: quella conversazione non era finita, solo rimandata.
I tre si separarono senza molte parole, ognuno inghiottito dal proprio corridoio, dalle luci fredde dei neon, dai professori ancora più assonnati di loro stessi.
Ma quel breve scambiotessuto di frecciatine, battute e silenzi mai davvero colmati era parte integrante del loro linguaggio segreto, un modo per dirsi: ci siamo, anche quando fingi di non ascoltare.
La voce monotona del professore si riversava nella classe come un ronzio ininterrotto, un brusio privo di vita che si mescolava al ticchettio ritmico di una penna e allo sfregamento insistente del gesso sulla lavagna.
I numeri scritti si moltiplicavano e svanivano nella mente di Evan, trasformandosi in segni senza forma, graffi invisibili su una superficie liscia e fredda.
L'aria sembrava farsi densa e stagnante, come se persino l'ossigeno avesse perso interesse nel fluire.
Senza pensarci troppo, alzò la mano, un gesto quasi automatico.
— Posso uscire un attimo prof? — la sua voce era flebile, quasi un tentativo di non disturbare l'inerzia che avvolgeva la stanza.
Il professore annuì senza distogliere lo sguardo dall'equazione che tracciava sulla lavagna, troppo assorto per notare davvero Evan.
Nessuna domanda, nessuna esitazione. Perfetto.
Evan si alzò con movimenti misurati, lenti, quasi come se cercasse di non attirare l'attenzione mentre attraversava l'aula.
Qualche sguardo occasionale lo sfiorava, distratto e vuoto, ma nessuno abbastanza presente da notare davvero la sua fuga.
Il corridoio era deserto, silenzioso, sospeso nel tempo. Le porte chiuse delle classi isolavano il brusio ovattato delle lezioni, separandolo da quel mondo ordinario in modo quasi surreale.
I suoi passi lo guidarono senza una meta precisa verso i bagni, il santuario di chi cerca un respiro senza spiegazioni.
Entrò, e l'odore pungente di disinfettante e umidità lo investì come un'onda familiare: fastidioso ma rassicurante nella sua prevedibilità. Si avvicinò al lavandino, fece scorrere l'acqua gelida.
Le mani tremarono leggermente sotto il getto, poi portò l'acqua al viso, un gesto che non era solo per svegliarsi ma per riaccendere una sensazione di realtà che sembrava svanire con ogni secondo trascorso.
Si guardò nello specchio.
Occhiaie leggere ma evidenti, uno sguardo spento che non riconosceva più, una bocca serrata a difesa di qualcosa che non riusciva né a nominare né a affrontare.
Poi, un suono. La porta che si aprì con un rumore secco e metallico. Un brivido gli scivolò lungo la schiena.
Matthew entrò, la sua presenza riempì la stanza come un'ombra minacciosa che si allungava troppo vicino al suo spazio.
Evan sentì lo stomaco contrarsi, una morsa difficile da decifrare, non esattamente paura ma qualcosa di simile, un nervosismo sordo e costante.
Matthew avanzò lentamente, assumendo tutta la stanza come fosse sua, come se fosse un re nella sua corte.
Alto, spalle larghe, capelli castano scuro lievemente spettinati, e quegli occhi gelidi, penetranti, fissi su di lui con un'intensità quasi devastante, capace di lasciare scoperte le sue difese.
Evan abbassò lo sguardo istintivamente, ma sapeva che era ormai troppo tardi per evitare quello sguardo.
Matthew si fermò accanto agli specchi, apparentemente disinteressato, ma la sua presenza era come una tempesta compressa, pronta a scatenarsi in qualsiasi momento.
Poi, con la voce graffiante che spezzava il silenzio, disse:
— Che cazzo guardi? —
Non c'era urgenza, né rabbia vera, solo una tensione sottile e vibrante che sembrava masticare il silenzio tra le parole.
Il sangue gli pulsava nelle tempie, le dita erano ancora umide, serrate lungo i fianchi.
Avrebbe voluto rispondere, difendersi, ma la gola gli sembrava prosciugata da un fuoco invisibile.
— Io... niente— Il tono era fragile, esile, e lo odiò appena uscì dalla sua bocca.
Matthew inclinò leggermente la testa, come se stesse osservando un insetto sotto una lente, qualcosa di insignificante o fastidioso.
— Niente, eh? Allora smettila di fissarmi come un coglione—
La frase cadde con quel tono sospeso tra disprezzo e divertimento, come se il fastidio fosse solo una maschera per qualcosa di più profondo, un gioco oscuro che entrambi conoscevano senza volerlo ammettere.
Evan strinse la mascella, gli occhi ancora incollati allo specchio, consapevole che quello era lo stesso, eterno gioco di parole e silenzi aggressivi, un'invasione silenziosa che non riusciva mai a ignorare.
— Non ti stavo fissando— La voce uscì più dura di quanto volesse, rabbia o forse solo stanchezza.
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Habit
Fiksi PenggemarC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
