Il pomeriggio si era condensato in una bolla d'aria immobile, quasi irreale nella sua quiete profonda. Quella tregua sacra, rara e preziosa, avvolgeva la stanza come una carezza silenziosa, eppure Evan la trovava stranamente rassicurante, un'oasi di calma in un mondo confuso.
L'aria, era invece fresca e immobile, intrisa del leggero odore di un caffè ormai freddo, abbandonato su un lato del tavolo.
Ogni respiro sembrava assorbire quelle fragranze, facendole più intense e vive nella mente di Evan. La stanza era tinta di un oro morbido, creato dalle ultime, stanche lame di sole che si facevano strada a fatica tra le fessure delle tende impeccabili, disegnando fasci dorati e ombre languide sui mobili moderni e sobri.
Il mondo al di fuori di quelle pareti pareva diventare un concetto distante, astratto e privo di peso.
L'universo di Evan si riduceva a quel perimetro, quel rifugio di luce e silenzio che li teneva insieme.
Solo il martellare incessante delle dita di Matthew sulla tastiera interrompeva quel silenzio, diventando un metronomo ipnotico e preciso che scandiva il tempo dentro quella bolla senza tempo.
Erano immersi nel progetto da ore, persi in un flusso muto di concentrazione totale che li aveva fatti dimenticare il resto del mondo.
Sembrava quasi che stessero lavorando fianco a fianco da sempre.
Evan alzò lo sguardo, ormai un gesto automatico, un controllo periodico verso quella figura densa di tensione e dedizione.
Matthew era un blocco di attenzione, il volto contratto in una smorfia di sforzo.
I suoi capelli folti e ribelli si accavallavano sulla fronte sudata, e lui li scacciava via con un movimento secco e distratto del polso, quasi a voler scacciare via anche il peso del lavoro.
Un dettaglio minuto eppure, per Evan, pieno di significato; lo seguiva senza neanche accorgersene, come un'ancora al presente.
Improvvisamente, la vibrazione insistente del telefono spezzò quell'equilibrio fragile e perfetto. Una, due, tre volte.
Sul display, il nome di Alex lampeggiava come un richiamo indesiderato, un disturbo nel silenzio sacro.
Evan trattenne un sospiro, rispondendo appena con quel minimo indispensabile di parole per non abbandonare l'atmosfera che con Matthew, per qualche inspiegabile ragione, sembrava diversa da ogni altra cosa.
Matthew non sbuffò, ma emise un suono aspro, un misto di esasperazione e irritazione che tradiva il suo disagio.
Le dita si bloccarono sospese sopra i tasti e lui ruotò lentamente la testa verso il soffitto, in un gesto teatrale e quasi violento carico di frustrazione.
— Sei una celebrità oggi — disse, la voce bassa ma tagliente come vetro rotto.
Evan fissò il display, la luce fredda che rifletteva sul suo volto assorto, prima di premere lentamente il tasto di spegnimento.
— È Alex. Voleva sapere se avessi già mandato una bozza al professore —
Matthew si voltò, la postura rigida, un'espressione levigata ma una maschera sottile che non poteva nascondere il lampo amaro negli occhi. Una risata breve e tagliente gli sfuggì dalle labbra.
— Certo. Alex. Sempre pronto a farsi sentire quando non serve a nulla — il sarcasmo saturava l'aria come un veleno sottile.
Tornò a guardare lo schermo, ma il gesto fu troppo deciso, quasi violento.
La mano destra colpì con un tic nervoso il bordo della scrivania, tradendo la calma apparente molto più delle parole appena dette.
Evan, con un sorriso sottile, inclinò lievemente il capo, complice nell'osservare quella battaglia interna che Matthew cercava di nascondere.
— Ti disturba così tanto? — domandò, la voce ora leggera, quasi provocatoria.
Matthew non distolse lo sguardo dallo schermo, ma il labbro si arricciò in un sorriso storto, una lama invisibile che trapelava ciò che non avrebbe mai detto.
— Mi disturba la gente che non sa farsi i cazzi propri — Il tono era piatto, innaturalmente controllato, ma la mascella serrata tradiva ogni sua emozione.
Evan sollevò un sopracciglio, gustandosi quella contraddizione tra la voce calma e la tensione evidente.
— Quindi la risposta è sì... Sei geloso — affermò con un sussurro di divertimento evidente.
Matthew rimase immobile come bloccato da un congelamento improvviso: lo sguardo fisso allo schermo era solo una finzione di concentrazione, mentre le dita tese, rigide, avevano smesso di battere sulla tastiera.
La stanza era immersa in una quiete carica di un'elettricità statica, palpabile e vibrante, come l'aria prima di un temporale.
Un sospiro più pieno, quasi un'esalazione di rabbia contenuta, sfuggì a Matthew mentre si portava una mano ai capelli, tirandoli indietro con un gesto nervoso che tradiva ogni residuo di calma.
— A me sembra che ti diverta a immaginare stronzate — La secchezza del tono era un coltello affilato nell'aria tesa.
Il riccio rispose con una risata sommessa, quasi un sussurro di sfida, sufficiente a far irrigidire ancora di più le spalle di Matthew.
La tensione tra loro non era più solo un'atmosfera: era una presenza fisica, densa, irradiata dalla distanza sottile e inconsueta che li separava, dalle parole non dette e dagli sguardi rapidi e carichi di significato appena scambiati.
Matthew si chinò in avanti, gomiti sulle ginocchia, le dita che giocavano nervosamente con il bordo della felpa, rivelando la sua lotta interna.
Alzò lentamente lo sguardo, questa volta diretto e crudo, gli occhi brucianti di una verità non detta. — Senti... — iniziò con voce roca, bassa, stanca per lo sforzo di ammettere.
— Non me ne frega un cazzo di quello che fa Alex. Ok? —
Quel finale, quel fragile "ok?" tradiva la vulnerabilità di chi teme la risposta di chi ascolta.
Evan lo fissò per un attimo più lungo del necessario, poi si sporse appena in avanti, spezzando quella distanza di sicurezza che di solito si mantiene tra loro con una naturalezza quasi provocatoria.
— Non sembra, sai? — mormorò — Non ti dà fastidio Alex... ma che stia cercando me —
Per un attimo, Matthew inclinò la testa verso il basso, sconfitto.
Le ciglia tremarono lievemente e la sua rabbia si sfumò in un'ombra di verità, non pronunciata da parole.
Non disse nulla.
Un sorriso divertito solcò le labbra di Evan, che trattenne una risata calda e sottile.
Si alzò lentamente dalla sedia, lasciando svanire il contatto visivo, ma con un calore che rimase sospeso nell'aria.
— Hai un modo... interessante di negare le cose— disse con quel sorriso malizioso, inclinando la testa.
Rovistò tra libri e fogli sparsi in cerca degli appunti per la parte teorica, mormorando tra sé. — Aspetta, avevo preso gli appunti... —
Non fece in tempo a raddrizzarsi.
Matthew si mosse con la rapidità di un felino, afferrando forte il polso di Evan con una mano, l'altra sfiorò la sua schiena in un gesto a metà tra impulso e necessità.
In un attimo Evan si ritrovò sollevato, trasportato con sicurezza all'indietro, seduto sul bordo freddo della scrivania.
Il respiro si bloccò nella gola, sorpresa e adrenalina si mescolarono in un brivido improvviso lungo la spina dorsale.
— Ma che...? — cominciò a protestare, ma Matthew gli interruppe il discorso, insinuandosi tra le sue gambe con naturalezza, come se fosse la posizione più logica e immediata.
Le mani del più grande si posarono ai lati della scrivania, imprigionandolo in una morsa morbida ma inequivocabile.
La distanza tra loro si ridusse a un unico filo, a pochi respiri.
Gli occhi di Matthew erano scuri, decisi e ancora segnati dall'ombra di una gelosia negata.
Ma ora, oltre quella ferita silenziosa, brillava una nuova certezza, primitiva e inesperta, che nemmeno lui sembrava riconoscere del tutto.
— Non ti azzardare a ridere di me — mormorò, la voce roca bassa, mentre un alito caldo gli sfiorava la mascella.
Il cuore di Evan batté forte contro le costole, ma quel sorriso provocatorio non scomparve; anzi, si fece più ampio e sfacciato.
— Non sto ridendo di te... — sussurrò con un filo di sfida, inclinando appena il mento verso di lui. — Sto ridendo per come ti comporti quando non vuoi ammettere qualcosa —
Matthew rispose con uno sbuffo quasi impercettibile, un ringhio contenuto che gli tolse la maschera di calma.
Si avvicinò ancora, a un centimetro di distanza, il suo corpo occupava lo spazio, gli rubava il respiro, eppure non lo toccava ancora.
Era una vendetta silenziosa ma intensa, un gioco di potere velato e di emozioni non dette.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
