Il letto sembrava rifiutarlo, come se ogni fibra del materasso fosse permeata da un'insopportabile inquietudine che si conficcava nelle ossa.
Evan si rigirava continuamente, cercando di sradicare quel senso di tormento che gli avvolgeva il petto, ma ogni movimento era solo un vano tentativo di placare quel tumulto interiore.
Il volto affondava nel cuscino, cercando conforto, o forse solo una tregua, ma subito si sollevava, frustrato, come prigioniero di sé stesso e di un'angoscia senza nome.
Nel tardo pomeriggio domenicale, il tempo sembrava scorrere lento e senza colore, la stanza immersa in una penombra grigia, soffocante.
Le tende socchiuse lasciavano filtrare una luce smorta, quasi incerta, simile a un respiro trattenuto sul punto di svanire.
Fuori, novembre mostrava la sua faccia più crudele.
Il cielo era una lastra opaca, un muro di nubi gonfie e minacciose, pronte a schiacciare ogni cosa sotto il loro peso gelido.
Il vento tagliente si insinuava tra i vicoli come un predatore invisibile, sollevando mulinelli di foglie secche che frusciavano contro i muri con sussurri sommessi e perduti.
Le finestre tremavano di tanto in tanto per il colpo di qualche folata, ma la casa restava immobile, muta, come se avesse accettato da tempo la propria resa all'inverno che avanzava.
Evan fissava il soffitto con le braccia incrociate dietro la testa, ma la sua mente vagava in un labirinto oscuro, intrappolata in un groviglio di emozioni taglienti come filo spinato.
Due giorni.
Due giorni senza risposte, senza un frammento di coraggio, senza alcuna pace.
Il telefono giaceva sul comodino, spento o forse ignorato, ma lui lo osservava come se si aspettasse potesse esplodere tra le sue mani in un momento di disperazione.
Daniel e Dalia avevano scritto ripetutamente. Evan aveva letto quelle anteprime con uno sguardo colmo di colpa e timore, senza mai aprire davvero i messaggi.
Le loro parole di preoccupazione sapevano di ferita aperta più del silenzio che ormai era diventato un muro invalicabile.
Ma come avrebbe potuto rispondere? Come avrebbe potuto trovare parole per qualcosa che neppure lui riusciva a capire?
Il pensiero di Matthew era una ferita viva, pulsante, una lama sottile che non smetteva di scavare dentro.
Ogni volta che chiudeva gli occhi, l'immagine riaffiorava quasi con forza dolorosa: lo spogliatoio caldissimo e appannato dal vapore, l'odore pungente di cloro e sudore, le mani calde di Matthew che asciugavano le sue lacrime, il suo sguardo così vicino, così diverso dal solito disprezzo.
E poi quel bacio.
Non era stato un gesto casuale, né un momento d'impulso nato da confusione.
No.
Era stato lento, struggente, quasi sacro.
Un istante sospeso dove ogni cosa intorno cessava di esistere: il mondo, il passato, le ferite.
Solo il battito del cuore, così forte da sembrare quasi un urlo nel silenzio, e la pelle che ardeva sotto quel tocco inatteso.
E poi... la fuga.
Matthew era scappato, come se quel bacio fosse stato un errore imperdonabile, un segreto oscuro troppo grande da sopportare, come se un senso di colpa insopportabile lo avesse risucchiato e trascinato via.
"Perché lo ha fatto?" il sussurro uscì dagli spalancati labbra con uno stridore di voce rotta, perso nel silenzio opprimente della stanza.
Quelle parole si frantumarono come vetri infranti nell'aria gravida di attesa.
Perché proprio lui?
Perché Matthew, che nei lunghi anni era stato il volto famelico del disprezzo, delle battute taglienti, degli sguardi impietosi?
Matthew, che aveva reso i corridoi della scuola un campo di battaglia dove Evan si sentiva sempre più fragile, più solo.
Eppure, adesso c'era un altro Matthew.
Quello del bacio.
Quello che lo aveva guardato come se nei suoi occhi leggesse qualcosa che lui stesso non voleva vedere.
Evan chiuse gli occhi per un istante, inspirando a fondo, come cercasse di ancorarsi a qualcosa di solido. Sotto la confusione, sotto la rabbia e la paura, si muoveva una verità più profonda e spaventosa: quel bacio non lo aveva disgustato, non lo aveva respinto né confuso.
Lo aveva risvegliato. Lo aveva scosso. Gli aveva fatto sentire, per la prima volta da troppo tempo, che era ancora vivo.
Quel pensiero era il più terribile di tutti.
Scostò le coperte lentamente, il freddo del pavimento gli morse i piedi nudi, ma Evan non si fermò.
Doveva muoversi, doveva fare qualcosa, o sarebbe stato annientato dal suo stesso tormento.
Non poteva più chiudersi in se stesso ogni volta che il terrore bussava alla porta.
Con mani tremanti afferrò il telefono.
Lo schermo si illuminò di colpo, mostrando notifiche non lette.
Le ignorò tutte.
I pollici si mossero incerti, eppure le parole sgorgarono limpide, inevitabili:
"Vediamoci al solito posto. Tra poco sarò lì"
Premette "invia" prima che la ragione potesse fermarla.
Il messaggio a Daniel era partito.
Un gesto minuscolo, ma sufficiente.
Una crepa sottile nella fortezza del suo isolamento.
Il primo passo, tremante e incerto, verso qualcosa di ignoto.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
