Halloween aveva avvolto la città da settimane, una lunga e inquietante ombra arancione fatta di zucche ingiallite, luci intermittenti oscillanti come fiammelle impazzite, e promozioni su cioccolatini che riempivano gli scaffali dei supermercati.
Ogni angolo sembrava una sfida silenziosa a chi riuscisse a spaventare di più: ragnatele finte, tese tra pali della luce sbiaditi, altoparlanti gracchianti che diffondevano urla finte e stridule, e bambini già mascherati in anticipo, piccoli demoni, streghe e persino unicorni, perché ormai il confine tra spettrale e surreale si era dissolto da tempo.
Per Dalia, però, quella festa tanto desiderata aveva perso il fascino gioioso, trasformandosi in una corsa ad ostacoli invisibili e agitati.
La palestra della scuola era diventata il suo regno di caos ultimo: casse da spostare, luci da aggiustare, teschi finti da incollare con una precisione che sembrava sfidare la sua pazienza, e infinite discussioni pungenti con le altre cheerleader su quale fosse il tono giusto del sangue finto.
Tra riunioni, salti mortali da perfezionare e coreografie da correggere, aveva completamente lasciato scivolare via il pensiero del costume: un dettaglio sparito dalla sua lista mentale come neve al sole.
Così, con l'ansia che le graffiava lo stomaco come un micidiale gatto nero, Dalia si era trovata nel luogo che odiava di più durante i momenti di panico: il centro commerciale.
Accanto a lei, come da copione, c'erano Evan e Daniel.
Il riccio camminava qualche passo dietro, silenzioso e assorto, metà auricolari infilati, gli occhi persi tra il freddo neon dei negozi che si riflettevano sulle superfici lisce del pavimento. Non era tipo da parole inutili nelle tempeste interiori, e nelle ultime settimane sembrava avere spesso la testa altrove, lontana dal presente.
Daniel, al contrario, era un vortice di energia crescente.
Più i minuti scorrevano, più sembrava attingere potenza dal caos ritmico della folla.
Aveva già provato due parrucche diverse, immortalato un selfie con una maschera da clown assassino e, con la sua solita ironia affilata, aveva dichiarato ad alta voce:
—Perfetto. Non esiste costume più inquietante della mia professoressa di chimica—
Alla fine, dopo un'odissea di prove, risate trattenute e qualche smorfia di stanchezza, Dalia si arrese.
La scelta era fatta: sarebbe stata una strega. Classica, nera, con un lungo mantello che sfiorava le caviglie e un cappello gigantesco che svettava come un segno di autorità.
Il costume non la faceva sembrare una partecipante a un talent show per maniaci, quel dettaglio le dava un piccolo conforto.
Daniel si era optato per uno zombie, con ferite finte e maglia strappata.
Aveva commentato con un sorriso:
—Perfetto. Sembro reduce da una verifica di matematica. Realismo puro.—
Con il bottino di costumi finalmente al sicuro e un irrefrenabile bisogno di caffeina e silenzio, si erano rifugiati nella zona food court del centro commerciale.
Scelsero un tavolino defilato, accanto a una vetrata da cui il tramonto si spegneva lentamente dietro i palazzi grigi, immergendo tutto in un'atmosfera ovattata, quasi fosssero in un mondo a parte, dove il resto del caos esterno aveva abbassato il volume.
Tre frullati si materializzarono sul tavolo, portati da un cameriere invisibile tra il brusio indistinto. Dalia affondò la cannuccia nel suo frullato alla fragola, e il fresco dolce scese come un balsamo freddo nello stomaco teso.
Daniel, seduto di fronte, era stravaccato sulla sedia come chi avesse appena corso una maratona.
Il cappuccio della felpa gli copriva parte del volto, ma quel mezzo sorriso sarcastico che compariva sempre prima di una battuta pungente era ben visibile.
Evan, in silenzio, tamburellava un dito nervoso sul bicchiere, gli occhi fissi nel vuoto e il frullato al cioccolato intatto accanto a sé.
Dalia lo notò, quel dettaglio che per gli altri sarebbe stato invisibile, ma lei no.
Non disse nulla. Non ancora.
Il silenzio tra loro si allungò, confortevole ma con qualche crepa sottile di tensione. Poi, con la solita calma studiata, Daniel ruppe la quiete:
—E gli allenamenti? Sei ancora in modalità "soldato Jane", o ti sei data alla danza interpretativa?— La sua voce uscì quasi annoiata, ma condusse una scossa evidente, una spinta a scuoterla.
Dalia sollevò lo sguardo e, per un istante, sentì una stanchezza profonda, ma poi quella domanda affondò bene dentro di lei, accendendo un sorriso spontaneo che si allungò dagli occhi fino alle labbra.
—Sta andando alla grande—sussurrò, appoggiando il gomito sul tavolo—Siamo più sincronizzate, i lanci sono più alti... e ho finalmente smesso di temere di atterrare in faccia alla coach. Un miglioramento, no?—
Daniel alzò un sopracciglio, ironico.
—Finché non atterri su qualcun altro... direi che è progresso—
Dalia rise, più forte di quanto si aspettasse.
—Ieri abbiamo provato uno stunt nuovo, e per un secondo ho pensato: "oggi muoio". Poi ho pensato: "se muoio, almeno faccio scena". Insomma, da cheerleader a martire è un attimo—
—Con le luci giuste e un po' di slow motion, potresti pure diventare un documentario Netflix,— commentò Daniel con un sorrisetto serio, come se fosse convinto davvero.
—"Caduta: la vera storia di una flyer scomoda"— scherzò Dalia, scuotendo la testa e ridendo ancora.
Evan lasciò scappare un piccolo sorriso, quasi un soffio, ma sufficiente per essere notato.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
