L'altra metà

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Evan camminava fianco a fianco con Daniel lungo il lungo corridoio della scuola, il passo leggermente accelerato, come se volessero sfuggire a quel caos che li avvolgeva.
La frenesia degli ultimi giorni prima del ballo natalizio faceva vibrare l'aria di un'energia quasi tangibile, un elettricismo che solleticava i nervi e rendeva ogni suono più intenso, ogni luce più abbagliante.
Le pareti, ricoperte da decorazioni eccessive, trasformavano il corridoio in una scena di festa un po' sopra le righe: luci natalizie lampeggiavano intermittenti nei colori rosso, verde e oro, creando un fastidioso gioco di riflessi che irritava gli occhi e distraeva dalla concentrazione.
In ogni angolo, ghirlande e festoni si intrecciavano, diffondendo un profumo sintetico di pino e dolci caramelle che sembrava voler mascherare la solita aria di scuola fatta di sudore e noia.
Intorno a loro, studenti sciamavano velocemente tra chiacchiere e risate nervose, scambiandosi piani e aspettative per la serata che si avvicinava.
Evan cercava di distogliere la mente da quel carosello di eccitazione, raccontando a Daniel quanto accaduto tra Jaxson e Matthew, con il volto teso e segnato dalla preoccupazione che pesava sul petto come un macigno.
Raggiunsero il suo armadietto e, con un gesto rapido, Evan digito la combinazione.
Il metallo scattò aperto con un cigolio familiare, un suono domestico che al momento non riuscì a portargli conforto.
Con mani tremanti, Evan infilò i libri dentro, i movimenti nervosi tradivano il tumulto interiore che lo scuoteva.
Ogni fibra del suo corpo sembrava pulsare di quell'ansia quasi dolorosa, mentre cercava una via, anche minima, per calmarsi.
Daniel, più solido, si appoggiò alla fila di armadietti accanto, i suoi occhi fissi sul riccio ma attenti anche alla folla che scorreva incessante intorno a loro.

— Fattelo dire amico mio per quanto mi stia sulle palle, Jaxson ha ragione — disse Daniel con voce ferma, senza neppure muoversi.
—Non puoi nascondere una cosa così al tuo migliore amico. È sbagliato. Punto. —
La frase cadde netta nell'aria, e per un attimo il brusio della scuola sembrò sfumare in sottofondo. Evan si strinse nelle spalle, combattuto tra la voglia di ribattere e l'eco di quella verità che bruciava.
Quel silenzio pesava più di mille urla e lo colpiva con una forza che lui non voleva ammettere nemmeno a sé stesso.
La sua testa, come attratta da un peso invisibile, si chinò lentamente verso il basso, un gesto quasi di resa, di sottomissione al giudizio che il suo migliore amico aveva appena dato.

— Ho provato a dirglielo, tante volte... che doveva parlarne... — mormorò Evan, la voce un sussurro stanco, quasi rassegnato, gli occhi incollati a un pavimento che sembrava assorbirlo, come se il loro scorrere potesse portare via con sé il peso della sua colpa.
Ogni parola che usciva teneva con sé tutto il dispiacere per non essere riuscito a spingere Matthew a confidarsi.
Daniel si staccò dall'anta con un sospiro appena udibile, scappato di bocca più per distogliere l'attenzione che per aria di sconforto.
Con un gesto pratico e senza fretta, prese l'ultimo libro che sporgeva dall'armadietto e lo infilò dentro la borsa di Evan.
— Hai chimica adesso? — chiese il riccio, il suo tono cercava di essere leggero, sganciato dal peso di quel discorso, ma dietro l'apparenza di noncuranza si leggeva una curiosità che voleva spostare il focus altrove.
La scuola li avvolgeva con il suo ritmo frenetico, un turbine di voci, passi e chiacchiere che suonava quasi ovattato dentro la testa di Evan.
— Sì — rispose Daniel con voce neutra, quasi meccanica, mentre il suo volto si contraeva in una smorfia appena accennata, segno che quella materia era ben lontana dall'essergli indifferente. Evan sollevò un sopracciglio, un sorriso sarcastico sgusciò sulle sue labbra mentre avanzava di un passo, riducendo la distanza tra loro.
Quel cambiamento di umore era un balsamo.
— E allora, come mai oggi non stai facendo la solita predica su quanto la chimica sia un'invenzione diabolica creata solo per rovinarti la vita? — disse con un tono di sfida, una risata nascosta che voleva sfuggire.
— Di solito ti lamenti almeno tre volte prima della prima campanella —
Era la stoccata che voleva.
Daniel non si fece pregare.
Con un colpo secco di gomito lo colpì al braccio, abbastanza forte da farlo sobbalzare.
Evan lasciò sfuggire un gemito soffocato che si trasformò in un sorriso sincero.
Quello era il loro legame, quel tipo di contatto che li ancorava alla realtà, che li teneva insieme anche quando il mondo sembrava crollargli addosso.
— Ho trovato un tutor che si è "gentilmente offerto" di aiutarmi a sopravvivere a questa materia di merda — borbottò Daniel, facendo una smorfia teatrale mentre sbatteva il libro nella borsa con un gesto esagerato, quasi teatrale.
— Tipo miracolo di Natale versione chimica. Peggio dei film della domenica —
Ripresero a camminare, rifondendosi nel flusso disordinato degli studenti, le voci e i passi che rimbombavano come una colonna sonora sottofondo.
— Fammi indovinare, Adam? — chiese Evan con un sorriso obliquo, occhi lampanti di malizia. Cercava di sembrare distaccato, ma la sua curiosità era troppo evidente.
Daniel si fermò un attimo, voltandosi verso di lui come per valutare se rispondere con sincerità, poi annuì, mantenendo la calma ma con le spalle appena tese.
— Sì, proprio lui — disse, cercando una voce pacata, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Evan si fece più vicino, il sorriso si allargò lentamente con la sicurezza di chi sa esattamente ciò che sta dicendo e perché.
— Secondo me gli piaci — disse piano, la voce morbida ma pungente come una freccia ben scoccata.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Nov 25, 2025 ⏰

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