Evan camminava lentamente lungo il viale silenzioso, il suo passo quasi incerto, come se ogni movimento fosse un peso insostenibile da trascinare.
Il primo pomeriggio domenicale avvolgeva tutto con una luce morbida, ma l'aria, già frizzante, portava con sé una carica di energia indefinita che gli sfuggiva dal controllo.
Il freddo di novembre penetrava fin dentro le ossa, un gelo che non era solo temperatura ma un brivido profondo, un presagio di qualcosa che lo scuoteva dentro.
Ogni pensiero che attraversava la sua mente lampeggiava rapido, accecante, impossibile da ignorare.
"Perché lo sto facendo? Perché non riesco a lasciar perdere?"
Queste domande si ripetevano nella sua testa come un mantra, ma la loro risposta si dissolveva nel nulla, simile a un filo di fumo spazzato via dal vento gentile.
Dentro di lui si agitava una spinta irrazionale, una forza che lo costringeva a andare avanti senza sapere esattamente perché.
Forse era il modo in cui Matthew lo faceva sentire: una miscela complessa di emozioni contrastanti, un fuoco che bruciava nell'anima, a volte acuto e doloroso, altre volte morbido e insostenibile.
Forse era la sete di una verità sfuggente che non riusciva neppure a formulare a parole.
Non poteva procedere senza conoscere almeno un frammento di quella realtà.
Non avrebbe più permesso all'insicurezza di comandarlo; desiderava risposte con l'anima e il corpo tesi in quell'attesa carica di tensione.
Il ricordo di quel bacio della sera prima si imponeva davanti ai suoi occhi come una visione incandescente e confusa.
Il calore di Matthew contro di lui, i battiti dei loro cuori che si fondevano in un unico respiro, e poi, subito dopo, il silenzio gelido che aveva lasciato un vuoto più freddo del vento di novembre.
Finalmente arrivò davanti alla grande villa dei Sanders.
Il portone in legno scuro, ornato di intarsi dorati, sembrava minaccioso sotto la luce pallida del lampione.
Ogni dettaglio si amplificava nella sua mente: il fruscio del vento tra le foglie morte, il cigolio del vecchio cancello, ogni suono era un presagio inquietante.
Chiuse gli occhi per un soffio, cercando di raccogliere il coraggio necessario per affrontare ciò che lo attendeva all'interno.
Poi, con un respiro profondo, premé il campanello.
Il suono risuonò nella casa, riecheggiando lungo i corridoi silenziosi, e subito dopo i passi veloci di Greta interruppero quel silenzio.
Quando la porta si spalancò, lei lo accolse con un sorriso calmo, ma a Evan parve strano, quasi distante, come se anche lei percepisse la tensione carica nell'aria.
— Evan che piacere vederti — disse aprendo leggermente la porta per farlo entrare.
— Matthew è sotto la doccia, ma puoi aspettarlo nella sua stanza, sai dove andare —
— Grazie — rispose lui, con la voce velata da una stanchezza che non riusciva più a celare.
Entrando, la casa lo avvolse in un calore che contrastava nettamente con il freddo pungente all'esterno.
Evan si tolse la giacca, ma quel calore umano non riusciva a sciogliere il nodo che gli serrava lo stomaco.
Salì le scale con passo esitante, ogni gradino una piccola battaglia tra il desiderio di fuggire e l'obbligo di confrontarsi con ciò che sapeva inevitabile.
Quando entrò nella stanza di Matthew, l'ordine apparentemente perfetto del letto rifatto, dei trofei e delle foto di squadra sparsi tra le mensole, il piccolo cestino da basket sopra l'armadio, sembravano offrire un rifugio, un'illusione di stabilità in cui Evan avrebbe voluto nascondersi. Ma qualcosa era cambiato: un lieve disordine tradiva un conflitto interiore — una maglia abbandonata su una sedia, libri sparsi sulla scrivania, scarpe da ginnastica lasciate accanto al letto.
Seduto sul bordo del letto, cercava di mettere ordine nei suoi pensieri, ma tutto era confuso, sparso come quei libri.
"Cosa dirò? Come reagirà? E soprattutto, cosa voglio da lui?" si domandava senza trovare pace.
Il tempo sembrava essersi fermato.
Ogni secondo trascorso diventava una tortura, un gioco di tiro alla fune tra cuore e mente, dove la tensione era palpabile e il respiro trattenuto.
La maniglia si mosse lentamente, un piccolo sussulto, e la porta si aprì con un cigolio appena percettibile.
Matthew comparve sulla soglia, avvolto in un asciugamano bianco che gli scivolava sui fianchi, umido e stillante di gocce d'acqua lente che scendevano dal collo, perdersi tra le spalle.
I capelli, ancora umidi e spettinati, sprigionavano una fragranza di shampoo quasi familiare, mentre la pelle, arrossata dal calore della doccia, regalava un'immagine di vulnerabilità che Evan non era pronto a quei momenti di affrontare, non del tutto.
Evan rimase immobile, come fuso in un'istantanea di silenzio.
Il suo cuore balzò in gola con violenza, un ruggito che gli scuoteva la cassa toracica.
Quell'immagine di Matthew così reale e fragile lo colpì come un fulmine, scuotendo emozioni appena accennate, proiettandolo in uno stato di confusione profonda.
Non si sentiva pronto a guardarlo così, in quella luce di vulnerabilità che sembrava andare oltre la pelle, oltre i muscle, oltre l'apparenza di ragazzo forte e sicuro.
Gli occhi del più grande si posarono su di lui con un'elasticità che Evan riconobbe subito: non una sorpresa, ma quasi una consapevolezza già preconizzata.
Era come se l'avesse aspettato, in qualche modo. La sua voce, calma ma gravata di un'ombra, si fece avanti, fragile e pesante.
—Non posso dire che non me l'aspettassi — mormorò, senza alzare la voce, ma con quella calma traboccante di un'insicurezza sottile, quasi impercettibile.
Il cuore di Evan si contrasse ancora di più, e il suo sguardo si distolse.
La fronte si fragilizzò, mentre il calore del suo volto saliva, un'ondata di rossore che contrastava con il freddo esterno, con il gelo che si era insinuato nel suo petto.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
