Dalia aprì gli occhi con fatica, come se stesse emergendo lentamente da un abisso profondo e silenzioso, dove il tempo si era dissolto insieme al peso del corpo.
Il sonno la tratteneva ancora, avvolgendola in una morsa invisibile che la sospendeva tra il sonno e la veglia, tra due mondi indistinti.
Le palpebre pesavano come piombo, e la luce che filtrava attutita sembrava un'acqua torbida, fatta di ombre confuse, contorni sfumati e colori impastati nel grigio mal definito.
Ogni fibra del suo corpo giaceva intorpidita, come se un gelo interno avesse rallentato quel sangue che scorreva stanco nelle vene, trattenendo la vita stessa in un rallentamento innaturale.
L'aria intorno a lei era densa, quasi irreale, lontana da qualunque respiro familiare, come se appartenesse a un altro luogo, un altro tempo. Fare anche il minimo movimento sembrava una fatica erculea, un ostacolo insormontabile: il suo corpo sembrava opporsi, volerla proteggere, impedirle di tornare al risveglio, ritardare quel momento che sapeva avrebbe portato con sé qualcosa che temeva disperatamente.
Ma cosa?
La mente, ancora appesantita e confusa dal sonno residuo, ricompose a fatica i primi frammenti della notte che l'aveva preceduta: pezzi scomposti, caos sparso senza inizio o fine.
Come tessere di un puzzle gettato a terra, rotto e disordinato, catturava brevi flash di sensazioni che si mescolavano a immagini sfocate e rumori lontani.
Un suono potente, una musica assordante che vibrava dentro le ossa come un codice primordiale.
Una folla attorno, calda e sudata, un groviglio di corpi che si muovevano come un mare in tempesta, un misto di profumi alcolici e fragranze confuse, sospese come un'onda di emozioni fuori controllo.
Poi, una presenza che sfumava e allo stesso tempo rimaneva lucida: Jaxson.
Il suo volto lievemente sfocato nella memoria, ma quel sorriso, quel sorriso ambiguo e confondente che aveva sempre avuto il potere di spezzarle l'equilibrio.
Ricordava la sua figura che si allontanava, trascinata dalla corrente umana, un gesto semplice, apparentemente casuale, eppure carico di una crudele indifferenza.
E Dalia, lì, invisibile, incastrata in quel vortice, persa.
Un ricordo più chiaro e affilato affiorò.
Una lite con Daniel, lunga, estenuante, fatta di parole taglienti e sguardi che avevano smesso di cercarsi.
Poi il rumore di un passo.
Un solo passo, ma determinante.
La porta che si era aperta con un cigolio sinistro, lasciando filtrare l'aria della notte: fresca, pungente, vibrante, un colpo di vita contro quell'aria pesante e immobile.
Un attimo di respiro, di pace precaria.
Ma non era bastato.
Perché l'aveva visto.
Il bacio.
Jaxson e un'altra.
Le loro labbra unite sotto un cielo di nero assoluto, le mani intrecciate in una danza che sembrava eterna, un legame saldo e indissolubile. E lei, Dalia, immobile, pietrificata, osservatrice impotente di un dolore troppo grande per essere contenuto.
Quel bacio aveva squarciato il suo petto, non solo per ciò che rappresentava, ma perché confermava un'idea già latente: che non sarebbe mai interessata a Jaxson.
Poi... il vuoto.
Un buco nero che aveva inghiottito ricordi, pensieri, perfino il tempo, lasciandola sospesa in una notte senza risposte, senza fine, senza epilogo.
Adesso era lì, incerta, sospesa in un presente senza punti di riferimento.
Decise di muoversi.
Il corpo le rispose, ma con una violenza inaspettata.
Una vertigine le serrò lo stomaco, improvvisa, brutale, come se qualcosa dentro di lei si rompesse o si rifiutasse di andare avanti.
Il cuore prese a battere frenetico, impazzito, come se cercasse una via di fuga da quella morsa invincibile, come se temesse ciò che stava per affrontare.
Gli occhi cercarono di mettere a fuoco l'ambiente intorno a lei, ma ogni cosa era soffusa, irreale.
Le pareti, il soffitto sfuocato, i contorni svaniti: tutto sembrava estraneo, come se quel luogo non le appartenesse più, o forse era lei a non appartenere più a nulla.
Un dolore acuto le trafisse la tempia, una fitta che non sapeva se attribuire alla pesantezza della notte appena trascorsa o al vuoto spaventoso che quella stessa notte le aveva scavato dentro, portandole via più di quanto avrebbe mai immaginato.
Si guardò intorno con occhi ancora annebbiati, come se cercasse disperatamente un appiglio, un dettaglio che potesse restituirle un filo di senso in quel caos silenzioso.
Ma la stanza che la circondava le appariva estranea, come un luogo preso in prestito dall'incertezza stessa.
Le pareti, di un rosa pallido e onnipresente, si facevano quasi accecanti, invadendo lo spazio con una luce dolce ma straniante, una luminosità che avrebbe dovuto rassicurare e invece la faceva sentire ancora più fuori posto, come un intruso che non trova il proprio posto nel mondo.
Qualche mensola bianca, sparsa qua e là, portava appoggiati piccoli oggetti: fotografie che catturavano sorrisi fermi nel tempo, immagini rubate a momenti di felicità o di intimità, ma anche flaconi di lozioni profumate, freddi nella loro uniformità, privi di quella carica di personalità che avrebbe dovuto trasferire.
Quegli oggetti sembravano sostituire qualcosa di più vero, qualcosa di autentico che invece era scomparso o forse mai esistito.
In un angolo, un tavolino affollato e disordinato catturava lo sguardo: cosmetici ammassati con disattenzione, alcuni accuratamente ordinati, come se volessero mantenere una parvenza di controllo, altri sparsi senza motivo apparente, lasciando una scia fatta di caos e abbandono. Davanti a lei, uno specchio occupava quasi tutta la parete e la rifletteva in modo impietoso: uno sguardo perso, spaventato, disorientato che non riusciva più a riconoscersi.
Fu allora che lo notò: il riflesso di quel corpo incerto, avvolto in un baby doll nero che sembrava estraneo come un costume indossato senza memoria, come un abito preso in prestito da un'altra vita.
Non riusciva a spiegare quel capo di vestiario, come se fosse un pezzo mancante di sé, disperso nell'oblio di quella stanza e della sua mente confusa.
La sua mente rifiutava di mettere insieme frammenti e immagini, come se una parte di lei fosse in stallo, incapace di funzionare, intrappolata in un limbo di silenzio e oscurità.
La paura iniziò a insinuarsi lentamente, velenosa e opprimente, come un'ombra che si distendeva su ogni battito del suo cuore.
Sentiva il sangue gelarsi nelle vene, un freddo improvviso che si espandeva e le toglieva il respiro, mentre il vuoto intorno a lei cresceva, inghiottendo ogni certezza rimasta.
Cercava disperatamente risposte che non trovava, come un naufrago che scruta l'orizzonte senza scorgere terra.
Le mani tremanti rivelavano una vulnerabilità che era difficile ammettere persino a sé stessa; voleva muoversi, fuggire da quell'incertezza opprimente, ma il suo corpo sembrava paralizzato, prigioniero di confessioni mutuate dalla confusione più profonda.
Chi l'aveva portata lì?
Come aveva varcato quella soglia senza memoria? Perché quel vestito, quel luogo?
Tutto rimaneva avvolto in un'oscurità fitta, un groviglio che non riusciva a districare.
Il suo cuore batteva forte, con una forza che sembrava volerle rompere le costole, mentre il vuoto e il buio le pervadevano l'anima, soffocando ogni pensiero.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
