La stanza di Daniel sembrava esplosa.
Un disordine vivo, pulsante, fatto di bombolette mezze vuote, fogli stropicciati, magliette dimenticate sulle sedie e qualche poster mezzo staccato dal muro.
Ogni centimetro urlava creatività e anarchia, come se Daniel avesse lasciato un pezzo di sé in ogni angolo: una pennellata rabbiosa sul muro, una foto tagliata male, un fumetto aperto sul comodino che sembrava abbandonato da un momento all'altro.
Le pareti, stratificate di spray colorati, raccontavano storie che nessuno leggeva davvero — forse nemmeno Daniel stesso le afferrava del tutto.
Era il suo rifugio, il posto dove poteva essere chiunque, o nessuno.
E proprio per questo era anche il luogo dove si sentiva più vulnerabile, più nudo.
Evan giaceva sul letto, immerso in un arcipelago irregolare di coperte, le braccia incrociate dietro la testa come un gesto di difesa inconsapevole, lo sguardo fisso e immobilizzato sul soffitto screpolato.
Il silenzio che lo circondava era pesante, denso, quasi un'entità che riempiva la stanza.
Non aveva proferito parola da quando erano entrati, e quel silenzio per Daniel era già un segno evidente che qualcosa non andava.
Daniel lo osservava di sbieco, con l'indice che premeva nervosamente i pulsanti del controller, come se il frastuono del gioco potesse affogare quella tensione, quell'inquietudine che si stava allargando nell'aria.
Quaranta minuti di spari digitali, respiri affannati di personaggi virtuali e, sotto tutto questo, il respiro appena trattenuto di Evan.
C'era qualcosa che non tornava.
Non era solo il silenzio, ma il modo in cui Evan si teneva: rigido, teso, come se volesse contenere un dolore interno che rischiava di esplodere da un momento all'altro.
Poi Daniel, esasperato, sbuffò e scagliò un cuscino in faccia all'amico, lasciano sfogare tutta la frustrazione covata in quel silenzio che sapeva di tempesta imminente.
— Ok, adesso parli. Sputa il rospo, confessa l'omicidio, dimmi che hai venduto un rene. Qualcosa. Ti prego—
Il riccio si scosse appena, raccolse il cuscino con un gesto lento e riflessivo, stringendolo al petto come fosse un'impenetrabile armatura contro il mondo.
— Non so di cosa parli —
— Ma certo — ribatté Daniel con un tono sarcastico, la voce vibrante di ironia — È normale fissare il soffitto per un'ora intera con la faccia di chi ha appena visto la propria esistenza sgretolarsi in diretta. Classico lunedì sera—
Evan abbassò lo sguardo, i denti che si stringevano nell'abituale morso dell'interno guancia, un tic nervoso che Daniel conosceva bene: era il modo in cui il suo amico tentava di domare il caos dentro di sé.
Ma stavolta qualcosa si ruppe.
Forse era la stanchezza di tenersi tutto dentro a opprimerlo.
Forse quel silenzio aveva fatto troppo rumore.
— È per quello che è successo oggi... con Matthew—
Click. Il gioco si fermò.
Daniel si voltò di scatto, lo sguardo che oscillava tra l'incredulo e il confuso.
— Matthew?— chiese, la voce che tradiva un mix di stupore e incredulità.
Evan annuì, la tensione che si scioglieva lentamente dietro il petto.
Ci mise qualche secondo, poi parlò.
Raccontò tutto, con un filo di voce tremante ma carica di sincerità: la discussione dalle parole vaghe, lo sguardo di Matthew che si faceva improvvisamente intenso e troppo personale quando erano soli, il modo in cui si era avvicinato nella cabina del bagno, invadente, quasi opprimente.
Le mani che tremavano, il cuore che batteva accelerato fin quasi a fargli mancare il respiro.
E poi quella confusione appiccicosa che non riusciva a scrollarsi di dosso, fastidiosa e ingombrante come un vento gelido sulla pelle nuda.
Quando finì, calò un silenzio vero, reale, carico di attesa.
Daniel lo guardò con un'espressione difficile da decifrare, poi sollevò un sopracciglio e un sorriso ironico affiorò sulle sue labbra.
— Cioè... tu mi stai dicendo che ti piace Matthew?! Tipo... sul serio? —
Evan si portò una mano al viso, le guance incendiate da un rossore intenso, quasi a voler nascondere una verità dolorosa.
— No — rispose d'istinto, ma la voce tradì l'emozione, uscì troppo veloce, troppo alta.
— Cioè... non è che mi piace. È che... mi fa sentire strano—
Daniel inclinò la testa con teatralità, prendendo un tono quasi da predicatore.
— "Strano" tipo... reazione allergica o... farfalle nello stomaco? Perché nel secondo caso, bro, sei fottuto—
Evan si voltò di lato, gli occhi incollati al muro sbiadito, la voce che scivolava via quasi a sussurrare.
— Quando lo vedo, la tachicardia arriva all'improvviso. Ma non è paura... non del tutto. Mi sento a disagio... ma anche... felice. Non riesco a spiegarti. È come se stessi impazzendo in due direzioni diverse, contemporaneamente—
Daniel lo fissò per qualche secondo, poi sbuffò, disfandosi della tensione e lasciandosi cadere all'indietro sul letto, coprendosi il volto con un cuscino.
— Ma certo, ovvio. L'unica persona che ti fa sentire qualcosa è proprio lui. Universooo, perché sei così melodrammatico?! —
Evan rise, un sorriso contenuto e stanco, come una maschera fragile.
— Non è divertente—
Daniel si tolse il cuscino dagli occhi e tornò a guardarlo.
— No, hai ragione. Non lo è. Ma amico mio, è dannatamente complicato—
Una pausa intensa, poi la voce di Daniel si fece più neutra, quasi rassicurante.
— Allora... che vuoi fare? —
Evan si strinse nelle spalle, sprofondando nel cuscino come se il peso delle sue incertezze fosse reale.
— Non lo so. Non sono nemmeno sicuro di cosa voglio. O di chi sono, a questo punto—
Daniel lo fissò ancora un attimo, poi si alzò di scatto, gli lanciò il controller addosso con un sorriso furbo e tornò a sedersi davanti allo schermo.
— Ok, risposta sbagliata. Giochiamo. Se fai almeno dieci kill senza morire, giuro che non ti farò domande sulla tua crisi esistenziale fino a domani mattina—
Evan si sistemò seduto, scuotendo la testa con un sorriso stanco ma autentico.
— Sei un idiota—
— Lo so. Ma almeno sono il tuo idiota personale. E ammettilo: senza di me saresti un disastro—
Evan afferrò il controller, con un ultimo sguardo più leggero.
— Forse. Ma con te, lo sono con stile—
Il videogioco riprese, e tra spari digitali e battute ironiche, la confusione che tormentava il suo cuore non sparì del tutto.
Ma per un momento, quel peso sembrò più sopportabile.
Sbuffò, riluttante e esasperato dopo due sconfitte consecutive al gioco.
Il suo respiro era pesante, quasi un sospiro di resa, le spalle rigide come se portasse il peso di tutta la frustrazione accumulata.
Con un gesto lento, carico di esasperazione teatrale, sollevò il braccio e gli mostrò il dito medio, una provocazione silenziosa eppure piena di significato.
Poi si affondò nel cuscino, piegando il viso contro la stoffa morbida con la voglia di scomparire, come se il materasso potesse inghiottirlo e sottrarlo a quel momento.
Daniel smise di ridere, i suoi occhi restarono fissi su Evan più a lungo del solito, carichi di un misto di affetto e preoccupazione.
Un respiro profondo gli sfuggì, rallentato, quasi a cercare la giusta misura per le parole che stava per pronunciare.
Abbassò la voce, che si fece pacata e gentile ma ferma.
— Dai... lo sai che ti voglio bene, no? Ma... con lui dovresti andarci piano—
Quelle poche parole entrarono nella mente di Evan come piccoli spilli sottopelle, inattesi ma dolorosi.
Non c'era rabbia né giudizio, solo una preoccupazione tangibile e quasi protettiva, un avvertimento mascherato da cura.
Ma era quella delicatezza stessa che faceva male: perché erano la stessa frase, quasi identica, che Dalia gli aveva detto più volte.
Evan restò immobile, congelato, ma dentro di sé un nodo si stringeva e accartocciava con forza. Quel consiglio gentile pesava immensamente, più di qualunque rimprovero severo, perché tradiva un dubbio profondo:
«Non ti fidi del mio giudizio.»
Si sentiva sempre più prigioniero, bloccato in una trappola invisibile, come se chi gli stava intorno avesse già deciso al suo posto cosa fosse giusto, cosa fosse sicuro, cosa fosse meglio. E nessuno, nessuno gli avrebbe mai chiesto davvero:Tu, come stai?
Un groppo di emozioni si fece strada nel petto di Evan: rabbia arsa e impetuosa pronta a esplodere; impotenza che gli stringeva il cuore come un pugno invisibile; e quella tristezza sorda, confusa, che non riusciva a definire o esprimere, anche volendo.
Poi, da un silenzio quasi ovattato, un suono metallico e improvviso ruppe l'atmosfera: il cellulare vibrò sul comodino con una scossa secca e tagliente, quasi violenta.
Evan si voltò di scatto, il volto teso, le mani che tremavano appena mentre afferrava il telefono, il respiro corto e irregolare.
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
