Sono qui per te

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Il campo da basket all'aperto era un brulicare di voci, passi e suoni metallici che si confondevano nell'aria limpida, vivida come un respiro affannoso.
Nonostante fosse inverno, il cielo si stendeva sopra di loro con un azzurro fragile e un sole pallido che accarezzava appena la pelle.
L'aria, pungente, pizzicava guance e dita, ma  nessuno sembrava accorgersene: l'euforia generale era così intensa da tenere tutti in movimento, come energie sciolte nel vento.
Ragazzi e ragazze correvano avanti e indietro con casse di decorazioni, tubi di metallo e nastri colorati che sventolavano come piccole bandiere, segnali di festa e battaglia insieme.
Era un caos rumoroso, ma Dalia ne era il ritmo segreto, un battito costante in mezzo a tutta quella confusione.
— Più a sinistra quello striscione! Deve stare dritto con la linea del canestro! — gridò con decisione, la voce ferma ma dietro la quale si nascondeva un tremito sottile.
— E voi, controllate i cavi delle luci, non voglio che salti tutto a metà partita! —
Le sue mani si muovevano con sicurezza, ma nel profondo il gelo del vento non era nulla rispetto al gelo che le serrava il petto.
Mentre dirigeva quella piccola folla senza perdere un colpo, dentro di lei qualcosa tremava come un filo troppo teso, pronto a spezzarsi.
Sabato si avvicinava, e con esso un peso nuovo, un'ombra lunga che la schiacciava lentamente. Non sarebbe più rimasta dietro le quinte, non sarebbe stata solo una spettatrice passiva in una storia scritta da altri.
Per la prima volta, sarebbe stata esposta, messa a nudo sotto i riflettori — il centro dell'attenzione, vulnerabile e fragile, anche se voleva mostrare sicurezza.
Quella consapevolezza la faceva sobbalzare, un misto di paura e adrenalina che le scoppiava nel petto.
Sentiva il cuore accelerare, le mani sudate nonostante il freddo, un groviglio di emozioni contrastanti: timore di sbagliare e il desiderio disperato di lasciarsi andare, di liberarsi attraverso la danza e il movimento, come se ogni salto, ogni acrobazia potesse dissolvere quel peso.
Si chinò a raccogliere una scatola di nastri blu e argento, i colori della squadra, lasciandosi avvolgere dal profumo pungente della plastica nuova mescolata all'erba umida e al ferro freddo delle ringhiere.
Inspirò a fondo, cercando di domare quel tumulto interiore con un respiro profondo.
— Dai, ragazzi, manca poco— disse, la voce ora più dolce e meno imperiosa, come un dolce incitamento a sé stessa e agli altri.
Per un istante, il vento portò via quelle parole, disperdendole tra i rami spogli degli alberi.
Dalia rimase immobile, lo sguardo fisso su quel cielo limpido, fragile come un respiro sospeso.

Il sole del tardo pomeriggio si rifletteva sulle linee bianche del campo da basket, tracciando bagliori dorati sull'asfalto ancora umido di rugiada.
L'aria era fresca, tagliente, ma il cielo limpido rendeva quella giornata d'inverno quasi irreale. Dalia si era chinata per sistemare un angolo dello striscione, le dita gelate che cercavano di fissare il nastro adesivo che non voleva saperne di attaccarsi.
Fu allora che una voce la raggiunse alle spalle.
— Ehi, capo, tutto sotto controllo? —
Il tono era leggero, ma aveva quella sfumatura ironica che lei riconobbe subito.
Dalia si voltò di scatto, il cuore che le fece un piccolo salto nel petto.
Jaxson era lì, appoggiato alla recinzione, con l'aria di chi non ha mai fretta.
Le mani affondate nelle tasche dei jeans sdruciti, i capelli biondi spettinati da una brezza leggera che sembrava studiata apposta per lui.
La luce del sole, abbassandosi, gli accarezzava il viso con toni caldi e irregolari, come se anche il cielo avesse deciso di schierarsi dalla sua parte.
Dalia lo fissò per un istante più lungo del dovuto, poi alzò un sopracciglio.
— Jaxson, che ci fai qui? Non dovresti allenarti per sabato? —
Cercò di suonare severa, ma la sua voce tradiva un filo di curiosità che nemmeno lei riusciva a controllare.
Lui scrollò le spalle, un mezzo sorriso che le si piantò in testa come una canzone.
— Ho finito da poco. E ora sono venuto a controllare che tu non stia per fondere un neurone. Sai, giusto un'ispezione di routine—
Dalia sospirò, più per nascondere un sorriso che per frustrazione.
— Se tutti facessero il loro lavoro invece di venire a distrarmi, saremmo già a metà strada—

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