CaCl₂?

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Il weekend nella baita era scivolato via con la delicatezza di un sogno troppo bello per essere vero, uno di quelli che Evan avrebbe voluto trattenere tra le mani, impedendogli di dissolversi al mattino.
Le ore passate lassù si erano intrecciate in un tempo sospeso, lontano da tutto, lontano da tutti. Ma come sempre accade, la realtà non aveva avuto pietà.
Il rientro a scuola, a una sola settimana dalle vacanze natalizie, lo aveva colpito come un'onda gelida: la campanella, i corridoi affollati, il vociare degli studenti... tutto lo risucchiava dentro la routine con una violenza che gli fece quasi girare la testa.
Eppure, per quanto cercasse di concentrarsi sulle lezioni o sulle scadenze, una parte di lui era rimasta indietro, ancora nel calore silenzioso di quella baita di legno.
Un'immagine, più di tutte, continuava a tormentarlo dolcemente: la giornata trascorsa con Matthew, quando si erano inventati una scusa qualunque pur di restare soli in casa. Ricordava ogni dettaglio.
La tensione che si scioglieva tra loro.
Le mani che si cercavano.
Quella passione improvvisa e incontrollata, così intensa da spegnere il mondo attorno.
Nelle braccia di Matthew, si era sentito protetto da una barriera invisibile, come se il resto dell'universo potesse bussare quanto voleva senza mai trovare la via per raggiungerli.
Il ritmo del suo cuore — da sempre irregolare, inquieto — aveva trovato un'armonia nuova, fondendosi con quello del ragazzo.
Per quei momenti rubati, tutto sembrava finalmente al proprio posto, come se la vita smettesse di essere una continua lotta.
Ma tornati dal weekend, immersi di nuovo nel caos scolastico, quella magia si era dissolta lentamente, lasciandolo con un senso di vuoto sottile.
Una sensazione amara, simile alla sabbia che scivola via tra le dita: per quanto la stringessi, era destinata a cadere.
Il lunedì successivo, mentre sedeva in mensa insieme a Dalia e Daniel, percepì con chiarezza quanto il weekend appartenesse già a un altro tempo.
I rumori della mensa — chiacchiere, sedie trascinate, il clangore dei vassoi — gli arrivavano ovattati, come se fosse separato dal resto del mondo da una lastra di vetro.
Daniel, seduto accanto a lui, era immerso nei propri pensieri.
Teneva la forchetta a mezz'aria, senza accorgersi che non aveva ancora sfiorato il cibo.
Il suo volto, solitamente disteso, portava un'ombra cupa che riconobbe subito.
Evan abbassò gli occhi e sospirò, consapevole che Daniel non aveva ancora superato ciò che aveva percepito, o meglio, ciò che aveva intuito dietro quella porta chiusa.
Quell'esperienza era diventata una ferita sottile, quasi invisibile, ma ancora aperta tra loro.
Dalia osservava entrambi da dietro il suo vassoio. Cercava di alleggerire la situazione con qualche battuta, qualche sorriso forzato, ma Evan sapeva che anche lei sentiva la tensione nell'aria.
Era un silenzio che non esplodeva, ma che riempiva tutto: i posti a tavola, i loro respiri, il modo in cui evitavano di guardarsi negli occhi per troppo tempo.
La mensa sembrava più fredda del solito.
O forse era solo il peso di ciò che nessuno di loro aveva ancora trovato il coraggio di dire.

Fu in quell'istante di sospensione, quando l'aria era densa di parole non dette,  che Adam si materializzò alle loro spalle.
Non camminava, sembrava scivolare, annunciando la sua presenza con quel tipico passo sicuro e rilassato che lo rendeva inconfondibile.
Era come se si portasse dietro una piccola nube di energia luminosa e irriverente, capace di alterare la gravità emotiva di qualsiasi tavolo.
Si infilò con studiata nonchalance tra Evan e Daniel, come se quel posto fosse stato riservato al suo arrivo.
Adam si lasciò scivolare sul sedile, e il suo sorriso largo e ironico si spense leggermente quando i suoi occhi penetranti, che non perdevano mai nulla, si posarono su Daniel.
Non si limitò a commentare l'espressione; andò dritto al punto, mascherando la consapevolezza con una battuta. 

Ehi, Danny, sei sicuro che stamattina non ti sia caduto un mattone in testa? O magari... — Adam si sporse leggermente, l'ironia che gli scivolava nella voce mentre cercava di mascherare la sua fin troppo evidente comprensione — ...è l'aria della scuola che ti rende così tragico? Sembri uno che ha appena fatto colazione con un fantasma

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