Dicembre

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Burlington giaceva intrappolata in un incantesimo di dicembre.
La neve, caduta in un silenzio quasi sacro per ore interminabili, aveva steso un sudario perlaceo sul paesaggio.
Ogni suono veniva ovattato, reso più intenso nella sua assenza, mentre le luci del crepuscolo si moltiplicavano, riflettendosi fragili e dorate sulle superfici imbiancate.
Camminare sulla neve uniforme e scintillante produceva uno scricchiolio nitido e cristallino, simile al vetro quando si frantuma, un suono fragile che sembrava appartenere a un mondo sospeso.
Nell'aria gelida si mescolavano aromi contrastanti: il pungente e balsamico profumo di pino, che inebriava i polmoni, e quell'ombra dolceamara di cannella bruciata, residuo di qualche camino o bancarella natalizia.
Le luminarie che adornavano case e vicoli, tese con cura e fervore dagli abitanti, filtravano attraverso la foschia, tracciando scie d'oro tremolanti sulle facciate di mattoni rossi e nei riflessi degli occhi dei passanti avvolti nei cappotti.
Dalia stringeva tra le mani un bicchiere di cartone ormai vuoto, la superficie sottile umida e quasi gelata.
Le dita, celate dai guanti di lana, tremavano delicatamente, ma non per il freddo.
Quel fremito sommesso era un segno inequivocabile della presenza rassicurante e prossima di Jaxson, il suo braccio che sfiorava e sosteneva il suo.
Il sorriso di Dalia era ampio e luminoso, senza riserve, quasi a voler sfidare l'ombra tagliente dell'inverno con quella scintilla di luce sfacciata dentro di sé; un piccolo faro fastidioso e irresistibile, un segnale di vita nel grigiore freddo che si rannicchiava intorno al suo cuore.
Jaxson si arrestò di colpo, la sua sagoma scura e slanciata proiettata in modo drammatico dalla luce arancione di un lampione, la cui ombra sulla neve pareva un tratto di inchiostro vivo nel monotono bianco del paesaggio.
— Senti questa magia?  Non credi che dicembre abbia un modo tutto suo di rendere tollerabile il mondo?  — domandò, infilando le mani nelle tasche della sua giacca varsity con un gesto che cercava stabilità.
La sua voce portava una nota di attesa, un nervosismo controllato appena percettibile.
Dalia annuì, la gola secca, un nodo fittevole di antiche ferite le serrava la voce.
Il Natale, per lei, non era mai stato una festa ma un rito di dolore che riapriva ferite invisibili, un elenco infinito di anni senza gioia, di stanze avvolte dal silenzio soffocante, e di quel profumo acre d'assenza che bruciava dentro più del gelo stesso.
—  Forse  — mormorò infine, forzando le labbra a muoversi —  ma credo che raramente sia il calendario a renderci felici. A volte... sono le presenze che fanno la differenza —
Jaxson la guardò intensamente.
Il suo sguardo passò dalle luci tremolanti degli addobbi ai suoi occhi, e in quell'attimo breve ma intenso percepì il peso nascosto dietro quelle parole, un baratro emotivo tenuto nascosto con fatica da Dalia.
—  Cosa intendi ?  — la sua voce si fece bassa, quasi protettiva, un muro calmo in cui potersi rifugiare.
Dalia inspirò con un sospiro tremante, l'aria usciva dalle sue labbra come una nuvola densa e fragile. Le parole graffiavano la sua gola, ruvide come sabbia e cenere.
—  Mia madre ci ha lasciati quando ero poco più che una ragazzina. Il Natale, da allora, è solo il giorno in cui l'assenza si fa più forte —
Il silenzio che seguì pesava come un macigno, denso e assoluto.
Nessuno interveniva, ma quell'ammissione era un colpo di spillo freddo che trapassava la corazza di apparente indifferenza con cui Dalia si proteggeva.
Jaxson non parlò subito.
I suoi occhi azzurri, solitamente vivaci e scherzosi, si spensero appena, assumendo la tinta opaca di un cielo nuvoloso prima della tempesta. Le dita che sfioravano le sue si irrigidirono, come se stesse trattenendo un peso invisibile, non solo per lei, ma anche per sé stesso.
— Non voglio la tua pietà quindi non fare quella faccia — disse Dalia, con un filo di distacco, come a mascherare la paura di essersi aperta troppo.
Quali parole possono davvero competere con il dolore dell'abbandono materno?
Jaxson decise che non servivano frasi di conforto, ma una condivisione sincera, uno scudo condiviso da abbattere.
Doveva togliersi anche lui quella corazza.
Cominciò a parlare piano, quasi a non voler disturbare la sacralità silenziosa della neve, quasi trattenendo una marea di ricordi repressi.
Le sue parole uscivano lente, le labbra sottili appena tese, ma la necessità era forte: aveva trovato un orecchio che ascoltava senza giudicare. Nella sua voce non c'era rabbia, solo una quiete metallica, una calma temprata da anni di lotte interiori.
I suoi occhi fissavano un punto indefinito lontano dalle luci, rivelando un dolore nascosto dietro la maschera di spavalderia.
—  Ti ho mai raccontato di casa mia? È grande. Troppo. È un luogo di corridoi infiniti e stanze silenziose, dove mi sono sempre sentito un fantasma di passaggio. Un'ombra.  —
Ogni angolo sembrava progettato per amplificare l'invisibilità.
Le finestre, alte e imponenti, guardavano il mondo con distacco, e io mi sentivo sempre più piccolo, sempre più come un ospite indesiderato. 
Parlò dei litigi, delle voci che si intrecciavano in urla a bassa voce dietro le porte chiuse, dei suoi genitori come presenze estranee, incapaci di incontrarsi.
— I miei non si incontrano mai. Si scontravano. Era una guerra di parole non dette, di rancori che si accumulavano ogni anno. E io? Ero solo un osservatore al centro del campo di battaglia. Non c'era un abbraccio. Non c'era spazio per me in quella distanza. Solo silenzi,troppi silenzi —
Ma il tormento più profondo, quello che portava come un peso costante, era la sensazione di non appartenere a nessun luogo.
La solitudine di Jaxson non era solo isolamento fisico, ma sentire di essere un estraneo anche in mezzo alla folla, possedere tutto e al contempo niente.
Quella casa di lusso era una prigione dorata, e lui, nonostante la ricchezza, era un naufrago perso nella propria vita.
— Non posso dirti che il dolore passerà  — sussurrò, la bocca così vicina alla sua che Dalia poteva sentire il calore del suo alito farsi tiepido sul gelo della guancia.
— Ma posso dirti che non sei sola a costruire muri per tenere il mondo fuori. E che, a volte...  — La sua mano guantata si mosse lentamente, carica di significato, sfiorandole la guancia.
—  ...a volte basta un'altra mano per darti il permesso di buttarli giù —

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