15.
Diamanti
XX:XX
Virginia dormiva nuda sul dorso di una nuvola nera, un'immensa distesa soffice a un pelo dallo specchio del lago, e Damiano dormiva da qualche parte poco lontano. Una volta sveglia, si stiracchiò e lo cercò tastando d'istinto quella tavola di zucchero filato con un braccio, dove un po' rifugiava le caviglie, tra un ricciolo e l'altro.
Sopra era la notte e sotto pure. Se si fosse alzata in piedi avrebbe potuto decidere se librarsi in cielo o cadere a picco nel lago, ma non le era chiaro quale legge della fisica avrebbe seguito; alla fine anche il lago era un cielo d'antimateria, e il cielo una tenda liquida senza stelle.
Si sollevò in ginocchio tutta piena, soda e felice nel suo corpo che amava, senza un briciolo di stanchezza, e gattonò con un lieve peso a penzolarle tra le cosce sino a una conca di nuvola che si spalancava sul bacino sotto di lei. Riconobbe la parete rocciosa e la piccola spiaggia dove avevano fatto il bagno la prima sera; desiderò calarsi proprio lì, per camminare e rigirarsi sull'acqua scura con una risata dolce in gola, disegnarci forme infantili con la punta delle dita come su una tela d'artista. Per quello bastava affacciarsi a pancia in giù e protendere una mano, in verità, lasciando dondolare un po' le gambe dietro di sé, e allora forse avrebbe potuto rimescolare quel posto da zero a suo piacimento, ridipingerlo ogni giorno in modo diverso con occhi luccicanti di ispirazione.
Individuò Damiano a qualche sbuffo d'aria da lei, semidisteso su un fianco, mentre si reggeva il mento con le nocche. Aveva sulla bocca un broncio che le faceva venire voglia di precipitaglirsi addosso e dargli un morsetto proprio lì, su quel labbro turgido, che era indizio del bambino viziato che ancora esisteva in lui. Più che un bambino, sembrava un serafino appena sveglio – era così che immaginava gli angeli dediti a oziare tutto il giorno in paradiso. Dovevano essere diventati una loro progenie, tutti e due. Chi altri poteva vantare di vivere in un luogo di tanta purezza e innocenza?
Gattonò ancora, lentamente, per avvicinarsi. Si fermò a carponi davanti al suo viso, facendo sfarfallare le ciglia, e inclinò un poco la testa per istigargli una carezza. Il suo sguardo si fece remoto e adorante; si prese un secondo per ammirarla prima di assecondare la sua appiccicosità. Le scostò una folta ciocca di capelli dalla spalla, la baciò attirandola a sé per la guancia, le percorse con l'indice il profilo del seno ora scoperto.
L'esplorazione, come sempre, non si placò. Erano in grado di andare avanti per giorni interi, in quel luogo; non esisteva fatica, non esisteva invecchiamento, né fame, né sete. Neppure versavano una goccia di sudore: lassù non v'erano liquidi corporei da espellere, non solo il sudore, ma neanche il sangue, l'urina, le lacrime o il seme. Tutto ciò che secernevano era una sorta di umore celestiale, una piccola pozza lucente e lattiginosa emanata da una qualche branchia invisibile, che puntualmente si ritrovavano vischiosa sotto le schiene alla fine di un rapporto.
Damiano la tirò presto su di sé, in grembo, e cominciò a masturbarla facendo scorrere la mano sul suo sesso lungo ed eretto. La punta era così sensibile che subiva un guizzo incontrollato al minimo sfioramento.
Virginia lo abbrancò di più come a voler ricreare intorno a loro il bozzolo di un baco da seta, nella loro alcova di cielo in cui si sarebbero amati per sempre, dove il sesso non era semplice piacere, ma un rituale eterno di trasformazione.
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Hotel Anthares
Misteri / ThrillerVirginia frequenta l'ultimo anno di liceo all'Istituto Santa Teresa di Lisieux, un'esclusiva scuola cattolica per i figli dell'alta borghesia. Non ha amici né l'avvenenza delle sue compagne, e vive all'insegna di un'apatia che già da tempo le sta st...
