Qualche ora prima
Livia sedeva sulla sua sedia preferita, guardando il vuoto. Era preoccupata, perché il piano per salvare Ferunto era rischioso, per molti motivi: per prima cosa, non si fidava affatto di Batiato e di Lucrezia. Sapeva bene che, se avessero saputo del suo legame con Ferunto, le avrebbero sbarrato la strada. A dire il vero, per qualche motivo che neanche lei stessa sapeva spiegarsi, Lucrezia le sembrava estranea ai meschini giochi di potere che suo marito tentava di mettere in piedi: era solo una donna palesemente insoddisfatta e molto sola. Sbatté le palpebre, prendendo la coppa di bronzo che una schiava solerte aveva appena riempito d'acqua. Inoltre, proseguì a riflettere, c'era un problema ancora più grave: Damone. Livia non aveva affatto sottovalutato la profezia, per quanto cercasse di illudersi che fosse solo uno scherzo. Ancora una volta era costretta ad affidarsi a lui, e dovette riconoscere che era ben strano. Ma come poteva esimersi? Scosse la testa, facendo scivolare i lunghi capelli sulle spalle. Doveva riunire madre e figlio, era giusto così.
"Pensieri?" le chiese Gemina, sedendosi accanto a lei. Livia si era sistemata davanti al telaio, cercando di distrarsi. "No, nulla." Dissimulò Livia, con un sorriso che sperò risultare convincente. Ma Gemina l'aveva vista crescere, e sapeva riconoscere ogni sua espressione. "Menti, Livia. Qualcosa ti affligge. Ti prego, parlamene." La invitò la vecchia liberta, posandole una mano sul braccio, con fare affettuoso. Livia sospirò, posando le conocchie del telaio e guardando Gemina. "Ho paura a tornare lì dentro, Gemina. Batiato è un serpente, cercherà di mettermi i bastoni tra le ruote." Disse, accarezzandosi il viso con un sospiro stanco. La vecchia liberta tentò di dissimulare la commozione sbattendo le palpebre: amava Livia come una figlia, e sapere di essere amata allo stesso modo le riempiva il cuore di gioia: la sua padrona rischiava molto per lei. Come poteva aiutarla, essendo solo una vecchia? Poi il suo viso assunse un'espressione determinata: "So io chi può aiutarti, bambina. Ѐ un vecchio amico, e non si rifiuterà."
Obscurus fece una smorfia disgustata, appena l'oste gli mise sotto il naso il piatto. "Beh?" gli disse, notando la sua espressione. "Che c'è che non va?" Obscurus lo guardò con aria di superiorità. "Non scaldarti tanto, amico. Mi chiedevo solo come mai fai pagare dieci sesterzi questa robaccia...tutto qui" rispose, con un'alzata di spalle. "Per Diana cacciatrice, come osi?" ringhiò l'oste, stringendo i pugni. Obscurus ridacchiò. "Oh via, amico. Ho solo detto quello che dicono tutti...Perché ti offendi?" replicò, con la solita calma. L'oste divenne paonazzo, mentre Obscurus, dentro di sé, ridacchiava compiaciuto. "Quello che dicono tutti?!" strepitò l'oste, cominciando a pronunciare maledizioni su maledizioni, mentre si allontanava, scuotendo la testa. Obscurus, pur ridendo divertito, si diede una grattata alle parti basse, nel dubbio che quelle maledizioni potessero avverarsi. Poi guardò di nuovo quello che aveva nel piatto: l'oste aveva detto che era trancio di agnello coperto di garum, ma se il pezzo di carne mezzo annerito che aveva messo nel piatto fosse stato, nella sua vita passata, un agnello, non avrebbe saputo dirlo: poteva essere stato anche un fagiano o magari un piccione. Obscurus tastò con il coltello quel pezzo di carne, alzando un sopracciglio: era duro come la suola dei suoi sandali. Si sarebbe rotto un dente, se avesse provato a mangiarlo. Una servetta, vestita in modo trasandato, passava tra i tavoli per rimboccare il vino nelle coppe vuote. Si avvicinò ad Obscurus, riempiendo di nuovo la sua coppa. "Non mangi?" gli chiese, stupita. L'uomo la guardò, sorridendo. "E come potrei? Ѐ suola da scarpe, per quello che mi riguarda!" esclamò a voce alta per farsi sentire dall'oste, che gli indirizzò un'occhiata ostile, pur continuando a pulire il bancone. La servetta rise, e si mise le mani suoi fianchi. "Potresti compensare con un altro tipo di fame..." propose, allusiva. Capitava spesso che nelle taberne le serve cercassero di andare a letto con i clienti, per arrotondare la misera paga. Obscurus guardò quella giovane ragazza, e nel suo sguardo passò una scintilla di tristezza. Poteva essere sua figlia. "No, ti ringrazio. Portami un pezzo di cibarius, se è avanzato." Chiese, con tono brusco, così da evitare che la ragazza insistesse. E infatti, quella fece una smorfia infastidita e si allontanò rapida.
Livia non aveva mai saputo l'identità del padre di Ferunto. Quando era arrivata a casa di Liviano, Ferunto era già un ragazzino vivace, di qualche anno più grande di lei, che correva per tutta la casa, come se ne fosse il padrone. Non ricordava di aver mai visto uomini accanto a Gemina, per quanto ricordasse. Si era convinta che Ferunto fosse il frutto di una storia fugace, terminata prima della nascita del bambino: Gemina le aveva raccontato di come suo padre Liviano l'avesse aiutata, non cacciandola via ma anzi fatta assistere da un medico durante la gravidanza. Ma la vecchia liberta non le aveva mai detto chi fosse il padre di suo figlio, né tantomeno Livia le aveva fatto domande. Così, mentre le due camminavano per le strade più malfamate della città, coperte da lunghi mantelli con un cappuccio che camuffava i loro tratti, per non farsi riconoscere, Livia aveva una gran voglia di fare molte domande. Chi era questo Obscurus? E perché Gemina lo conosceva? Ma si morse il labbro, costringendosi al silenzio. A tempo debito, avrebbe scoperto tutto. Gemina camminava accanto a lei, in silenzio. Sul viso aveva un'espressione determinata, anche se sembrava un po' nervosa, visto che continuava a mordersi il labbro. "Gemina? Posso sapere dove stiamo andando?" le chiese, non potendo trattenere la curiosità. La liberta si riscosse, sorridendo. "Stiamo andando in una taberna. Se Obscurus è rimasto lo stesso di trent'anni fa, a quest'ora lo troveremo certamente lì."
Obscurus diede un morso al cibarius, apprezzandone il sapore aspro. Era una delle poche cose che amava della sua vita: come facevano i ricconi a mangiare dell'insipido pane bianco? Proprio non riusciva a spiegarselo. Masticò lentamente, chiudendo gli occhi. Prese un sorso di vino dalla coppa, beandosi di quel momento di pace.
Dalla porta della osteria entrarono due figure incappucciate, e Obscurus, per deformazione professionale, prese ad osservarle con interesse. Quando la più vecchia si tolse il cappuccio, ad Obscurus mancò un battito, e rischiò di strozzarsi. Gemina? L'avrebbe riconosciuta tra mille, nonostante qualche ruga in più e i capelli straiati di grigio. Ma cosa ci faceva lì? L'oste, andato loro incontro, indicò verso la sua direzione. Le due donne si incamminarono verso di lui.
Gemina, quando gli fu di fronte, sentì il respiro mozzarsi. Dopo trent'anni, eccoli di nuovo una di fronte all'altro. Obscurus era rimasto immobile, tradendo la sua sorpresa. Livia, che su consiglio di Gemina non si era ancora tolta il cappuccio, li guardava attentamente. Gemina fu la prima a riaversi, tossicchiando. "Salute, Obscurus. Possiamo sederci?"
Obscurus era sempre più disorientato. Ecco che una sera come tutte le altre diventava improvvisamente interessante. Tuttavia, sentiva il rancore che credeva di avere sepolto da anni dentro di sé uscire di nuovo fuori. "Certamente, Gemina. Sei venuta per sputarmi addosso il tuo disprezzo, ancora una volta?" la provocò, mettendo da parte la coppa ormai vuota. Gemina sospirò, scuotendo la testa. "Non sei cambiato affatto, vedo. Eppure in questi anni dovresti aver compreso la mia scelta." Obscurus ridacchiò. "Sicuro! Allontanarmi da mio figlio è stato un atto di vera gentilezza, da parte tua." Rispose, tagliente. Gemina lo guardò, ostile. "Non potevo permettere che crescesse con un padre assassino. Dovresti averlo capito." Ribatté, con tono altrettanto crudo. Obscurus batté un pugno sul tavolo, inferocito. "Non ero e non sono un assassino, maledizione!" sibilò. Gemina si protese in avanti, sorridendo. "Ah, quindi chi uccide dietro compenso cos'è? Un benefattore?" ribatté, beffarda. Poi si riscosse, guardando Livia. La invitò a sedersi e a togliersi il cappuccio. Obscurus socchiuse gli occhi, guardando quella giovane donna che, lo si capiva nonostante la sua semplice tunica, era benestante. "La piccola Livia si è fatta donna, vedo." Commentò, sorridendo a Livia che, un po' imbarazzata, ricambiò. "Ci serve un favore, Obscurus." Gli disse Gemina, guardandolo fisso. "Ah si? E perché mai dovrei accettare?" Livia intervenne, per evitare un nuovo litigio. "Perché Ferunto è in pericolo. Tuo figlio."
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Il Leone e la Lupa #Wattys2016
FanfictionDamone è un gladiatore della scuola di Capua. È bello, sfrontato e così abile nei combattimenti che il suo lanista, Batiato, lo ha soprannominato Leone. Livia è la figlia di Antonio Liviano, un ricco patrizio di Capua molto vicino al senato di Rom...