CAP 15. Sguardo nel passato pt.1

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La baciavo.
Io baciavo Grace come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Avevamo solo dodici anni e ci conoscevamo da sette anni: era già la mia migliore amica.
E io la baciavo.
Non più dopo aver rotolato sul prato, la baciavo ogni volta che metteva il broncio.
La baciavo finché non sorrideva.
Quando era indispettita, arrabbiata, esausta, preoccuputa, io la baciavo.

Erano solo bacini a stampo ma per me erano la cosa più dolce del mondo.

E anche lei mi baciava quando mettevo il broncio ed è inutile dire che spesso mi fingevo triste solo per quei bacini.

Facevamo i compiti insieme, sempre.
Giocavamo l'uno a casa dell'altra quasi tutti i pomeriggi.
E per strada se incontravamo altri bambini, ci univamo solo per isolarci poco dopo.

Ricordo che mi diceva a voce bassa, quasi come fosse una confessione indicibile, che gli altri bambini non le piacevano. Che lei si trovava bene solo con me.

E poi notavo che si ingelosiva.
Si ingelosiva tantissimo se una bambina mi regalava le carte per completare l'album.
E finivamo sempre per litigare perché a lei non andava bene nemmeno che giocassi con gli altri bambini.
Diceva che poi si sentiva trascurata.

Ad ogni modo, non riuscivamo a rimanere incazzati l'uno con l'altro per più di un'ora.

L'unica volta che passammo un'intera giornata senza parlarci fu quando avevamo quattordici anni e mi ero presentato sotto casa sua alle quattro di notte per chiederle scusa.

Mi aveva accusato di aver lasciato che Paolo, un nostro compagno liceale, la prendesse in giro.

Ricordo come se fosse ieri: Paolo aveva detto dinnanzi al nostro gruppo che Grace la dava a chiunque.
Si sentiva figo a dire quelle cattiverie, lo riempivano di orgoglio.

Grace non era lì nel momento in cui lo aveva detto.

Grace non si sarebbe limitata ad un "non è vero, stronzo".

No, Grace era diversa dalle altre.
Grace non sarebbe fuggita piangendo.

Grace lo avrebbe affrontato.
Mi immagino ancora come sarebbe andata: mi immagino lei che lo insulta dandogli del succhiacazzi e immagino la sfuriata di lui che sarebbe stato disposto a picchiarla.
Paolo non guardava in faccia a nessuno: a Paolo non interessava che lei fosse donna.
Paolo era già arrivato sul punto di picchiarla diverse volte, ma finiva sempre che intervenivo e la tiravo indietro.

Grace non voleva che l'aiutassi nelle sue battaglie, almeno non quando se ne occupava lei.
Lei era seriamente disposta a farsi picchiare pur di dimostrare che non era inferiore a un ragazzo.
Non voleva che la si trattasse sempre con un occhio di riguardo solo perché donna.

Però quella volta fu diverso.
Lei non c'era nel momento in cui aveva ricevuto l'offesa e sentire Paolo parlare così di lei, mi aveva dato eccessivo fastidio.
Non poteva parlare di Grace così.
Ero uscito di senno.
Lo avevo colpito alla mascella con una tale brutalità che cadde a terra.

Diciamo che da quel momento smisi di frequentare il gruppo.
Da quell'istante. Nel momento in cui il mio pugno entrò in contatto con la sua pelle, avevo deciso di uscire dal gruppo dei miei amici d'infanzia.
Nessuno mi aveva parlato dopo l'accaduto e io avevo evitato tutti.

Avevo scelto Grace.
Difenderla era piú importante.
Avrei sempre scelto Grace.

Ma lei non lo sapeva.
Lei seppe dalla sua amica Giada che Paolo l'aveva insultata e nessuno aveva proferito parola, che, anzi, io avevo annuito.

Solo dopo, scoprii che Giada mi veniva dietro e che stava facendo il possibile per farmi allontanare da Grace, in modo che io fossi solo suo.

Ma suo non sarei mai stato perché per me Grace era tutto.

Grace, a seguito delle parole di Giada, si era incazzata con me.
E allora mi presentai sotto casa sua alle quattro di notte, in pigiama e con un mazzo di fiori.
Quei dannati fiori.
Venti rose bianche e solo Dio sa quanto avevo dannato per averle.
Avevo svegliato il mio vicino di casa fioraio alle due del mattino.
Era un uomo buono e quando seppe che erano per Grace non esitò ad accompagnarmi al suo negozio, in piena notte e in ciabatte.
E quando gli avevo chiesto perché fosse tanto gentile con me, mi rispose che mi voleva bene e parole esatte:

<<Hai bisogno di lei come se fosse il tuo ossigeno. Hai bisogno di lei per star bene.>>

Le rose me le aveva date gratis e mi aveva detto che era una ragazza fortunata.

Quel fioraio morì esattamente un mese dopo da quella notte e tutt'ora oggi vado a far visita alla sua tomba.

Immaginavo che Grace stesse dormendo, ma non era così.
La sua finestra era al secondo piano e quindi lanciai qualche sassolino che scontrandosi con il vetro provocò un suono pacato, non troppo forte.
Lei si alzò dal letto, si sporse dalla finestra e mi guardó.
Non ero riuscito a vedere la sua espressione facciale per via del buio e del fatto che si era affacciata solo un attimo.

Era subito rientrata dentro e temetti che non sarebbe mai scesa.
Però non mi importava: io tenevo a lei e se per dimostrarlo sarei dovuto rimanere a dormire nel suo giardino... beh, lo avrei fatto.
E lo rifarei ancora mille volte.

Perché lei scese.
Non so quanto ci mise, ma scese.
Era in pigiama, in lacrime.
E io finsi che stavo dormendo.
Vidi il portone di casa sua aprirsi e tenni gli occhi socchiusi studiando i suoi movimenti. Mi venne incontro di corsa e io dovetti combattere un sorriso con tutte le mie forze.

Mi stavo fingendo addormentato e quella non fu decisamente la scelta pù intelligente che potessi fare.

Zitto e baciamiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora