14. Sorella gemella della paura.

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«Chiudi! Chiudi!».
Ancora scossa dai tremiti, mi ritrovai ad ascoltare la voce dal tono acuto di Scott. Impartiva ordini a Stiles mentre noi tutti, all’interno di scuola, non facevamo altro che nasconderci dietro la porta d’entrata, trattenendo le maniglie nella speranza che quella soluzione potesse bastare a tenere lontano… l’alpha.
Era strano ammettere di avere sul serio a che fare con una bestia del genere, e me ne resi sul serio conto solo in quel momento. Ancora più assurdo era il fatto che Deaton, il meno sospettato in tutta quella storia – tranne che da Derek, potesse ricoprire un ruolo simile.
Proprio al pensiero di Derek, avvertii il sangue gelarmi nelle vene e un gemito abbandonò le mie labbra. Era morto. Quella volta per davvero.
Pur senza sapere esattamente cosa stessi facendo, decisi di seguire – ancora una volta – i movimenti di Stiles. Quando lui si mise in piedi per osservare l’esterno attraverso la piccola finestrella della porta, lo feci anch’io, tentando di seguire attentamente il suo sguardo.
Quando la grande tenaglia gialla che Stiles aveva portato da casa colpì il mio, non potei fare a meno di aggrottare le sopracciglia. Nonostante l’annebbiamento tipico della paura e delle lacrime in arrivo, ero riuscita a sentire i due ragazzi alla ricerca di un modo per bloccare la porta.
«No», soffiai all’improvviso, quando tutto mi fu chiaro, come per magia. «Stiles, no».
Voleva uscire fuori, recuperare la tenaglia ed utilizzarla come fermo. Era evidente. Non gliel’avrei lasciato fare. Né allora né mai.
A quel mio lamento soffocato, anche Scott si mise in piedi, e gli bastò seguire lo sguardo di Stiles – ancora più che deciso a portare avanti la sua folle idea – per capire immediatamente cos’avesse in mente. Lo conosceva molto meglio di me, e si vedeva.
«No», decretò infatti anche lui, quasi fulminando il migliore amico mentre io mi ci avvicinavo, sicura del fatto che avrebbe “agito” di lì a poco.
Scoprii di non essermi affatto sbagliata nel momento in cui proprio Stiles, dopo aver pronunciato un: «Sì» deciso e aver lasciato la sua torcia nelle mani di Scott, spinse il grande maniglione della porta antincendio di scuola e fece per buttarsi all’esterno.
Il battito del mio cuore aumentò senza che potessi impedirmelo, e gli occhi mi si riempirono di lacrime mentre per fermarlo non avevo altra scelta che aggrapparmi a lui con entrambe le mani.
Lo: «Stiles, no!» di Scott si sovrappose al mio urlo quasi disumano. Non mi preoccupai nemmeno di far troppo rumore e attirare l’attenzione dell’alpha – che nel frattempo sembrava essere sparito – e scoprii di aver fatto bene quando Stiles decise di darmi finalmente di nuovo retta.
«Non andare, ti prego», riuscii solo a mormorare quando i nostri occhi si incontrarono, sperando inconsciamente che la voce non venisse fuori troppo spezzata.
«Starò bene», furono le semplici parole di Stiles, accompagnate da un sorriso per nulla tipico di lui.
Era un sorriso di quelli che avrebbero dovuto infondere sicurezza ma era anche… finto. Non spontaneo né sentito. Non ci credeva nemmeno lui.
Scott provò a richiamare ancora una volta il suo migliore amico, ma lui ignorò bellamente sia McCall che me, e districandosi dalla mia presa si precipitò all’esterno, chiudendosi la porta dietro le spalle con un tonfo. Mi conosceva già così bene da sapere che avrei fatto di tutto per inseguirlo? Me lo chiesi a lungo, mentre attraverso la finestrella riuscivo ad osservare di sbieco la sua schiena ancora schiacciata contro gli infissi.
Capii che la risposta fosse sì quando lo vidi restare immobile per lungo tempo, con la paura che mi cresceva dentro sempre di più. Nel momento in cui le mie dita avevano perso presa col tessuto chiaro della giacca di Stiles, il mio corpo era scattato in avanti e nessuno si era perso quel mio spostamento istintivo – nessuno. Se solo la porta non si fosse chiusa così velocemente, a quell’ora sarei stata fuori con lui.
«No…».
Mi venne quasi automatico ringhiare quella parola, mentre stringevo i pugni contro il vetro. L’alpha era tornato e guardava Stiles – ignaro di tutto – coi suoi ardenti occhi rossi, acquattato dietro la Jeep, in attesa di poter attaccare.
Non me lo lasciai ripetere due volte: ignorai Scott che provava inutilmente a richiamare il migliore amico all’interno e ripetei gli stessi gesti di Stiles, facendo per raggiungerlo velocemente. Purtroppo, però, come in un déjà-vu si ripeterono le stesse azioni della volta precedente. L’unica differenza era che allora, al posto di Stiles c’ero io.
«Che hai intenzione di fare? Non anche tu, ti scongiuro!», esclamò Scott, afferrandomi la giacca di pelle quand’ero già con un piede all’esterno.
Gli riservai uno sguardo veloce poco prima di districarmi dalla sua stretta ed uscire fuori una volta per tutte. Non c’era tempo da perdere.
«Stiles, entriamo!», ordinai ad alta voce, correndo nella sua direzione e accovacciandomi istintivamente alla sua altezza.
L’alpha avvertì benissimo il mio urlo, tanto che lo interpretò – forse – come un invito. Io e Stiles alzammo gli occhi nella sua direzione nello stesso momento, e sempre insieme li sgranammo sospresi. Quando l’alpha prese a correrci in contro, trattenni il respiro e mi misi in piedi velocemente, trascinando Stiles con me all’interno di scuola.
Scott ci aiutò ad entrare e poi insieme sistemarono la tenaglia di modo che riuscisse a trattenere la porta chiusa un po’ meglio. Col fiatone, mi ritrovai ad accasciarmi contro il muro, prendendo a scivolare sul pavimento. Mi sentivo il cuore in gola.
«Non fare mai più una cosa del genere, stupida!».
Quando quelle parole raggiunsero le mie orecchie, alzai di scatto la testa dal nascondiglio che erano diventate le mie ginocchia e donai a Stiles uno sguardo furioso. Come si permetteva? Avevo rischiato la mia vita per lui e no, non volevo che mi ringraziasse. L’avrei rifatto altre mille volte ancora senza ripensamenti, ma… addirittura ringhiarmi contro?
«Neanche tu», sibilai dopo qualche attimo, riuscendo chissà come a non urlare come avrei voluto.
Io e Stiles continuammo a guardarci negli occhi ancora a lungo, poi lui sviò il mio sguardo e cercò Scott.
«Perché le hai permesso di uscire?», gli domandò, infuriato.
«Io…».
A quel punto, mi misi in piedi il più in fretta possibile, cercando di ignorare il capogiro che mi aveva colta dopo tutti quei movimenti bruschi. Sarebbe finita male, me lo sentivo.
«Cosa avrei dovuto fare, me lo spieghi? Guardar morire anche te? No, grazie!», strillai di colpo, parandomi di fronte a Scott, ancora incapace di spiegarsi.
Stiles fece per replicare, ancora per nulla tranquillo ma tuttavia un po’ più consapevole di essere nel torto. Era arrabbiatissimo e un po’ potevo capire perché, ma non era affatto giusto che mi trattasse male. Non potevo accettarlo.
«Non osare aggiungere altro! Non è il momento», continuai, quando mi resi conto che avesse ancora tutta l’intenzione di discutere. «Dobbiamo uscire di qui. Quanto pensi che reggerà quella tenaglia?».
Quando smisi di pronunciare quelle parole, un silenzio glaciale calò su noi tutti e per un solo attimo, mi ritrovai a benedire quel momento di pace apparente. Ero allo stremo delle forze ed impiegarne delle altre per discutere con Stiles era una cosa che proprio non potevo permettermi.
Sospirai stancamente, rivolgendo uno sguardo tutt’intorno a me. Di notte, con le luci spente e completamente vuota, la Beacon Hills High School faceva davvero – davvero – paura. Credo che lo stesso pensiero attraversò le menti di Scott e Stiles, perché avvertii anche loro guardarsi distrattamente intorno, forse alla ricerca di un piano di fuga efficace.
Tuttavia, prima ancora che qualcos’altro potesse essere aggiunto, un fortissimo ululato ci riempì le orecchie, facendo aumentare ancor di più la nostra paura. Era un richiamo e significava nient’altro che morte. L’alpha, in un modo o nell’altro, ci avrebbe raggiunti. E noi cos’avremmo potuto fare, se non scappare?
 
Non anche Allison in tutto questo schifo, non anche lei. 
Quando Scott era riuscito ad avvertire grazie al suo udito ipersviluppato la suoneria del suo cellulare, mi ero ritrovata a sperare che si stesse solo sbagliando. E quando aveva avuto occasione di parlare con lei al telefono, seppur stupidamente, avevo fatto di tutto per convincermi del fatto che fosse nient’altro che un sogno. Ma quando me l’ero ritrovata di fronte, non c’era stato più niente che potessi fare per convincermi di lei a casa, al sicuro. Nel momento in cui poi anche Jackson e Lydia avevano occupato la mia visuale, avevo avvertito distintamente il mondo crollarmi addosso.
Non anche loro, non anche loro.
Non c’era modo di scappare da quella scuola: l’alpha aveva pensato proprio a tutto. Solo in quel momento realizzai che fosse anche un umano, che avrebbe potuto pianificare ogni cosa senza sospetti e che, soprattutto, non ci volesse sul serio morti. Avrebbe potuto ucciderci molto tempo prima, per esempio quando aveva ammazzato il bidello di scuola nello spogliatoio dei maschi o quando invece era riuscito ad entrare dentro scuola con un balzo che aveva distrutto i vetri.
Al contrario, aveva fatto sì che riuscissimo a scappare – sempre – senza fare in modo di raggiungerci con la sua velocità disumana ma standoci sempre alle calcagna. Voleva farci impazzire, oramai a quel punto ne ero più che consapevole – proprio come lo erano Stiles e Scott. Quando il soffitto, per la seconda volta in quella serata, prese a tremare sopra la mia testa, fu più che naturale per me cercare la mano di Stiles. Intrecciai le mie dita alle sue proprio come se fosse una cosa “normale” e quando avvertii la sua stretta rafforzarsi, gli donai uno sguardo riconoscente.
Avevamo discusso, sì, ma non c’era tempo per tenersi il muso a vicenda ed io avevo bisogno di lui, proprio come Allison aveva bisogno di Scott e Lydia di Jackson. Mi bastò solo un attimo per vedere le nostre sei paia di mani intrecciate e non ci fu occasione per pensare a qualcos’altro da aggiungere perché, ancora una volta, dovemmo riprendere a scappare verso una destinazione imprecisa. Mai come in tutta quella serata mi era capitato di correre tanto o di avere così tanta paura. Credetti anche di star diventando qualcosa di molto simile alla sua sorella gemella.
«Dobbiamo bloccare la porta!», sentii Scott esclamare, solo una volta che fummo riusciti a rinchiuderci in quella che aveva tutta l’aria di essere la cucina della scuola.
Jackson non se lo fece ripetere due volte, mentre io me ne rimasi in un angolino a fissarli entrambi collaborare per la sopravvivenza. Era straordinario cosa certe situazioni potessero provocare, pensai mentre mi stringevo le braccia al petto, tremante e stremata da tutta quella assurda situazione. Era anche strano quali alleanze si potessero creare, aggiunsi poi, riservando degli sguardi preoccupati a Lydia ed Allison – scoprendo che i loro fossero lo specchio esatto dei miei.

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