17. Il momento di agire

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Domenica mattina mi alzo piena di energia. Sono decisa ad andare da Celeste. Voglio stringerle la mano e dirle che sono vicino a lei. (non sono sicura di poterla abbracciare, così dovrò accontentarmi di stringerle la mano) L'ultimo flashback che ho avuto mi ha dato l'impressione che fosse così sola e triste e ho sentito una connessione con lei, molto più di prima, come se condividessimo un grosso segreto.

Prendo il telefono senza accenderlo e vado in cucina a fare colazione. Mamma e Cristina sono ancora a letto, così scrivo loro un messaggio e lo lascio sul tavolo dicendo che sono uscita.

Cammino verso la metro perché è il mezzo più veloce per arrivare all'ospedale da Celeste e nel frattempo mi guardo intorno. Senza telefono non posso neanche ascoltare la musica e quindi non mi resta altro che vagare con la mente.

Per tutto il tragitto non faccio altro che pensare a Celeste. A tutto quello che so. A quello che mi ha fatto vedere. Ci sono momenti che mi sembra di conoscerla meglio di chiunque altro. Non aveva amiche? Perché nessun'altra è venuta a trovarla o ha chiesto di lei? Perché non ci sono altre persone nella sua vita, nei suoi ricordi? Possibile che Stefano fosse l'unico? O forse... che lui l'avesse isolata dalle altre persone? Potrebbe essere. Altrimenti qualcuno l'avrebbe potuta aiutare. L'avrebbe potuta salvare prima. Prima. Prima dell'incidente...

Ora comunque ci sono io. Ho deciso di non essere più passiva e di darmi da fare. Se posso fare qualcosa, la farò. Se non posso... devo pensare a come trovarla. Semplice. Avrei dovuto pensarci prima. Invece che starmene lì a piagnucolare perché, effettivamente, è quello che ho fatto. Ho piagnucolato. Come Cristina quando era piccola e stava troppo tempo in casa ad annoiarsi.

Ora ho deciso di fare qualcosa. E la prima cosa che voglio fare è andare da Celeste. Anche se sembra inutile, anche se non servirà a niente. Voglio starle vicino fisicamente.

Quando salgo le scale della palazzina del reparto sono ancora assorta nei miei pensieri ma mi riprendo subito quando apro la porta della rianimazione.

Lisa, la mia vicina infermiera, mi saluta e sorride. Neanche mi chiede per chi sono lì, se lo ricorda. Le sorrido a mia volta e mi lascio accompagnare nello stanzino delle protezioni. Quando esco sembro un puffo: sono tutta coperta di blu e la mia altezza non aiuta certo a distinguermi. La cuffia sui capelli mi dà fastidio ma non tanto quanto la mascherina, così la sistemo senza dire niente e lascio che Lisa apra la porta della stanza di Celeste e la guardo mentre si allontana, lasciandomi sola. Sola con Celeste.

Mi avvicino al letto e Celeste è proprio come l'ho lasciata l'ultima volta. È ancora stesa con gli occhi chiusi. Il respiratore e tutti gli altri macchinari, sono ancora lì. Ora riesco a dare un senso alla parola 'intubata' che sento sempre in televisione.

Vicino al letto c'è una sedia, così mi siedo e allungo la mano sul lenzuolo, come l'altra volta, e tocco la mano di Celeste. E' tiepida, non troppo calda. Non so il perché, ma me l'aspettavo gelida, forse per via della situazione, quella stanza, tutta azzurra, dal muro al letto, dagli infissi ai contorni dei macchinari, mi dà una sensazione gelida che sento sulla pelle. Così, per scaldarmi, stringo la mano di Celeste, quella con il tatuaggio.

Le guardo il viso, come se mi aspettassi che aprisse gli occhi proprio in questo momento, ma non succede. Non è un film, in cui tutto va come ci si aspetta. Celeste non si sveglierà soltanto perché io le ho stretto la mano.

Resto lì un bel po' di tempo, parlo a Celeste di me, perché, dopo tutto quello che ho visto, penso che mi abbia scelto e ci considero amiche. È giusto che conosca la persona a cui ha deciso di aprire i suoi ricordi così, siccome mi sembra giusto, le racconto anche qualche mio ricordo. E poi, senza averlo previsto, le racconto un mio segreto. Chissà se può sentirmi. Chissà se lo sa già.

Flashback (in revisione)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora