Confusione

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Adele scalpita interiormente, è in fibrillazione. Non fa che annodare e sciogliere la cravatta. Ed è ritta, tesa come una corda di violino, davanti allo specchio della propria stanza. Tra un grugnito basso e un'imprecazione strozzata, pensa allo smacco subito. Schiocca la lingua, controlla lo smartphone e invia un'ennesima chiamata a Jae. Quando la sente andare a vuoto, allora, ringhia. Osserva il nodo Edredge e lo trova imperfetto – prima storto, poi stretto, infine gonfio. Così digrigna i denti, si sente come un animale in gabbia e ricorda la voce di Richard, il suo tono beffardo – derisorio – che la pungola a distanza di ore. E più si concentra sul riflesso, più si sente lontana dal mondo – il suo mondo, quello che ha faticato a guadagnare. Perciò deglutisce a vuoto, serra i denti, sbuffa a mezza bocca e storce perfino il naso in quella che definirebbe una smorfia indegna. Trattiene a stento le lacrime di frustrazione, ma non il pugno che scatta contro il vetro, sul viso ancora troppo femminile. Un ruggito le esce di bocca e si perde nell'eco di un Vaffanculo maltenuto. Con il respiro veloce e la testa su di giri, quindi, ritira il braccio. Non guarda le nocche ferite, solo i vetri che scivolano verso il basso e s'infrangono al suolo – a rallentatore, come in un film, perché non esiste il tempo e non è abbastanza.

Patricia bussa alla porta, chiede: «Tutto bene?» Ha la voce bassa, tremolante, quasi impaurita.

E Adele non risponde, non subito almeno. Resta impassibile, con gli occhi sgranati e le palpebre sollevate all'inverosimile. «Tutto bene» borbotta. Sente bussare ancora, così alza il tono e grida: «Ho detto tutto bene!» Si morde le labbra, corre verso il bagno antistante e infila la mano sotto l'acqua fredda. Toglie una scheggia dalla nocca più prominente e ringhia a denti stretti. Batte perfino un piede sul tappeto del bagno e singhiozza a denti stretti – non per il dolore, è ovvio. «Maledetto stronzo» sibila. Chiude gli occhi, si aggrappa al lavandino con la mano illesa e lascia che lo scrosciare dell'acqua la culli appena. Poi deglutisce ancora, indurisce i muscoli del viso, chiude il rubinetto e si tampona le nocche ferite con un asciugamano. Non è abbastanza, perciò manda al diavolo la coerenza e torna indietro, sui propri passi, fino all'uscio della porta cui Patricia continua a sostare. La guarda dall'alto in basso e non dice una parola. Sprona la mano in avanti e le vede battere le palpebre con fare allibito.

«Aspetti, torno subito» biascica questa, correndo a cercare delle bende per medicare la ferita di Adele.

«Va bene» scandisce. Sente la propria voce distante, ovattata, e poi vede Tera Evans a qualche passo di distanza. Non riesce neppure a sorriderle, ma poi accenna a un'espressione simile, a qualcosa che paia un cenno, un saluto.

«È successo qualcosa?» Domanda appena. Il tono vacilla, lo sguardo indugia sulle nocche insanguinate di Adele. Sente la gola arsa e si umetta le labbra in un gesto automatico. Ma non si avvicina, no, perché a dirla tutta ha timore di una qualsiasi risposta.

«No, è tutto okay...» mormora. Si rabbonisce e sospira. Abbassa la mano, la stringe nell'asciugamano e riesce anche a sorridere. «Hai indossato il vestito che ti ho regalato» dice allora. Prende un bel respiro, manda al diavolo l'idea di Richard e per un attimo crede di poter notare un leggero rossore sulle guance di Tera. «Ti sta bene, davvero» aggiunge in un soffio.

«Grazie.» Tera accenna un sorriso, annuisce appena e infine si scosta dalla porta della propria stanza per incamminarsi lungo il corridoio. Tuttavia si ferma e solo perché è Adele a chiamarla:

«Tera...»

«Sì?» Batte le palpebre, si volta a guardarla e quasi trasalisce. Sene un brivido percorrerle la schiena e il fiato mancare per un attimo.

«Oggi vorrei pranzare fuori» inizia. «Ti va di venire con me?» La domanda vacilla appena, incespica sulla lingua e infine sgattaiola fuori in un suono deciso, netto, quasi perentorio. E Adele si maledice subito per non aver usato l'intonazione giusta, perché vede Tera stringersi nelle spalle con fare impacciato. «O questa sera, se preferisci...»

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