CAPITOLO CINQUANTACINQUE

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Capitolo Cinquantacinque: mai fidarsi degli amici.

"Mi hai chiesto, qualche lettera fa, se davvero mi fosse piaciuto fare quel che ho fatto. Si, mi è piaciuto. Mi piaceva il potere. Non mi è mai piaciuto ferire i bambini. Ma mi piaceva ferire le donne.[...] Una volta ho lasciato andare un bambino, lo sapevi? Non sono il mostro che tutti dipingono."
-Richard Ramirez

Le torce nel corridoio sotterraneo proiettavano ombre inquietanti sulle pareti di pietra, mentre Caspian conduceva Missnöjd e Marthin sempre più in profondità nelle segrete.

L'aria era densa e soffocante. L'eco dei loro passi rimbombava in lontananza, come un presagio di ciò che di lì a poco sarebbe accaduto.

Marthìn era inquieto. Camminavano da un tempo indefinito, al freddo e al buio, ma il volto di Caspian, illuminato dalla flebile luce delle torce, tradiva una malizia che gli gelava il sangue.

L'espressione impaurita, il fremito nelle sue mani e il tremolio della sua voce: era tutto sparito, sepolto sotto un tappeto.

Gli occhi dell'uomo si erano fatti piccoli, mentre tentava di scorgere nell'oscurità la sagoma di qualcosa di familiare.

Fu solo quando la trovò che si permise di esalare un respiro vittorioso: erano esattamente dove dovevano essere.
Davanti a loro, una massiccia porta in ferro torreggiava cupa sul corridoio. Due spesse assi in legno, ammuffite dal tempo, la circondavano come cinture.

In cima, poi, era stata fissata una targa in oro, coperta dalla polvere e rovinata dall'incuria. Recitava: Ubi Deus Requiescit.

Dove Dio Riposa.

Caspian affondò la mano nella tasca sinistra, saggiando con i polpastrelli il profilo della chiave che teneva nascosta.
La infilò e la girò nella serratura con calma, preoccupato di dare nell'occhio. Questa, comunque sia, fece fatica a entrare e la frustrazione, mista all'ansia, lo trassero in inganno.

"Cazzo!" Si fermò, in affanno, tacendo tutto insieme. Marthìn e Missnöjd si scambiarono uno sguardo, ritrovando quell'intesa che nei primi anni di matrimonio li aveva accompagnati.

Se prima il marito aveva avuto dubbi, ora ne era certo: qualcosa non andava.
"Cosa sta succedendo?" Fece un passo avanti, stringendo saldamente la torcia che teneva in mano. "Camminiamo da almeno due ore," riprese poi, venendo subito interrotto dalla moglie, "e perché entrare in una stanza? I tunnel finiscono quando vedi una luce, non una porta."

Fu allora che Caspian si decise a voltarsi. I suoi occhi erano spalancati e le sue pupille, rese minuscole dall'isteria, ora puntavano Marthìn come avrebbe fatto un cane con un osso. Un cane con la rabbia, davanti a un osso.

"Solo un paio di minuti," aveva bofonchiato l'uomo, il tono inasprito dalla frustrazione, "perchè non avete aspettato solo un paio di minuti in più?" Poi scosse la testa, come amareggiato, tornando subito dopo ad armeggiare con la serratura bloccata. I coniugi si fissarono, tra il confuso e lo stupefatto, senza riuscire a rendersi conto di cosa stava accadendo.

Perchè rimaneva così calmo? Ora che l'avevano smascherato, pareva quasi più tranquillo di prima. Missnojd ne dedusse che il suo segreto, qualsiasi esso fosse, doveva esser più che pesante. Le spalle dell'uomo, confermando la sua teoria, erano crollate insieme al click della porta.

Rilassato, Caspian aveva appoggiato la spalla contro la superficie ruvida, spingendo con quanta più forza aveva per aprirla.

Ai coniugi sembrò di vedere qualcosa, simile a una silhouette, affacciarsi sull'uscio. L'aria si era fatta pesante, ancora più aspra e soffocante del fumo sopra le loro teste.

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