Nei giorni che seguirono, Evan si ritrovò a dedicare a Dalia più tempo del solito, quasi naturalmente, senza premeditazioni.
Non era solo l'affetto profondo che lo legava a lei, ma qualcosa di più sottile, quasi un senso di dovere che gravava sulle sue spalle.
Restava accanto a lei in silenzio, diventando per lei una presenza solida e discreta, un rifugio in mezzo alla tempesta che stava scuotendo la sua vita.
Spesso la sorprese mentre piangeva, con le lacrime che le scivolavano silenziose sulle guance, senza un segno d'allarme.
In quegli istanti, Evan non parlava, non pretendeva altro che restare lì, vicino.
Le posava una mano sulla spalla, le offriva un fazzoletto, senza mai forzarla a parlare o a mostrarsi più forte di quanto fosse.
Aspettava che la sua agitazione si placasse, come un'ancora di calma in un mare agitato.
A volte, con delicatezza, le preparava qualcosa da mangiare, incoraggiandola a mangiare almeno un po'.
Non era semplice, ma lei lo faceva soprattutto per lui.
Quel gesto semplice, apparentemente insignificante, portava con sé un peso di significato enorme: condividerlo, il dolore, lo rendeva più sopportabile.
Dormì da lei tutte e tre le notti, non aveva bisogno di dirlo, ma per lui non era affatto un sacrificio: quelle notti nella penombra della sua stanza, immerse nel silenzio o in bisbigli morbidi, avevano un potere quasi curativo.
In quell'oscurità Dalia poteva lentamente trovare un pezzo di sé da ricostruire.
E lui se ne accorgeva.
La fioca luce nei suoi occhi, quella luce che temevo di non rivedere mai più, stava piano piano tornando.
Timida, nascosta dietro la coltre di tristezza, ma c'era.
Si manifestava nei piccoli gesti, nei sorrisi appena accennati, negli sguardi che ora sembravano più vivi, più chiari.
Era solo l'inizio, fragile e precario, ma reale.
Arrivò il lunedì, e con esso il ritmo spietato della settimana scolastica, che riprese senza alcuna pietà, come se nulla fosse accaduto.
Evan camminava da solo lungo i corridoi gremiti di studenti, tra chiacchiere, risate e il rumore delle scarpe che battevano sul pavimento lucido. Eppure, dentro di lui, tutto si sentiva ovattato, distante, come se fosse estraneo a quel clamore.
Dalia aveva scelto di restare ancora a casa.
Aveva bisogno di silenzio, di protezione, di tempo per sé.
Daniel, invece, sembrava scomparso.
Evan non lo vedeva da quando erano venuti quasi alle mani, e quel ricordo continuava a pungergli la mente come una spina fastidiosa.
Il pensiero di quell'ira incontrollata, delle parole dette senza filtro, lo tormentava.
Sapeva di averlo ferito, la colpa lo schiacciava, ma mancava in lui il coraggio di rimediare, di fare il primo passo.
La sua impulsività, quel fuoco che scaturiva prima del pensiero, era stato il suo peggior nemico, e ora rimanevano solo le ceneri delle parole.
Un sospiro greve lo scosse e cercò di scacciare quei pensieri mentre si avvicinava al suo armadietto sbadigliando, portandosi una mano alla bocca per soffocare il gesto.
I corridoi erano pieni di studenti: gruppi rumorosi di amici che parlavano del fine settimana, risate sparse che rimbalzavano sulle pareti alte e fredde.
Alcuni avevano già preso posto ai banchi, assorti o distratti, cadenzati ciascuno nel proprio piccolo universo.
Ma, nonostante quella consueta frenesia, Evan percepiva qualcosa di diverso nell'aria. Un'atmosfera sottile, tesa, come un invisibile filo vibrante, pronto a spezzarsi.
Un peso insolito gli premeva sul petto, un senso di inquietudine che non riusciva a spiegare, insistente come un battito in più del cuore. Sensazione che qualcosa, dentro o fuori di lui, stava per mutare.
Scrollò la testa per liberarsi da quella pesante impressione e raggiunse il suo banco, quello vicino alla finestra, il suo rifugio preferito.
Da lì, osservava il mondo senza farsi vedere.
Si lasciò cadere sulla sedia con un lungo sospiro, lo sguardo rivolto al cielo oltre il vetro.
Un manto plumbeo di nuvole minacciose si stendeva sopra la scuola, coprendo tutto come un peso greve, e in lontananza un lampo squarciò l'orizzonte.
"Tempesta in arrivo" pensò, aprendo il libro con scarso entusiasmo.
Proprio mentre la mente iniziava a vagare, un rumore ritmico lo distolse: un ticchettio insistente e nervoso, prodotto dalla penna del suo compagno di banco che sbatteva contro il legno.
Alzò un sopracciglio, osservandolo con perplessità.
—Tutto bene?— chiese, con voce bassa ma decisa.
Il ragazzo sollevò gli occhi, lo sguardo teso, pupille dilatate, labbra serrate in una smorfia d'ansia.
—No... — esalò con un respiro profondo — Non sono pronto per il test—
Fuori, il primo tuono rimbombò, profondo e lontano, come un presagio.
La tempesta ormai era iniziata
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Habit
FanfictionC'è un confine sottile tra l'amore che si vede e quello che si sente davvero. Matthew ed Evan lo attraversano di nascosto, notte dopo notte. Il loro non è un semplice legame, ma un universo parallelo fatto di sguardi rubati e baci che non possono la...
