Il Filo che non si spezza

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Gli anni avevano lasciato cicatrici invisibili, più profonde di quelle incise sulla pelle.

Midoriya Izuku e Bakugo Katsuki non erano più i ragazzini delle medie, né i giovani eroi freschi di licenza. Erano diventati colonne portanti della nuova generazione, nomi che facevano tremare i criminali e che alimentavano la speranza nei civili.

Ma le strade si erano divise. Agenzie diverse, missioni diverse, città diverse. Eppure, nel cuore di entrambi, qualcosa era rimasto in sospeso: un legame indefinito, teso come un filo d’acciaio tra loro, che nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di tagliare o di afferrare con entrambe le mani.

Per Izuku, era ancora ammirazione… o almeno, così si raccontava. Per Katsuki, un rispetto nascosto sotto strati di orgoglio. Entrambi ignoravano che quel filo non era fatto di semplice stima, ma di qualcosa di più pericoloso.

E bastò una notte per ritrovarsi faccia a faccia.

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La pioggia batté sull’asfalto con un ritmo nervoso, lavando via il sangue e l’odore acre di fumo.
Izuku tossì, piegandosi su un ginocchio mentre si stringeva il fianco. Il combattimento era finito, ma il suo corpo ne aveva pagato il prezzo. Un villain dotato di una forza disumana lo aveva colpito più volte prima che riuscisse a metterlo al tappeto.

Il rumore di stivali pesanti si avvicinò. Izuku non aveva bisogno di alzare lo sguardo per sapere chi fosse: quella presenza, quella scarica di energia nell’aria… era inconfondibile.

"Katsuki..." pensò, prima ancora di vederlo.

"Sei proprio un idiota, Deku."
La voce di Katsuki, più bassa e matura, lo trafisse come sempre, ma questa volta non aveva il tono esplosivo di un tempo. C’era una sfumatura diversa, un misto di irritazione e preoccupazione.

Izuku alzò il volto, il respiro corto. "E tu sei sempre in ritardo, Kacchan."
Un mezzo sorriso gli piegò le labbra, sfacciato, quasi a sfidarlo.

Katsuki si accovacciò accanto a lui, osservando il taglio al fianco e la spalla lussata. "Non parlare. Ti porto via."

"Oh, che dolcezza improvvisa…" mormorò Izuku, con quel sarcasmo che non aveva mai osato usare da ragazzino.

Gli occhi rossi di Katsuki si strinsero in una fessura. "Non farmi pentire di salvarti, nerd."
Ma nonostante le parole, lo sollevò con un movimento deciso, tenendolo stretto contro di sé. Il calore del suo corpo filtrava attraverso i costumi fradici, e Izuku si accorse che il cuore gli batteva più veloce di quanto volesse ammettere.

Il viaggio verso il rifugio temporaneo fu silenzioso. Una stanza d’emergenza dell’agenzia di Bakugo, con un lettino, un armadietto di primo soccorso e un vecchio termosifone che cigolava. Katsuki lo adagiò con cura, troppo per l’uomo che un tempo lo spingeva nei fossi.

"Togliti la giacca," ordinò Katsuki, cercando garze.

"E poi mi offri anche una cena?"

Izuku rise, ma il suono si interruppe in un gemito quando Katsuki gli toccò il fianco.

"Stai zitto."

Il tono era ruvido, ma le mani erano ferme e precise mentre pulivano la ferita. Izuku, disteso e con lo sguardo fisso sul soffitto, sentiva ogni tocco bruciare… non per il disinfettante, ma per il fatto che fosse lui a farlo.

"Sai, Kacchan…" disse a bassa voce "…forse mi piace quando ti prendi cura di me."

Katsuki lo fissò per un secondo, come se stesse decidendo se urlargli addosso o… fare qualcos’altro. Il filo tra loro si tese, sottile e pericoloso.
E in quella stanza, con il rumore della pioggia che picchiava contro i vetri, sembrava pronto a spezzarsi.

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