My head is a jungle

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Sarebbe stato bello dire che la risposta a quella provocazione arrivò pochi minuti dopo, o, in una distanza drammatica e prolungata, il giorno seguente; tranquillizzando il corvino con una battuta iconica, però non accadde né l'una né l'altra. Controllò persino il suo profilo Instagram. San si era detto, fin dall'inizio di quell'indagine casalinga, che non avrebbe aperto nessuna storia, qualunque tipo fosse, sebbene il ragazzo biondo non avesse impostato una privacy definita. Voleva principalmente verificare se ci fosse almeno un guizzo vitale nella quotidianità del giovane e, in parte, se lo stesse appositamente ignorando o se fosse semplicemente impegnato. Ma nemmeno lì ebbe un riscontro positivo, dato che non comparve nulla. Doveva esserne contento oppure no? C'erano grandi probabilità che non ce l'avesse con lui, però questo significava che stava succedendo altro. Si domandò se quel vecchio detto, secondo cui spesso è meglio non sapere nulla delle cose, fosse davvero vero e non una frase fatta a tavolino. Perché, se non avesse conosciuto il passato del ragazzo, magari non avrebbe avuto quel senso di preoccupazione ed inquietudine addosso. In circostanze ordinarie non si sarebbe immischiato a tal punto; del resto, lo avrebbe conosciuto appena. Certo, un paio di quesiti se li sarebbe posti, però la questione sarebbe finita lì... oppure no. Ormai non era più così sicuro delle proprie riflessioni. Le poche certezze legate all'apprensione erano scritte sul suo viso e nei suoi comportamenti. Suo padre non perdeva occasione per chiedergli cosa avesse. San capiva il motivo di quella curiosità. Non era infatti un'abitudine che appartenesse a lui mostrarsi sofferente davanti agli altri, poiché comportava ulteriori attenzioni o domande.

Il corvino tentò di mantenere la calma inizialmente, tirandosi fuori dai propri attimi in cui fissava il vuoto e si perdeva, rispondendo con un veloce "niente" per chiudere il tema, anzi per non aprirlo affatto. Purtroppo, quando non si trattava di una sua reazione, ciò non era fattibile al cento percento. Invero, la bizzarria ritornò nelle giornate successive, portando con sé tutta la pressione sulle spalle del neo-diciottenne. Anche se avesse voluto, non avrebbe potuto sfruttare ciò che sapeva sul soggetto della sua mente. Wooyoung aveva già problemi e San non aveva voglia di aumentarli. Era bloccato. Brutto sentirsi impotenti e in trappola. Voleva fare tanto, ma non poteva fare nulla: desiderava spezzare ogni confine, ma non poteva oltrepassarne la linea neanche con un dito. Ebbe solo la possibilità di sfiorare la sopracitata barriera, trovando il coraggio di chiamare al cellulare il ricercato; però, come si aspettava, partì la segreteria. L'effetto fu come un aggravante in una sentenza, con l'andazzo già previsto dal quadro generale. Per anni stritolato dal peso della pena che la sua condizione arrecava agli adulti e che veniva caricata sulle sue spalle, insieme alle responsabilità che non avrebbero dovuto spettare a un ragazzino. Pensieri così gravosi da offuscare la leggerezza che avrebbe dovuto caratterizzare l'infanzia.

In preda a una crisi, si guardò allo specchio, cercando di assumere un'espressione neutra. Ma i suoi occhi tradivano l'inquietudine che lo attanagliava. Non era solito versare lacrime, eppure in quel momento le sue iridi scure si riempirono di acqua salata, pronte a scorrere lungo i solchi degli zigomi pronunciati, annacquando la vista. La gola, stretta da una morsa invisibile, gli rendeva il respiro un'impresa ardua. Piccole vene in evidenza spuntavano sulla fronte, la pelle ormai rossa per l'ira.

Con un gesto brusco, colpì il muro che incorniciava il vetro; il dolore immediato fungeva da valvola di sfogo per la pressione che esplodeva nell'animo. In quel frangente, lo scudo che aveva costruito attorno ai propri sentimenti cominciò a sgretolarsi. Era come se avesse abbassato la guardia sul controllo delle sue reazioni emotive mentre scaricava la frustrazione. La prima lacrima scorse silenziosa lungo la guancia, seguita da altre, come un torrente in piena che non poteva essere arginato.

San si lasciò scivolare lungo la sedia a rotelle, finendo con metà corpo a terra. La mano, segnata dal colpo, iniziò a sanguinare, ma a lui non importava. Una sensazione di rassegnazione e impotenza lo pervase. Per un attimo sembrò vincere, ma improvvisamente la rabbia raggiunse livelli ancora più alti nel sangue. L'adrenalina cominciò a pulsare dentro di lui, portandolo a ansimare per la fretta di rimettersi dritto e uscire dalla stanza, raggiungendo il culmine quando finalmente si trovò all'aperto dell'abitazione, con il sole che gli scaldava la faccia. Fin dall'inizio c'era stata una lieve pendenza vicino al garage dove tenevano il van per trasportarlo; invece, di evitarla, come faceva di solito, vi si scagliò contro, muovendo le braccia per darsi impulso. La carrozzina seguì quella traiettoria e acquisì velocità, talmente tanta da rendere i freni inefficaci. Le ruote tagliavano fili d'erba, decisi e irreparabili; una sorta di tagliagole. La messa a fuoco della visuale si perdeva, a causa del tremolio del veicolo sull'asfalto non liscio. Non voleva farla finita. Voleva solo farsi male in qualche modo. Forse per avere un minimo di controllo su se stesso; per realizzare qualcosa di ciò che aveva progettato, anche se si trattava di dolore. Aveva dimenticato l'ultima volta in cui si era sbucciato un ginocchio inseguendo una palla nel garage o quella in cui si era fatto un livido sulle gambe per una distrazione, mentre correva a piedi nudi lungo le mura di casa e rideva a crepapelle. Quelle memorie tornarono nella testa del ragazzo e posero un sorriso sulla sua bocca quasi automaticamente, seguito da una risata irrequieta. Pareva legata più al mondo del tormento che all'apparente gioia che poteva illudere chi osservava.

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