Capitolo 43

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"Ti cammino sul cuore, ed è un trovarsi
d'astri in arcipelaghi insonni"
- Salvatore Quasimodo


Piper

Una settimana.

Una settimana che mi tenevano in ospedale perché non pesavo abbastanza.

Una settimana che tutti venivano a vedermi tranne lui.

La zia mi imbocca il cibo mentre Virginia dorme sulla sedia affianco al mio letto. Non si staccava per ore dopo che tornava da scuola.

Non aveva citato Reece nemmeno una volta e io non ho provato a chiedere. Ero troppo ferita.

Dopo tutto quello che mi aveva detto, la settimana in gita e tutti gesti mi lascia da sola in questo momento di debolezza.

Ha sempre voluto salvarmi da me stessa ma mentre sono in ospedale non si degna nemmeno di una telefonata.

Virginia studia qua in ospedale pur di vedermi mentre lui non riesce a dedicarmi due minuti per un messaggio.

Stringo i pugni mentre finisco il piatto di zuppa che mi avevano portato. Zia Soja di alza in silenzio ed esce dalla stanza.

Mi guardavano tutti con compassione. Mi erano arrivati messaggi da molti con i soliti "mi dispiace", "riprenditi presto" e "sei forte".

Ovviamente i giornali avendo riconosciuto il mio nome lo fanno girare e già varie volte dei giornalisti hanno provato ad entrare nella mia stanza per interrogarmi.

Mi sentivo vuota, mangiavo ma non sentivo più quella felicità quando cercavo di assaporare il cibo, non sentivo nemmeno più il bisogno di vomitare ma forse essere indifferente a cosa mangio è ancora peggio.

Guardo davanti a me e sospiro.

Dovrei scrivere un libro, sul mio "problema" intendo. Fare qualcosa di utile, sfruttare questo momento della mia vita per aiutare gli altri.

Ho messo giù lascia da guerra e mi sono arresa al fatto che un giorno il mio corpo non sarebbe più resistito a questa continua perdita di peso, ma questa nuova vita, i nuovi amici, mi hanno fatto credere di poter lottare. Senza neanche accorgermene mi sono alzata ed ho iniziato a lottare giorno dopo giorno.

Un altra cosa che ho realizzato è che ho sempre messo il piacere degli altri di fronte al mio, a partire da mia mamma ad Armonia.

Pensavo di dovere qualcosa ad entrambe, stavo buttando via ogni esperienza perché avevo paura che agli altri non piacessero.

Non voglio più essere il manichino che qualcuno vorrebbe essere.

Voglio essere umana, vivere, sbagliare e poter piangere senza sentirmi in colpa di essere triste.

Sì, il cambiamento fa paura e fa schifo all'inizio, ma bisogna sempre sfruttarlo per migliorarsi. Per la prima volta in anni ho sentito la libertà di essere una normale teenager.

Non avevo mai realizzato quanto l'amore di mia mamma fosse tossico, scoprire della sua bipolarità mi ha portato ad avere tanti pensieri su cose che avevo dato per scontato o giustificato.

Non me lo meritavo e ora lo so. Tutto grazie all'amore incondizionato che Sonja e JJ mi hanno dato, mi hanno accolto nella loro famiglia senza farmi sentire una estranea ed hanno rispettato il mio silenzio. Gli devo tutto.

Virginia è una delle poche persone di cui so potrò sempre fidarmi, non mi ha mai giudicata ed è sempre alla mia destra, è una spalla su cui piangere, una sorella, una migliore amica, un sole nei momenti bui.

Ognuna di queste persone ha determinato la mia crescita in questi ultimi mesi, ho creato bei momenti, ma anche di brutti, eppure non mi pesano come avrebbero fatto un anno prima.

Ripensandoci, il tradimento di mio padre e la bambina di cui ho accettato di prendermi cura non mi fa più tanta paura sapendo di avere queste meravigliose persone affianco.

Anche se Reece non è qui (e vorrei lo fosse) so che ho altre meravigliose persone che hanno scelto di esserci per me.

Proprio in quel momento la porta si apre ed eccolo lì, bello come il peccato con un mazzo di rose secche ma bellissime in mano. Mi tornano in mente le sue parole sulla natura morta e quasi sorrido. Quasi.

Non apro bocca, lo guardo soltanto.

«Lo so, mi vorresti picchiare e hai tutto il diritto di farlo, ma prima lasciami spiegare, perfavore»

Deglutisco e annuisco, incrocio le braccia.

Sospira «Avevo paura»

«Oh tu avevi paura, non ero io quella al limite di morte-»

«Sì ero terrorizzato dall'idea di perderti! Vedevo lei nel tuo viso, eri così pallida e non ti muovevi...stavo impazzendo»

Una figura ci passa affianco veloce ed esce dalla stanza, Virginia si era svegliata.

Poggia il mazzo sul letto e si siede prendendomi la mano «Dimmi a cosa stai pensando»

Sbuffo «Io avevo bisogno di te su questo letto di ospedale, tu non ti sei mai presentato. Tutte le volte che tu crollavi io c'ero, continuavo a vedere tutte le persone a cui volevo bene ma non vedevo te, ed eri propio tu la persona che volevo mi salvasse da tutto quello che mi stavo causando, sarà cattivo da parte mia perché anche tu hai i tuoi problemi ma speravo veramente tu avresti messo da parte i tuoi problemi per prendermi cura di me allo stesso modo che io ho fatto con te» dico tutto d'un fiato.

«E mi sono pentito ogni secondo di non essere venuto» mi stringe la mano «Però non voglio fare lo stesso baglio che ho commesso con Mia. Voglio esserci per te Piper, perché tu mi hai salvato» si porta la mia mano sul cuore «L'hai riaggiustato tu, lo sento battere ed ogni battito è tuo, Mon amour»

🎡

6 mesi dopo...

Ormai è passata una settimana da quando ho finito la terapia.

Brillavo, dicevano i dottori e tutti gli altri.

Mentre Reece non faceva altro che guardarmi come la prima volta. Con quel sorriso e quella fossetta che mi facevano scogliere il cuore.

Mi accarezza una guancia mentre ci gustiamo un muffin al bar. Attorno a noi gli altri. Gli guardo tutti e penso di nuovo a quanto sono fortunata ad avere degli amici come loro. Poi guardo Reece che sorride mentre mi guarda e mi perdo nel verde dei suoi occhi.

Noi esseri umani siamo come il vetro, ci rompiamo in fretta ma riusciamo sempre a trovare un modo alternativo per ritorcere questi cocci in qualcosa di utile.

Se dovessi mai scrivere un libro finirebbe così.

"Il vetro si rompe ma le scheggia tagliano comunque".

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