"Non chiedevo la pace del mondo,
chiedeva la mia."
- Pavese
Virginia
Il mio cuore perde un battito alla registrazione che andava avanti sulla piccola Tv nella stazione di polizia. Mi mordo le unghie in modo ossessivo mentre le gambe minacciano di cedermi.
Brian affianco a me non apre bocca mentre il sergente al alto della stanza si limita a guardare in basso e non assistere alle truci immagini. Invece Brian guardava, i suoi occhi fissi sulle due sagome in quello piccolo sgabuzzino di cui ricordavo ancora l'odore.
Non era Brian quello ad avermi fatto del male.
Quello era Asher, il fratello di Nives.
Non mi ero nemmeno accorta di aver iniziato a piangere fin quando non sento il pollice di Brian scacciarmi via una lacrima dalla guancia.
Le mie urla coperte dalla sua mano sono incomprensibili sotto tutta la musica. Sono obbligata a distogliere lo sguardo, mi sentivo male.
Perché io li sentivo ancora i suoi denti affondarmi nella spalla, e quei rumori animaleschi che mi facevano vomitare la notte dopo il solito incubo.
La psicologa dice che ricordandomi il dolore lo riuscivo a sentire, vivido come la prima volta, e questo mi spaventava più di ogni altra cosa al mondo.
Quando pensavo di essere andata avanti, di essermene finalmente liberata le sentivo di nuovo, come quando scorri i polpastrelli su una cicatrice e tu la senti ancora il bruciore.
«Fatelo arrestare» dice Brian freddamente e mi giro di scatto verso di lui
«Hanno appena perso la figlia non possiamo toglierli pure il figlio...» mi aggrappo al suo braccio
«Lui ci ha pensato quando ti ha tolto la dignità?» non mi guarda nemmeno, sa che se lo fa adesso si spezzerebbe
Il sergente annuisce ed esce dalla stanza. Il suo viso si nasconde nel incavo del mio collo e sospira.
«Basta mettere al primo posto il dolore degli altri, anche il tuo conta lo sai?»
«Lo so Brian ma...» provo a ribattere
«Niente ma, ci penserà la sua famiglia a risolvere quello che suo figlio ha scatenato, non l'hai scelto tu» conclude uscendo dalla stanza, lo seguo a ruota, tenendo lo sguardo a terra. Brian saluta il sergente mentre io tengo lo sguardo a terra.
Il viaggio a casa è silenzioso, il solo rumore quello delle ruote della macchina e la radio col volume bassissimo.
Mi mordo le pellicine nervosamente. Che sarebbe successo adesso? No volevo andare davanti a un giudice e raccontare la stessa storia per la milionesima volta.
Evidentemente i miei pensieri urlavano perchè Brian posa una mano sulla mia e la stringe leggermente, facendomi riempire gli occhi di lacrime. Questa volta però erano lacrime di sollievo per essere riuscita a superare questo ostacolo. Guardo il profilo di Brian e sospiro. Cos'eravamo? Amici che si tenevano la mano nei momenti bui? Ex che si baciavano? Non sapevo ben dirlo, sapevo solo che stavo bene con lui.
«Casa tua quindi?» chiede e io esito, stringo un po' di più la sua mano, una richiesta silenziosa di tenermi ancora un po' con lui. Lui deve averlo capito perchè al posto di prendere la strada per casa mia prende la stradina nascosta tra gli alberi per casa sua.
Il cuore mi batte un po' più in fretta man mano che ci avviciniamo. Il peso delle sue labbra sulle mie ancora impresso nella mia mente facendomi arrossire involontariamente, rivolgo lo sguardo al finestrino, pregando che i miei capelli coprano la mia espressione imbarazzata.
Capisco di aver fallito quando sento una risata scappargli tra le labbra, sorrido anche io. Mi piaceva la sua risata, oltre al fatto che il suo sorriso mi facesse sentire vulcani in eruzione allo stomaco non farfalle. Perchè io e Brian eravamo questo, un intrigo di emozioni ampliate che mi facevano sentire viva, unica.
Ero sempre stata messa in soggezione dalla differenza d'età, Brian era quattro anni più grande di me, io stavo finendo il primo anno mentre lui finisce l'ultimo. Probabilmente volerà a New York per la borsa di studio all'università di medicina, sembrava una relazione inutile, troppi anni di differenza, strade diverse, distanza al quanto lunga. Sembrava tutto sbagliato. Epuure volevo godermi questi momenti, anche se avrebbe solo fatto più male alla fine.
Quando finalmente Brian parcheggia fuori casa sua sussegue un silenzio tranquillo, in cui furono i nostri occhi a parlare. Il suo sguardo scorre sui miei occhi fino al contorno del naso, poi alle labbra. Mi si mozza il respiro quando avanza sul collo e si ferma sulle mie clavicole. Il mio respiro si fa affannato e i suoi occhi guizzano nei miei. Apre la portiera ed esce richiudendola con forza e, facendo il giro della macchina, apre la mia. Appena esco mi attira a sé e mi trascina in casa. Mi toglie il giubbotto e mi tiene stretta al suo petto prima che le sue mani scendano pian piano, stessa cosa il suo corpo, che finisce in ginocchio.
Mi continua a guardare anche mentre mi leva le scarpe. Poi si alza e si leva le sue.
Sente il mio corpo irrigidirsi quando raggiunge il mio stomaco e mi guarda con un espressione sofferente, mi alza la maglia e nota la pelle irritata da puntini rossi. Mi lavavo sempre con troppa forza sullo stomaco, ma era li dove mi teneva Asher.
Scorre i polpastrelli sulla mia pelle e mi vengono i brividi.
«Ci facciamo una doccia?» chiede e io annuisco. Proprio quello di cui avevo bisogno dopoil filmato visto.
Per la prima mezz'ora mi ha aiutato a svestirmi facendo un indumento per volta, quando io mi toglievo qualcosa lui si toglieva qualcosa. Non staccava mai gli occhi dal mio viso, non voleva niente da me, non c'era nessun doppio fine, solo farsi una doccia.
Mi passa il bagnoschiuma ovunque, usando le mani, il suo tocco era dolce e sicuro, lo faceva con una gentilezza che faceva rilassare i miei muscoli. Questa volta non c'era bisogno di sfregare la mia pelle fino quando non diventava rossa. C'eravamo solo io, Brian e un bagno schiuma alla fragola che sarà di sua madre.
Non avevo bisogno di nient'altro. Finalmente dopo tanto tempo mi sentivo pulita, la mia testa non ripeteva tutte le parole cattive dette al mio orecchio. Solo un immensa...calma
Ed era strano, perchè quando ti abitui ad una certa realtà la normalità inizia ad esserti sconosciuta. Però era una bella sensazione.
«Mi fa stare male vedere questi segni su di te» sussurra tra i miei capelli umidi mentre l'acqua continuava a scorrere tra i nostri corpi. Sollevo lo sguardo per leggere i suoi occhi, non trovo la solita sicurezza, ma un mix di senso di colpa, tristezza e rabbia.
«Non è colpa tua»
«Dovevo esserci, avrei dovuto proteggerti. Se non ti avessi chiamata in quel bar quel giorn-» poso le mie labbra sulle sue e dopo qualche secondo si stacca e nasconde il viso nell'incavo del mio collo. Rimaniamo così per un tempo indefinito. Quando lui non accenna muoversi raggiungo la maniglia dell'acqua e la chiudo.
«Andiamo a mangiare qualcosa? Non ho pranzato e sono le otto...» dico imbarazzata
Lui annuisce ed esce dal box doccia, porgendomi gentilmente un asciugamano che mi lego attorno al corpo, lo stesso fa lui.
Per fortuna avevo lasciato dei vestiti qualche mese prima dell'incidente e mentre io mi cambio lui prepara una semplice piatto fatto di tonno, pomodoro, formaggio e due pacchetti di cracker.
Era una cena semplice ma soddisfò il brontolio al mio pancino, per di più mi addormentai tra le sue braccia senza nessun incubo.
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Unhealed LOVE
Storie d'Amore‼️Se sapete di essere sensibili a certe tematiche continuate a scorrere‼️ "C'erano troppi segreti in quella cittadina... E io avrei svuotato il sacco una volta per tutte..." «Perché quando quel vuoto si impossessava di me pensavo fosse il cibo a pot...
