3. Studio demonologia

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«Per la decima volta: non ho intenzione di rimanere qui a lungo!» dissi esasperata, mentre mia nonna svuotava la valigia e riponeva i miei vestiti nel mio nuovo armadio.
Ero arrivata quella mattina, con una valigia enorme in una mano, lo zaino di scuola in spalla e la play station sotto l'altro braccio, i cui fili pendevano fino a toccare terra.
Armaros non si era ancora fatto vedere, ma non avevo voglia di incontrarlo: come minimo avremmo finito per litigare nuovamente.
«Nonna, ok, ho capito! Ora puoi andare.» dissi, cacciandola letteralmente fuori dalla camera.
Mi guardai in giro, in cerca di una presa e di un televisore. Purtroppo per me, la tv c'era, ma la presa era vecchia come il cucco, di quelle a tre di cui non trovi manco l'adattatore. Sbuffai, posai la console sul letto e presi a sistemare i miei libri sulla libreria.
«Ce ne hai messo di tempo per traferirti.»
Feci un balzo e lo vidi in un angolo buio, appoggiato alla parete.
«Be, scusa.» dissi. «La prossima volta che dovrò abbandonare casa mia, mi sbrigherò.»
Lo vidi con la coda dell'occhio dare un'occhiata al mio armadio e temetti che volesse infilarcisi dentro. Fortunatamente diede solo un'occhiata veloce ai miei vestiti e mi lodai da sola per non aver ancora sistemato la biancheria intima nei cassetti.
«Cosa diamine è questo?» chiese, mostrandomi il vestitino da sera inguinale che mi avevano regalato i miei amici l'anno scorso, nella speranza che riuscissi ad accalappiare qualche bel ragazzo.
«Questa roba non ti arriverà nemmeno alle cosce...» mi guardò malizioso. «Non sapevo fossi così spigliata.»
Avvampai e gli strappai il vestito dalle mani. «Piantala! Inoltre, non potresti uscire? Insomma, mi fa strano avere un uomo in camera.»
«Oh, allora vuoi che mi presenti così?» e detto questo mutò aspetto, fino a somigliare ad un ragazzo sui venticinque anni, dai capelli neri e gli inconfondibili occhi dorati.
Boccheggiai un pochino, forse perchè era davvero uno schianto o perchè era la prima volta che un ragazzo entrava nella mia stanza.
Aprì un'anta dell'armadio e si guardò allo specchio soddisfatto, sistemandosi le ciocche che gli ricadevano sugli occhi.
«Sai che non è male questa forma? E a giudicare dalla bava che ti esce dalla bocca, devo essere anche uno schianto.»
Mi asciugai la bocca, più rossa che mai, e lo spinsi fuori dalla camera.
«Quest'area non è accessibile ai demoni presuontuosi!» dissi io, indispettita, mentre lui si metteva a ridere.
Gli sbattei la porta in faccia, davvero infastidita, ma continuai a sentirlo ridere.
"Se la metti in questo modo..."
Riaprì la porta e gli tirai addosso la chiave d'argento. Non fece in tempo a spostarsi o magari non se lo aspettava, ma riuscì a colpirlo su un braccio, bruciandolo e liberando nell'aria un odore acre. Chiusi la porta in tempo per non ascoltare le sue imprecazioni.
"Va male... Va molto male." pensai.
Afferrai le cuffie, il lettore mp3 e mi diressi nello studio, a vedere l'altra parte di eredità che mio nonno mi aveva lasciato.
La biblioteca di nonno Morgan non era particolarmente vasta, ma non vi ci ero mai avvicinata negli anni. Insomma, libroni spessi come mattoni non erano esattamente una grande attrazione per me, ma se me li aveva lasciati ci doveva essere un motivo.
Avviai la musica e presi il primo libro che mi capitò a tiro, sporcandomi con la polvere.
"Qualcuno qui dovrà dare una spolverata." pensai, mentre mi accovacciavo sul divanetto accanto alla libreria e cominciavo a sfogliare il libro. Non avevo nemmeno guardato il titolo, ma dopo due o tre pagine scritte in latino mi venne lo scrupolo di controllare di che razza di libro si trattasse.
«Ehy, ragazzina!»
Urlai e gettai le cuffie sul pavimento, dal momento che si erano appena messe a parlare. Una risata mi giunse alle orecchie e mi girai scettica a guardare Armaros piegato in due dalle risate. Teneva in una mano una pinza da camino con cui mi porgeva la mia chiave d'argento.
«Che razza di fifona! Non vorrai dirmi che hai paura di una misera illusione?» disse.
Sbuffai e ripresi la chiave e le cuffie. «Parla quello con l'allergia ai metalli.»
Non sembrò apprezzare molto, ma stette zitto. Lo guardai e poi presi il libro dal divano, porgendoglielo. «Piuttosto, sai tradurre il latino?»
Guardò il libro e poi con un'espressione da saccente.
«Dà qui, ragazzina.» disse prendendo il libro.
«Io mi chiamo Faith!» lo corressi.
«Si, come vuoi.» disse, gli occhi fissi sulle pagine.«È un testo antico. Probabilmente dodicesimo secolo.»
Poi si avvicinò alla libreria e passò un dito su tutte le copertine dei libri.
«Sono libri di demonologia. Immagino il vecchio te li abbia lasciati con l'intento di aiutarti.»
Rimasi di stucco e provai ad afferrare un secondo libro, questa volta in un inglese leggibile.
«C'è di tutto... Oh!» esclamai, indicando un capitolo. «Qui parla dei poteri del contraente!»
Feci scorrere gli occhi velocemente sulle parole, sempre più interessata.
Una volta finito, mi girai maliziosa verso Armaros che tentava di fare finta di nulla.
«Ma guarda! Qui dice che posso darti ordini!» dissi, indicando la frase che mi dava quel potere.
«Non vorrai mica credere ai quei vecchi tomi, vero?» chiese, sedendosi su una seggiola. «Non metterti in testa strane idee: sono un demone, non un cagnolino da compagnia.»
Storsi la bocca, ma non dissi nulla: l'ultima cosa che volevo era farlo innervosire.
«Hai sempre vissuto qui?» chiesi, cambiando argomento.
«Non sono affari tuoi, ragazzina.» sbuffò, distendendosi sulla sedia.
Innervosita, gli tirai il tomo che avevo in mano, ma lo bloccò come nulla fosse.
«Non farmi arrabbiare, ok? Ti chiamo come mi pare e piace.» mi disse, con fare intimidatorio.
«Sei odioso.» sibilai.
«È la mia natura.» rispose, sparendo nel corridoio.
Mi rimisi comoda sul divanetto a sfogliare quell'utilissimo libro. Venni a conoscenza del fatto che i demoni temevano l'argento perchè era considerato un metallo puro e lo stesso con cui erano state forgiate le cinque chiavi dei demoni maggiori.
«E così ci sono ben 4 demoni come Armaros a Londra...» dissi, prendendo appunti mentalmente.
"Se ne basta uno per farmi impazzire, figuariamoci altri quattro." pensai, sospirando e prendendo una pausa.
Avrei dovuto anche studiare dal momento che domani sarebbe stato lunedì e io non avevo toccato nemmeno un libro di testo.
Decisi quindi, una volta in camera, di iniziare con storia, la mia materia preferita.
Ero talmente concentrata sull' Augustan Age, che non mi accorsi che le figure si muovevano.
Aspetta un momento!
Perchè diamine le figure si muovevano?!
«Ah! Ma guarda! Sono già passati tutti questi secoli da quando sono comparsi gli Hannoverian?»
Una mano bianca prese il mio libro e lesse il testo.
«Immagino che le figure si stiano muovendo a causa tua.» feci. «George II mi ha appena fatto l'occhiolino.»
«Mah!» alzò le spalle, lasciandomi il libro in testa. «Sicura di stare bene? Magari hai solo qualche rotella fuori posto.»
Lo guardai, con l'istinto omicida che mi saliva su, ma non credevo fosse possibile uccidere un demone.
«Lasciami stare che devo studiare: domani ho compito.» dissi, riacciuffando il libro.
«Magari vengo anche io.» lo sentì dire e quasi non caddi dalla sedia.
«Non oserai...» dissi, balbettando.
«No, sto scherzando. Odio quella specie di prigione e non sono così matto da andarci.» mi rispose.
Gli feci la linguaccia e lo spinsi via.
Studiai per tre orette e poi acciuffai il mio diario segreto, afferrando la chiave del minuscolo lucchetto e aprendolo.
"Caro diario... Che schifo di settimana. Mio nonno mi ha lasciato in eredità una minuscola chiave e un demone... Si! Hai capito bene!
Lascia stare, guarda: è insopportabile ed egocentrico! Avrei preferito uno con le corna e il forcone, che quel ragazzo strafottente il cui passatempo preferito è darmi fastidio. Senza contare che ho anche dovuto lasciare casa..."
Chiusi il diario con un gesto secco e andai in bagno, decisa ad andare a prepararmi per la notte
Nonna aveva cercato di farmi mangiare qualcosa, ma avevo rifiutato: un pò perchè non avevo fame, un pò perchè Armaros si divertiva con le illusioni, facendomi vedere la zuppa piena di chiodi e capelli.

Il giorno dopo ero in piedi dalle 6:30, dal momento che la scuola si trovava nel centro di Londra e io avevo da camminare.
Indossai la divisa e acciuffai la cartella, facendo attenzione a non far cadere nessun libro. Scesi di sotto, dal momento che la casa dei nonni era a tre piani, se consideravamo anche il seminterrato.
Mi sedetti al tavolo e iniziai a sorseggiare il mio thè, notando un minuscolo post-it attaccato al piatto. Lo presi e notai che erano le indicazioni sugli autubus e la strada che dovevo prendere per arrivare a scuola.
"Grazie nonna." pensai, ben consapevole che in quel momento stesse russando nel suo lettone a baldacchino.
Nel mentre uscivo di casa, pensai ad Armaros e per un momento mi passò per la testa la pazza idea di chiuderlo a chiave nel suo armadio, ma poi decisi di lasciarlo stare. Volevo evitare più conflitti possibili con lui.
Il tragitto fino a scuola non fu nulla di eccezionale, a parte il fatto che persi l'autubus e dovetti rincorrerlo per cinquanta metri buoni prima che l'autista si accorgesse del fatto che c'era una povera pazza che correva, imprecando dietro il veicolo.
All'entrata di scuola mi venne incontro Margaret Campbell, la mia migliore amica fin dai tempi della primaria. Era una ragazza bassina, dai grandi occhi verdi e i capelli ramati, tra il rosso e il castano. Era spesso di ottimo umore e la maggior parte era lei a calmare i miei bollenti spiriti o a tirarmi su di morale.
«Ehy, Faith!» mi salutò, abbracciandomi. «Bella questa chiave! È un regalo?» chiese, osservando la chiave d'argento.
«Più o meno...» risposi, nascondendola sotto la camicia.
Ci incamminammo verso l'aula di letteratura inglese e non vi sto a raccontare il mio entusiasmo nel sentirmi spiegare la vita, morte e miracoli di Defoe.
Anche il compito di storia andò particolarmente bene, come sperato; peccato per me il clou della giornata doveva arrivare all'uscita di scuola.
Eccolo lì, il mio guaio: appoggiato con un braccio al muretto di scuola.
«Ehy, ragazzina!» mi salutò.

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