4. Il secondo contraente mi invita a prendere un the

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«Ehy, ragazzina.» ripetè Armaros, staccandosi dal muretto e venendomi incontro con fare sicuro di sè.
Mi domandai dove avesse preso il jeans o il maglione,ma sicuramente non dal mio armadio.
Provai ad ignorarlo, superandolo, ma quello mi afferrò per il braccio, costringendomi a fermarmi.
«Ma come? Non saluti? E io che sono venuto a scuola proprio per te.» disse lui, per poi guardare il nostro edificio scolastico. « E che scuola... Gli ospedali inglesi sono dieci volte più belli.»
Sbuffai e diedi uno strattone per liberarmi, ma Armaros non mollò la presa. Provai a vedere se Margaret era nei paraggi, ma probabilmente era già andata via, considerando che aveva gli allenamenti di ginnastica ritmica subito dopo scuola.
Stavo per mettermi a gridare, quando qualcuno accorse in mio aiuto.
«Faith, va tutto bene?»
Volsi lo sguardo per vedere chi fosse il mio salvatore, accorgendomi del fatto che si trattasse di Laurence Reed.
Laurence era un altro mio grande amico, ma ultimamente non ci parlavamo molto spesso. Come a me era morto nonno Morgan, a lui era morta la zia, a cui era profondamente legato; da allora, si era isolato abbastanza, tanto da tagliare ogni rapporto.
Mi sorpresi che proprio lui fosse venuto ad aiutarmi, ma almeno lui era qualcuno.
Armaros lo guardò con insignificanza, come se Laurence fosse un misero insettino.
«No.» dissi, dando uno strattone e liberandomi questa volta.
«Ehy, bamboccio, non ti hanno mai insegnato a farti i fatti tuoi?» fece Armaros, perdendo interesse in me e afferrando il ragazzo per la maglietta.
Laurence non era particolarmente esile o mingherlino, anzi, piuttosto muscoloso; aveva due fantastici occhi verdi e i capelli mossi di un biondo cenere.
Nonostante questo, Armaros lo alzò come se fosse stato un peso piuma.
«Potresti finire nei guai...» sibilò cattivo.
Molto, ma molto probabilmente avrebbe finito con il menarlo e non si sarebbe fatto nessuno scrupolo nel farlo.
Mi guardai in giro, sperando che qualche alunno o passante fosse nelle vicinanze, ma la strada era completamente deserta.
«Armaros, mettilo giù.» provai a dire, stringenodo la chiave d'argento, ma lui mi guardò da sopra la spalla con fare sprezzante.
«Non riuscirai mai a controllarmi se non credi nelle tue capacità.»
Stavo per rispondere, quando una scarica elettrica colpì Armaros in pieno petto, facendolo sbalzare all'indietro.
Vidi Laurence cadere a terra; la mano che scringeva una chiave d'argento con sopra rappresentato un fulmine.
Sbattei più volte le palpebre, incapace di capire ciò che si era svolto sotto i miei occhi appena due secondi fa.
«Bel colpo.» disse il mio demone, rialzondosi. «Puoi anche farti vedere ora.»
Una ragazza dai capelli rossi, più o meno sui vent'anni, comparve dietro a Laurence, stringendolo.
«Nessuno ti ha dato il permesso di toccare il mio contraente.» disse imbronciata, spingendo Laurence verso il suo petto.
Ero ancora più confusa a quel punto, con la parola "contraente" che si ripeteva all'infinito dentro la mia testa.
«Avrei preferito che fossi rimasta intrappolata per altri cento anni.» disse Armaros, sostemandosi il maglione blu che risaltava i suoi occhi dorati.
Laurence provò a spostarsi dalla ragazza rossa, dal momento che aveva chiari problemi a respirare viste le dimensioni del seno della ragazza.
«Qualcuno può spiegarmi che diamine sta succedendo?» chiesi esasperata.
Laurence si grattò la nuca, imbarazzato. «Forse, potremmo andare a casa mia?»
Guardai Armaros sbuffare, guardai il mio autubus che mi lasciava appiedata e mi vidi costretta ad accettare l'offerta. Sapevo dove abitasse Laurence:c'ero andata tre o quattro volte per progetti scolastici. Abitava vicino alla scuola, non come me; a piedi ci volevano circa dieci minuti.
Infatti, dopo una camminata piena di occhiatacce e sorrisi imbarazzati, arrivammo davanti alla grande villa dei Reed.
Era diversa da quella di mia nonna, a cominciare dal colore; la villa di Laurence era su una tonalità giallina, opaca, mentre quella della nonna era rigorosamente grigia.
Anche l'interno era arredato in maniera classica, con le pareti ricoperte da quadri, arazzi e chi più ne ha ne metta. I mobili erano tutti antichi, risalenti ad almeno mille anni fa. La casa apparteneva da generazioni ai Reed, ma era stata abitata sempre dalla zia di Laurence. Quando era morta, lui e la sua famiglia si erano trasferiti, come volontà della defunta. Laurence si era trovato subito bene, ma la madre di quest'ultimo odiava quella casa e l'avrebbe felicemente rimodernata tutta quanta.
Non appena arrivammo, la ragazza che era rimasta appiccicata a Laurence per tutto il tragitto, si getto su uno dei divani pieni di cuscini, tutta contenta.
«Permettetemi di scusarmi. Elettra è un pò troppo esuberante.» sospirò Laurence.
«E anche una gran baldracca.» sibilò velonoso Armaros.
Gli tirai una gomitata, ma una scarica lo elettrizzò all'improvviso, seguito da grida di protesta della ragazza dai lunghi capelli rossi.
«Credo sia ora delle spiegazioni.» dissi io.
«Si, credo anche io.» concordò Laurence.
Ci mettemmo comodi e il ragazzo tirò fuori la sua chiave. Toccai istintivamente la mia, che era molto più semplice.
«Non credere che non abbia visto la collana che porti, Faith.» disse serio. «Anche tu hai stipulato un contratto con un demone.»
Guardai Armaros, ma sembrava calmo, quasi annoiato. Tornai a guardare Laurence.
«Anche tu quindi... Per cui la ragazza dai capelli rossi è...» feci, insicura.
«Si, il mio demone.» sospirò Laurence. «Me lo ha lasciato mia zia quando morí: era lei la sua precedente contraente.»
«Già.» affermò il demone, spuntando alle spalle di Laurence e abbracciandolo. «Non ho mai avuto un contraente maschio ed è molto divertente!»
Come prova per quello che aveva appena detto, si mise ad arruffargli i capelli per gioco.
«Armaros!» lo chiamai, sospettosa. «Avevi detto che il contraente doveva avere meno di diciotto anni, essere maschio e primogenito.»
«È così infatti.» rispose calmo lui. «Ma i criteri variano in base al demone. Per esempio, Elettra accetta solo le ragazze minori di sedici anni e primogenite della famiglia.»
«Dal momento che Laurence è l'unico erede dei Reed, ho dovuto fare un'eccezione.» la vidi giocare con le guance del contraente. «Ma non è male! Le prime volte che mi incontrava diventava rosso come un peperone.»
«Chissà come mai...» fece ironico Laurence.
«Be, ci vuole una gran pazienza. Elettra è il demone più molesto tra i 5 maggiori.» rise Armaros. «Scommetto che ti si infila nel letto quando dormi!»
Mentre scoppiava a ridere, gli arrivò un cuscino dritto in faccia, seguito da altri venti.
«Sta zitto!» urlò l'altra. «Tu sei talmente noioso che ti hanno rinchiuso in un armadio per non vederti più!»
«Però il tuo demone è strano Faith.» osservò Laurence. «Perchè ha gli occhi dorati?»
Spostai lo sguardo per osservare Elettra, notando che aveva gli occhi rossi come tizzoni ardenti; Armaros, invece, aveva occhi d'oro, che brillavano al buio.
«Non siamo tutti uguali.» spiegò lui. «Mica voi umani avete gli occhi tutti di uno stesso colore. Così vale anche per noi.»
«Io non ho mai visto un demone con gli occhi d'oro però...» osservò Elettra.
«Senti, torna a frugare negli armadi, pervertita.» la punzecchiò Armaros.
«È successo solo una volta...»
«Ad ogni modo, se anche tu hai un demone maggiore, vuol dire che ce ne sono altri tre in giro.» ragionò Laurence.
«Bisogna trovarli.» fece Elettra.«È strano che tutti i demoni maggiori siano in circolazione: sta succedendo qualcosa.»
Guardai Armaros che annuì. «Su questo sono d'accordo. Non veniamo risvegliati così facilmente; deve esserci un motivo per il quale siamo liberi ora.»
"Fantastico... Arrivano i guai ora." pensai, scocciata.
«Bisognerà trovare gli altri tre contraenti.» dissi. «Ma come?»
«Semplice. Aspettiamo che si manifestino; i demoni maggiori di Londra sono tutti collegati: basterà attendere che si facciano vedere.» spiegò Armaros. «Per questo sono venito a scuola oggi.»
Rimanemmo in silenzio per un momento, pensando a quello che avevamo scoperto. Probabilemente avevano ragione, qualcosa di grosso stava per capitare, oppure poteva essere una mera, sfortunatissima coincidenza.
"Non credo proprio."
«Il primo che nota qualcosa lo fa sapere all'altro.» concluse Laurence, alzandosi.
Mi alzai anche io, consapevole che avevamo finito, e mi avviai alla porta d'ingresso.
Una volta fuori, controllai l'orologio, ma mi accorsi che l'ultimo autubus era gia partito- come al solito- e inoltre Armaros non mi dava l'idea di essere un tipo calmo e pacifico, che poteva prendere i mezzi pubblici tranquillamente.
A proposito, dove si era cacciato?
«Ragazzina, guarda che ho trovato.»
Mi voltai per vederlo davanti ad una moto nuova di zecca, nera come la pece.
«Non è tua, lasciala perdere.» gli intimai.
«La prendiamo in prestito.» continuò. «Io e te... In moto... Soli...» mi prese in giro, ammiccando con fare provocante. Deglutì a fatica e scossi il capo. «La mamma mi ha detto di non rubare moto con gli sconosciuti.»
Mi voltai e tornai a camminare, ma quello mi prese per la vita, caricandomi su una spalla.
«Mettimi giù! E se qualcuno ci vede?» strillai, mentre cercavo di tirare giù la gonna che si era tutta alzata nel mentre.
«Se qualcuno ci vede poco importa.» mi diede qualche pacca sulla schiena.«Andiamo ora, sacco di patate.»
Pensai che volesse montare in moto, con me in spalle e guidare fino a casa, ma si incamminò tranquillamente.
«Guarda che so camminare; l'ho imparato a quattro anni.» protestai.
Passammo vicino ad alcuni passanti e sperai che ci vedessero e che chiamassero la polizia; per mia sfortuna, non di ssero nulla.
«Ehy! Aiuto!» gridai, dimenandomi.
«È inutile.» disse calmo, scrollandomi un poco. «Ai loro occhi, io sono un ragazzo che sta trasportando un sacco di calce.»
Sbuffai.
"Tra tanti poteri, proprio le illusioni doveva saper usare?"

Arrivammo a casa e mi lanciò sul divano. Letteralmente. Mi rialzai quasi subito, decisa a chiudermi in camera. Però, una volta arrivata al piano superiore e dopo aver visto la sala da bagno, decisi che un relax nella vasca da bagno me lo meritavo.
Riempì la vasca in poco tempo, ci buttai dentro qualche sale per il corpo e la riempì di schiuma.
Mi immersi subito, dopo aver chiuso la porta a chiave per evitare che qualcuno, e dico qualcuno, entrasse senza permesso.
Chiusi gli occhi, poggiai la testa al bordo vasca e cercai di scrollarmi di dosso tutta quella tensione che mi attanagliava dal weekend.
Non erano passati nemmeno dueci minuti quando ebbi l'impressione di essere osservata.
Aprì gli occhi e cacciai un urlo.
Due occhi dorati mi osservavano, senza lasciar trapelare nessuna emozione.
«Cosa diamine ci fai qui?!» strillai, coprendomi con la schiuma. «Si bussa!»
Si tirò indietro scocciato.
«Oh, non urlare! Non ti ho più vista in giro e mi sono preoccupato.» mi guardò. «E comunque che cosa credi? Una tavola piatta come te non mi interesserebbe mai.»
Fece per uscire, ma poi si voltò con una faccia maligna. «Sai che ho i raggi X?»
La mia spugna centrò in pieno la porta dietro di lui, seguita da un grido di stizza.
"io lo ammazzo!"

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