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2.Un posto dove stare

Era stato un concerto che non avrebbe dimenticato, la folla era in delirio per lui, gridavano il suo nome come fosse un supereroe, cantavano con lui tutte le sue canzoni senza sbagliare una parola, sentendole vibrare, riecheggiare dentro i loro corpi, raccontare le loro storie.
Era magico, un' incanto che si era spezzato solo all'ultima nota di Ulala, dopo l'abbraccio a Gem, con gli applausi che sembrava potessero far crollare tutto il locale.
Mentre camminava verso il suo camerino con Edoardo al suo fianco come sempre, si lasciò scappare una risatina. C'era qualcosa di paradossale nella piega che aveva preso la sua vita, lui che sembrava destinato al niente aveva avuto tutto: l'amore dei fan, la possibilità di mettere in versi i suoi pensieri e le sue perplessità, di farsi conoscere attraverso le sue canzoni, di raccontare la sua storia e ricordare a tanti che c'è chi ha vissuto come loro, o forse peggio, ed è sopravvissuto.
E vive, a pieno.
O almeno così crede.
Edoardo gli diede uno schiaffetto giocoso sulla nuca.
"Che ti ridi?" Chiese.
"È stato un bel concerto" Rispose lui, alzando appena le spalle.
"Lo puoi dire forte. Te lo meriti" Lauro si fermò a guardarlo, i suoi occhi si specchiarono in quelli dell'amico. Non disse nulla, non ce ne era bisogno, gli posò una mano sulla spalla e la lasciò lì, senza stringerla. Non c'era bisogno di altro. Era il suo modo di dirgli grazie, grazie per tutto quello che aveva fatto per lui dal momento in cui s'erano incontrati, grazie per il conforto, per la capacità di capirlo come nessuno al mondo.
Grazie per esserci, semplicemente, e rimanere al suo fianco, nonostante fosse tremendamente difficile.
Come se poi fosse esistito altro posto in cui stare.
Gli voleva bene, come fosse suo fratello, il suo più caro amico.

Entrò nel camerino dopo aver salutato rapidamente Edoardo. Era esausto, aveva bisogno di sedersi, rilassarsi un po', lasciare che i suoi muscoli tesi si riposassero. Si lasciò cadere con tutto il peso sulla sedia, sospirando profondamente. Passò una mano sul volto, coprendosi gli occhi per qualche istante. La stanchezza della giornata lo colse impreparato, lo sovrastò improvvisamente, eppure c'era qualcosa che non lo lasciava riposare, qualcosa che lo infastidiva.
Qualcosa di profondamente sbagliato da qualche parte intorno a lui.
Alzò lo sguardo lentamente, sentendosi osservato. Un paio di iridi scure lo fissavano riflesse nello specchio, occhi grandi, troppo diversi dai suoi e pericolosamente famigliari.
I capelli erano lasciati sciolti, spettinati come sempre, ma più lunghi di come non li avesse mai portati. Le stavano incredibilmente bene, notò. La rendevano più grande, più donna. O forse lo era semplicemente diventata. Teneva le mani strette in due pugni, le braccia lungo i fianchi rigide come quelle di un soldatino di piombo, la solita espressione imbronciata.
"Che fai qui? Te mancavo?" Le domandò, cercando di nascondere quel lieve tremolio nella voce.
Erano passati quattro anni ed ora lei era lì, così diversa eppure sempre uguale, di fronte a lui nel suo camerino e Dio solo sapeva come avesse fatto ad arrivarci, ma era lì e questo lo sconvolgeva, lo prendeva alla sprovvista.
Lo spaventava.
Barbara sospirò, ma non rispose.
"Che è hai perso la voce?" La canzonó lui, sulla difensiva.

"Ho bisogno del tuo aiuto, sei l'unico a cui posso chiedere. Mi sono messa in un guaio. Uno grosso"

Bastarono poche parole a far sparire il sorriso impertinente che incurvava le labbra di Lauro.
Ci sono cose che non cambiano, cose che non possono cambiare.  Barbara non chiedeva aiuto. Mai.
Soprattutto a lui.
Era come se il suo orgoglio decidesse di prendere il sopravvento ogni volta lo vedesse, era come se dovesse sempre dimostrargli qualcosa.
"Hai il potere di farmi perdere il controllo. Io con te non sono me"
Gli aveva detto una volta, tutta seria, come si potesse esserlo con quel cappellino rosso in testa. Lui era scoppiato a ridere e le aveva abbassato il berretto fino a coprirle gli occhi, fingendo di non capire.
Gli era sempre convenuto.
Certi discorsi non erano fatti per essere affrontati, non quando di trattava di lei.

"Che cazzo hai combinato?" Gridò Lauro alzandosi di scatto dalla sua sedia. Barbara abbassò lo sguardo quando se lo ritrovò di fronte, era senza via di fuga, schiacciata tra il muro ed il suo corpo.
Con le sue braccia e le mani piantate contro il muro, Lauro non le lasciava via di fuga.
Rimase zitta, era come se improvvisamente tutte le sue certezze fossero crollate, il suo piano geniale si era rivelato un' irrealizzabile utopia.
Erano passati quattro anni, erano due persone diverse ora e Barbara non riusciva, non poteva chiedergli di rischiare tutto per lei, soprattutto ora che stava realizzando i suoi sogni.
Non ne aveva alcun diritto, forse non lo aveva mai avuto.
"Rispondimi cazzo. Come sei entrata? Come sei arrivata fino a qui? Cosa vuoi da me Ba?"
L

auro non capiva, era nervoso, era arrabbiato.
Come poteva piombare di nuovo così nella sia vita?

"Ho bisogno di un posto dove stare" Bisbiglió lei, mordendosi il labbro inferiore.
Lui la osservò, con calma si allontanò da lei e tornò a sedersi.
"I tuoi che fine hanno fatto?" Replicò, puntando gli occhi chiari contro il muro.
"Siamo rimaste solo io e la mamma, papà se l'è mangiato un tumore. Polmoni. L' abbiamo scoperto tardi"
"Mi dispiace molto, davvero"
"Non posso chiedere aiuto a mia madre. Ha provato a tirarmi fuori da questa merda troppe volte, non faccio altro che deluderla e poi la metterei in pericolo."
Lauro si lasciò scappare una risatina.
"Meglio mettere me in pericolo dunque?"
"Nessuno mi cercherebbe qui"
Lauro la guardò negli occhi, intensamente.
"Devi dirmi cosa hai combinato"
" Non qui. Per favore, solo per stanotte, poi ti prometto troverò una soluzione"
Lauro prese un respiro profondo, afferrò velocemente le sue cose.

"Andiamo" disse.
Eppure Barbara non riuscì a sentirsi sollevata.
Doveva ancora dirgli la verità.

«Sotto lune pallide» Achille Lauro #Wattys2018Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora