Mi capitò un giorno di ritrovarmi all’angolo di un tavolino,
e guardavo ad occhi spenti la gente che passava distratta,
nessuno si accorgeva che ero lì, nessuno mi vedeva,
e io che col solo sguardo avrei potuto sbirciare la più nera delle sottane!
Avvolto nel cappotto mi stringevo in un abbraccio fittizio,
accecato dal fumo le lacrime negli occhi si travestono di fastidio,
avrei volentieri chiesto un’altra bottiglia, un altro giro,
avrei potuto tracannare il calamaio, ma aimè era già vuoto.
Rimasi ad aspettare in quell’angolo per circa due ore,
aspettare l’ultima bottiglia, aspettare qualche volto familiare,
aspettare che qualcuno mi chiedesse come stavo,
aspettare che qualcuno mi cacciasse o mi dicesse dove andare.
Ad un tratto in lontananza un flebile vociare mi strattonò l’attenzione,
dei miei coetanei discutevano di un’opera a me assai cara,
ne citavano i frammenti e mi sembrava di stare sotto i ferri di un’autopsia,
ne commentavano i temi e sentivo il mio cuore arrossire manco fosse una verginella.
Una voce più autoritaria si elevò sopra le altre come fosse s’un pulpito,
guardatevi da codesti individui, diceva ai miei coetanei spauriti,
per loro v’è solo miseria e solitudine, depravazione, peccato e follia,
una vita affogata nelle droghe e nella perversione per distorcere il reale.
Balzai in piedi sul tavolo e a lunghi passi mi feci strada verso quell’essere,
i miei passi facevano tremare i bicchieri, per un attimo fui sopra la testa di tutti,
mi diedero del pazzo, dell’ubriaco, del drogato, e alcuni risero anche,
loro gridavano, ridevano e imprecavano, io invece non sentivo niente.
Come osate parlare di quell’uomo che salvò le nostre anime martoriate?
Chi vi dà il privilegio di giudicare quelle parole che videro la luce nell’oscurità?
Chi siete voi per dire chi egli fosse e come visse, cosa vide e cosa lo uccise?
Che ne sapete voi di che cosa toccò il suo cuore e di cosa lo distrusse?
Voi, Giuda Iscariota assassino della Verità, falso seguace di una morale senza vita,
ipocrita fedele di un credo materiale, finto dotto che sputò in faccia all’arte,
quegli che voi giudicate è mio fratello, colui che fu come Cristo flagellato e oggi adorato,
il mio simile, il mio uguale, il mio lato oscuro, il mio cuore spogliato!
Lo avete chiamato pazzo quando svelò i vostri viscidi altarini,
gli avete dato dell’ubriaco quando cantò le vostre donne come mai nessuno prima,
gli avete dato del drogato quando ci mostrò da desti ciò che si vede solo assopiti,
lo avete distrutto quando diede al mondo il diamante più prezioso!
Quel tale mi indicò e guardando gli altri rise e affermò: ecco qual è quella sorte!
Meglio essere pazzo che come voi, gridai, meglio morto che come voi!
Quello che lei chiama follia o ubriachezza non è altro che naturalezza!
Quello che lei vede come vertigine non è altro che il costante bisogno di sognare!
Le mie parole furono più invisibili di me all’angolo del tavolino,
non ero nessuno, non sono nessuno, solo un ubriaco in mezzo agli astemi,
in quel bistrot di certo si trincava giorno e notte senza ritegno,
ma io divenni ubriaco ancora prima di ricevere la bottiglia che avevo chiesto!
Tornai sulla strada riavvolgendomi nel cappotto evitando le lame del freddo,
e mentre camminavo un sorriso mi piegò le labbra e un sibilo mi passò tra i denti,
sono sempre stato ubriaco, pensai, e lo sarò sempre, col vino o con le parole,
sarò ubriaco di tutto, così che l’ultimo bicchiere di Borgogna non guasterà mai.
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INK DRUNK
PoetryI poeti dell'epoca senza nome. In un epoca come la nostra ci sono persone che arrancano come s'una parete scoscesa in cerca di un appiglio, un qualcosa alla quale aggrapparsi per non cadere, per non crollare, per non perdersi. Alcuni vagano nel bui...
