Un uomo entra in un caffè e, dopo aver dato un'occhiata in giro, va verso un tavolino al centro del locale, sposta la tovaglietta, spinge in là due sedie, ne usa una per appoggiare la giacca e un'altra come uno scalino per salire in piedi sul tavolo, sotto gli sguardi accigliati degli avventori e quello sospettoso del barista.
Il locale è affollato, uno di quei caffè costosi in centro, pieno di gente bene, troppo ricca e cinica per stupirsi di qualcosa. Così quando l'uomo tira fuori un violino di dimensioni minime molti riabbassano gli occhi, qualcuno sbuffa. Le hanno viste tutte, a casa hanno il satellite e la tv su fibra e seguono le esibizioni nei video top su YouTube e in tutti quelli con un sacco di like su Facebook.
Quindi nessuno sembra dare attenzione, così dopo quando passerà l'inevitabile questua faranno finta di non essersi accorti di niente.
In questa atmosfera di indifferenza l'archetto inizia a muoversi lentamente e suona prima come un flauto, poi diventa una voce, un canto, infine una poesia in forma di canzone. Le teste si girano, come a verificare con lo sguardo quello che si immaginano le orecchie, che non ci sia davvero una cantante a produrre un suono così angelico.
Il movimento aumenta, i crini scorrono sulle corde più velocemente, le dita toccano armonici artificiali, il suono diventa danza e piroette e trilli. Le vibrazioni musicali dal vivo fanno impallidire qualsiasi esperienza tramite casse o cuffie, pur costose che siano: nessuno riesce più a distrarsi, le orecchie sono tutte sul violino e sul violinista.
I virtuosismi si accavallano, l'arco suona a doppia e tripla corda, balza, scorre, vibra, le dita pizzicano e le note sono assieme coro e orchestra, e il ritmo forsennato nasconde un'armonia che cattura e sincronizza anche il battito dei loro cuori.
Cinque, dieci minuti diventano un tempo eterno, e le menti che si credevano disilluse sono ora prigioniere e avide spettatrici di uno spettacolo dove il suono diventa memorie, immagini e movimento, costruisce un mondo in cui perdersi e da cui non sembra si possa aver voglia di tornare.
Così quando infine con un ultimo lamento l'archetto si ferma e l'uomo scende dal tavolino e subito sparisce, per loro l'incanto dura ancora qualche secondo e si aggrappano agli ultimi echi, finché rimane solo la memoria di quello che era.
Arriva infine il risveglio: bruscamente tornano in sé e scoprono che per le cose più belle si paga sempre pegno e con lo sguardo sorpreso s'accorgono che non ci sono più né cellulari, né gioielli, né portafogli, né borse.
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Racconti piccini
FantastikPiccole storie, alcune divertenti, altri solo esercizi di stile, unica caratteristica comune: sicuramente brevi.
