CAPITOLO IX

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I fuochi d'artificio erano davvero stupendi; peccato che il giorno dopo ci avrebbe aspettato un lungo viaggio.

La mattina della partenza mi svegliai con una leggera malinconia, a poco a poco stavo realizzando che Princeton non sarebbe stata più la mia città, ripensavo continuamente a tutte le avventure passate in quel posto.

Non mi potei soffermare più di tanto sulla malinconia che subito salii in macchina, chilometro dopo chilometro l'ansia cresceva: chissà cosa mi avrebbe preservato il futuro.

"Come saranno i compagni? Troverò subito un ragazzo che mi inviti al ballo di fine anno? E i professori, come saranno? Ma più in generale, come sarà la città di Sacramento?"

Gran parte di questi dubbi venivano dissolti da mia sorella che a volte parlava di questa città; erano tutte parole positive, ma chissà...

Dopo ben dieci ore di viaggio, considerando anche la pausa pranzo, arrivammo di fronte alla nuova casa.

Forse un po' a causa degli orari sballati non mi sentii bene, avevo forti crampi alla pancia e di sicuro era dovuto al mix tra il cambio di fuso orario e in più la nostalgia di Princeton.

Ricordo solo di essere scesa e di aver vomitato subito dopo aver toccato terra con i piedi.

La casa non era nemmeno tanto male, anzi, una meraviglia, il problema era la nostalgia che mi faceva vedere tutto negativo. Tutta la mia famiglia, appena messo piede in casa, esaltava con gran gioia in ogni stanza.

– Niente male questa casa! – disse mia mamma.

– Sì, niente male, guardate la cucina! – continuò mio padre.

Io invece avevo solo una faccia triste e disgustata, trovavo ogni singola stanza orribile.

– Ally, quella è la camera! –

– Sì, mamma, ora entro. –

Inutile dire che trovavo pessima anche la mia cameretta.

Jackson mi seguiva, non smetteva di guardarmi.

– Ehi! Non c'è il mio letto! –

– Quale letto, Jackson? –

– Ally, intendo il mio letto! Dov'è l'armadio! –

Sicuramente la sua era solo una battuta per farmi ridere, aveva intuito perfettamente che non stavo bene moralmente.

– Guarda, non c'è l'armadio, ma fin quando non l'ordiniamo ti puoi accontentare di quel pouf. –

– Ma io...–

– Ti rimane dormire sul pavimento come unica scelta. –

Mi sdraiai sul letto, non ricordo a cosa stessi pensando, ma fatto sta che iniziai a crollare emotivamente e questo stato d'animo si concretizzò quando Jackson mi chiese: – Ti manca Princeton, eh? –

Iniziai a piangere talmente tanto da sembrare una bambina.

– No Ally! Vieni qui... shhh, va tutto bene...– cercò di rassicurarmi facendomi appoggiare la testa sulla sua clavicola.

Quell'abbraccio mi faceva sentire tranquilla, così iniziai pian piano a calmarmi.

– Voglio tornare a Princeton – singhiozzai.

– Lo so...però pensaci bene, Princeton iniziava a darti problemi – cercò di farmi ragionare.

– Ma avevo anche dei bei ricordi! – non riuscivo a smettere piangere.

Un amico invisibile [COMPLETO] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora