Rovina

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Potere.

Ricchezze.

Tracotanza.

Avevano seminato guerre, avevano raccolto i frutti e il tesoro di Atlantide era già diventato leggenda.

Le menti degli uomini non riuscivano a comprendere quanto il loro comportamento fosse inviso agli dei.

Bastò una notte per far crollare quello che era l'impero di Atlantide: al mattino gran parte di ciò che era stata la grandezza della città non esisteva più, inghiottita dal mare, lo stesso mare che aveva reso grande lei e la sua flotta.

Soggezione.

Povertà.

Umiltà.

Avevano perso tutto in poche ore: i palazzi erano crollati, molte vite erano state spezzate, le anime erano fuggite via dai corpi, quei cadaveri che non potevano avere una degna sepoltura, ma che sarebbero rimasti sul fondo del mare, sommersi dall'acqua che in vita avevano controllato con le navi.

In una sola notte di terrore - una sola notte di morte dove imperava non più la mente umana, ma il senso di impotenza contro la natura - era tutto finito.

Per molti anni Atlantide era rimasta un centro di commercio, la fama che un tempo accompagnava le sue navi ovunque sembrava essere volata via per poi posarsi su Lemuria, un tempo colonia di Atlantide, che aveva preso il posto della città madre creando il suo impero, conquistando mese dopo mese i territori che Atlantide, piegata dal cataclisma che l'aveva sconvolta, non era più in grado di controllare.

Ma il tempo della passività era finito: erano stati anni di calma, anni in cui il nome di Atlantide era associato solo a un porto commerciale e a un fervente centro culturale, anni in cui avevano accumulato abbastanza risorse da poter richiamare l'attenzione di Mu, l'altra potenza che si era beata del crollo di Atlantide, ma che ci aveva rimesso uomini e territori nel tentativo di contrastare la crescente forza di Lemuria.

E il vento di guerra era tornato a soffiare sull'isola martoriata dal terremoto, aveva gonfiato le vele della flotta ricostruita, aveva fatto piegare le chiome degli alberi nei giardini di Lemuria, annunciando la tempesta in arrivo.

Ktesias pensava a quello mentre davanti ai suoi occhi Lemuria crollava in una sola notte, non per mano degli dei, ma per mano degli uomini.

Si disse che quella notte le fiamme arrivarono fino al cielo stellato, senza una nube, mentre Lemuria cadeva tra le sue stesse ceneri portandosi dietro il crollo della civiltà che l'aveva abitata. Era finita la sua epoca d'oro, stretta dalla morsa della coalizione tra Mu e Atlantide: assediata per terra e per mare, aveva ceduto agli assalitori, abbandonandosi senza più forze al destino di morte che incombeva sulla città.

Chi poté, fuggì. Altri si uccisero, trafiggendosi con la stessa spada che aveva tranciato le vite di molti nemici, dopo aver ucciso con mano tremante la propria famiglia per non vedere le spose e le figlie finire schiave o salire nel letto dei vincitori come concubine. Altri tentarono di resistere per un'ultima volta, cedendo come prede di caccia sotto i colpi dei soldati avversari, esaltati per la vittoria imminente e con gli animi scaldati dal vino. Erano cacciatori spietati, in cerca di prede in quella notte maledetta, limpida di stelle, ma di luna nuova.

Da ogni parte si sentivano gemiti e lamenti, chi piangeva un morto, chi la purezza perduta.

La furia dei vincitori risparmiava poche persone: avevano avuto la promessa dei loro re che avrebbero potuto razziare la città una volta conquistata, volevano tornare in patria carichi di ricchezze, per essere accolti come eroi, volevano una ricompensa per essere stati così tanto lontani dalle loro famiglie - da troppo tempo i loro letti erano freddi, privi della loro presenza al fianco delle spose.

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