Mi riusci ad alzare, senza l'aiuto di nessuno.
Vidi Gian guardarmi negli occhi e quella
bestia in me si risvegliò.
Lo presi per il colletto e lo incatenai al muro. Il
dottor Privitera intanto era stato chiamato.
Diedi un pugno, di quelli pesanti, su quel
bel faccino che Gian si ritrovava e si
destabilizzò.
Rischiò quasi di cadere a terra, se non fosse
stato per mia mamma che lo trattenne per la
manica della felpa. Felpa che si era comprato
coi miei soldi.
«Cazzo Diego calmati!» mi urlò mia mamma.
Al contrari di come dimostrava, mia mamma
diceva un sacco di parolacce.
Mi allontanai da Gian e mi sedetti sulla
scrivania, e passaile mani sul pantalone per
asciugare il sudore.
«Che succede, piccolo?» si avvicinò a me e
provò ad accarezzarmi.
«Lui ha i miei soldil» urlai.
«Non è una novità amore, che succede?» il1
tono di mia madre mi rilassò, tantoché iniziai
a calmarmi.
«lo, Gian... Credevo di essere importante
per te. Non pensavo di essere il tuo
amico-succhiacazzi.» sbarrò gli occhi e il
dottore si venne a sedere di fianco a me.
«Cosi, I'hai saputo?» mi chiese sempre lui con
un tono consapevole.
«Ho sentito ciò che diciavate in ascensore.»
indicai i due schermi dietro la mia schiena.
«Diego, io, mi dispiace, ok? Non pensavo di
essere cosi importante.» alzai lo sguardo e gli
lanciai un'occhiataccia.
«Ah, sai com'è: non fumo, non bevo, non
mi drogo e poi faccio pompini a destra e a
manca.» Sorrisi piano.
«Gian, però, no, potevi evitare la storia di
Marta. Non credi?» abbassò lo sguardo e
sentì i miei occhi inumidirsi.
«Scusa.» sussurrò flebile, soltanto.
«Che farai ora,Diego?» disse il medico
riferendosi a Gian.
«lo, non lo so. Non c'è qualcuno che lo possa
sostituire? Ho ancora bisogno di qualcuno.»
ricacciai dentro le lacrime, provando a
sorridere.
«No, Diego. Sono l'unico che fa questo
lavoro. ll resto o sono zoccole o clown per
bambini.» volevo infilargli due dita in gola e
fargli vomitare le corde vocali. Ma, allo stesso
tempo, volevo sentire la sua voce, per sempre.
Non sapevo che fare. Ero sconfortato.
«Diego, io ti voglio bene. E posso pure
lavorare quest'ultimo mese, senza farmi
pagare.» alzò finalmente lo sguardo verso di
me e vidi un sincero sorriso.
Lo volevo davvero. Volevo davvero stargli
accanto ancora.
«Ma perché continui a parlare?» chiese acida
mia mamma. Un pò la amai, e un pò, un pò la
odiai.
«Lascialo stare, mà. Io non lo so Gian.»
«Diego hai tutto il tempo per pensare,
tranquillo.» mi rassicurò il dottore. Lo
guardai, e poi guardai mia mamma.
«Mamma, tu sapevi tutto?» sgranò gli occhi poi
disse:
«lo lo sapevo già da subito. Volevo disdire
l'accordo, poi però ho visto che ti faceva stare
bene e ho preferito non immischiarmi.» fissai
mia madre per qualche secondo, e non potetti
odiare la donna che mi aveva dato di tutto, per
diciassette anni.
Scesi e l'abbracciai in totale stile:
"C'è posta per te..."
