III. Cadere

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«Harry e io pensiamo che saranno necessari non più di due giorni, ma, lo sai, per le operazioni di infiltrazione non si può mai prevedere ogni contrattempo.»

Hermione reagì con un mormorio, alzando solo per un istante gli occhi dal pane su cui stava spalmando un sottile velo di confettura.

«Noi due dobbiamo stare anche più attenti degli altri, siamo gli Auror più famosi!»

Sorrise brevemente in risposta al suo ghigno baldanzoso, prima di portare la fetta alla bocca e strapparne una briciola dolce con i denti.

«Come per le altre volte, saremo irraggiungibili per tutto il tempo della missione. Non possiamo rischiare di essere contattati e far saltare la nostra copertura.»

Annuì, comprensiva, senza svestire il broncio che le era diventato familiare, nelle ultime trentasei ore passate a tormentare il cervello.

Finito il contenuto del suo piatto, Ron si alzò dalla tavola apparecchiata per la colazione e le si avvicinò, carezzandole una guancia. «Ho notato che sei preoccupata per Rose a Hogwarts, sai? Ma sta' tranquilla.» La salutò sfiorandole superficialmente la bocca, poi si rivolse al figlio – «Ciao Hugo, ci vediamo presto» – scompigliandogli con affetto i capelli, mentre quello si lamentava per gioco. Quindi si avvicinò al camino della Metropolvere e sparì tra le fiamme verdi.

Hermione rimase a contemplare per un momento il punto in cui suo marito era svanito, i colorati disegni del suo bambino raffiguranti creature magiche attaccati sulla cappa e neanche un'ombra di cenere a imbrattare la pietra del focolare. Era già capitato che Ron partisse per motivi di lavoro e mai come quel giorno la sua assenza l'aveva fatta sentire più vulnerabile, per ragioni che non avevano nulla a che fare con la sicurezza. Il senso di colpa l'aveva divorata in morsi feroci da quando aveva ceduto alla forza dei suoi ricordi, e a chiudere lo stomaco era stata lei – ma per fortuna suo marito aveva abbastanza appetito per entrambi. L'incidente occorso nella Sala Grande era stato solo una parentesi che le aveva permesso di concentrarsi su altro – da Ministro non poteva lasciare che non fossero presi gli opportuni provvedimenti – ma alla fine era stato Malfoy stesso a privarla della certezza delle sue distrazioni professionali. Da allora le sue parole si erano insinuate in un anfratto della cui esistenza si vergognava, e non l'avevano abbandonato, e lei ci era caduta e sprofondata. Ne era stata sommersa e agitare le braccia in maniera disordinata non la aiutava a riemergere.

Riflettici.

«Mamma, c'è posta!» Suo figlio la tirò per una manica per richiamare la sua attenzione verso il gufo bruno che picchiettava sulla finestra della cucina, stringendo una busta da lettere nel becco. Dal vetro poteva sbirciare i tetti grigi di Londra e, accanto, sulla parete, la lancetta di un vivace orologio contrassegnata come "Ron" segnava la posizione "lavoro". L'arredamento consisteva in una buffa quanto funzionale commistione di oggetti magici e Babbani: Hermione non avrebbe mai rinunciato all'elettricità di un frigorifero e al tempo stesso riconosceva l'utilità di affettare e sminuzzare con un pratico colpo di bacchetta.

Si avvicinò all'animale per recuperare la corrispondenza e poi lo vide spiegare le ali per volare via, scomparendo fra le nubi. Si accorse dal sigillo rosso che la chiudeva che era stata spedita da Hogwarts: la preside McGranitt, fedele alla promessa di tenerla al corrente dell'evoluzione della vicenda, le comunicava che il giovane Horton si era risvegliato e il professor Malfoy aveva concluso le sue analisi. Le chiedeva di raggiungerla per discuterne di persona e lei non se la sentì di rifiutare un invito perfettamente legittimo in risposta alla sua richiesta di restare informata, soprattutto visto che proveniva da una strega per la quale aveva così tanta stima: avrebbe cercato di mettere a tacere i suoi turbamenti, almeno per un po', e sarebbe tornata sul luogo della loro genesi.

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