12. Uno spettacolo per muri e mosche

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Sin in giovane età Minho non aveva mai avuto troppa spensieratezza, non era come gli altri ragazzini che rincorrendo un pallone riuscivano a dimenticarsi del resto del mondo e a vivere nella loro bolla felice. Mentre loro riuscivano a ridere sguaiati e correre a rotta di collo per le colline nei campi, lui aveva sempre preferito sedersi su un muretto, godersi l'aria, il profumo dell'erba che saliva dal suolo, disegnare con un carboncino ciò che vedeva davanti a sé. Suo padre aveva sempre pensato avrebbe fatto l'esattore, una volta cresciuto, e forse anche per questo si era preso gioco di lui quando aveva deciso di prendere i voti. Minho stesso, a quella reazione, aveva deciso di pensare ancora e ripensare alla propria decisione; si era sempre visto come una specie di anima nera eppure non capiva perché quella scelta sembrasse così tanto giusta. Con gli anni, poi, aveva finalmente capito.

Quel giorno era in parrocchia, come tutti i giorni; attendeva sempre con fervore che finisse la scuola, poi si precipitava in chiesa dove, dopo una mezzora in preghiera, assisteva il sacerdote e i suoi collaboratori quasi importunandoli.

Inizialmente nessuno lo voleva lì, ma il ragazzino era cocciuto, determinato, curioso ed entusiasta di stare a contatto con qualsiasi cosa fosse vicina a Dio ed erano finiti per accoglierlo non troppo più tardi. Ovviamente il soggiorno non era gratuito, ogni giorno lo aspettavano mansioni che fossero pulire pavimenti, trasportare scartoffie o svolgere commissioni in giro per il paese.

Quando, quel giorno, vennero a dirgli che doveva tornare a casa, Minho stava riordinando la sacrestia e non poté fare a meno di sentirsi come cacciato. Non era mai successo e il ragazzo guardò confuso il collaboratore che gli ripeté ci fosse bisogno che andasse a casa, ma senza dirgli di più. Al secondo avviso aveva capito non lo stessero cacciando. Non si fece domande finché non fu finalmente sotto al proprio tetto.

Sua madre piangeva a dirotto, lei aveva cercato di spiegargli cosa fosse successo ma tra i singhiozzi era difficile intendere qualcosa. Così, una zia che aveva visto poche volte nei suoi diciotto anni di vita e che non gli piaceva nemmeno troppo, gli aveva raccontato i fatti.

Pochi minuti più tardi Minho era in piedi davanti al letto dei suoi genitori, gli occhi abbassati sul cadavere disteso e il volto asciutto. Guardò le mani di suo padre, quelle mani che lo avevano riempito di schiaffi senza molti pretesti; gli guardò il viso cereo che aveva sempre sorriso a suo figlio solo per deriderlo; quei piedi pesanti che facevano rumore quando la notte rincasava ubriaco, che non riuscivano a portarlo a quel letto prima che si addormentasse e lo lasciavano nel bel mezzo del corridoio.

Sapeva che avrebbe dovuto piangere, eppure non una sola lacrima era scappata dai suoi occhi. Non che si fosse impegnato, semplicemente non era dispiaciuto, nemmeno contento. Sua madre strillava di più quando notava l'apatia del figlio, lo aveva fatto per due mesi, poi anche lei si era stancata di dare importanza a quell'uomo che in realtà non era mai piaciuto a nessuno di loro.

In un angolo del cuore sentiva un piacevole calore, quasi un'ironia buia e confortevole; un attacco di cuore aveva messo fine alla vita di una persona che schiacciava quelle degli altri, aveva fatto il lavoro sporco al posto di Minho stesso o di sua madre. Tante volte aveva pensato di rimediare con le proprie mani, ma il pensiero di dover dimostrare a quell'uomo che la sua vocazione era reale e vivida lo aveva sempre rimesso coi piedi per terra e la testa sulle spalle; male che fosse andata, avrebbe continuato a sopportare e si sarebbe vestito da martire.

Minho aveva assistito con sguardo piatto a tutte le cerimonie del defunto ma nessuna di queste era riuscita a toccarlo sul personale; la sua era una curiosità prettamente dedita all'imparare il mestiere e rimanere vicino agli uomini di Dio. Lo avevano guardato come fosse un mostro, chi non piange per il proprio padre prematuramente dipartito? Ma ormai niente più ostacolava i suoi sogni e avrebbe imparato a farsi scivolare addosso qualsiasi cosa, sopratutto parole vuote di chi nemmeno lo conosceva.

𝙀𝙫𝙞𝙡 𝙋𝙧𝙖𝙘𝙩𝙞𝙘𝙚 • 𝙎𝙩𝙧𝙖𝙮 𝙆𝙞𝙙𝙨Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora