CAPITOLO 1 UN NUOVO INIZIO

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Hawkins, Indiana.
1986

L'ennesima crisi di pianto. Sul pavimento freddo del bagno.

Erano solo le otto di mattina. Doveva prepararsi per un altro giorno di scuola.
E invece era lì, tremante, le ginocchia premute contro il petto, i capelli ancora umidi, il fiato corto.
Appena uscita dalla doccia, una visione — una di quelle che non arrivavano da un po', ma che non aveva mai davvero dimenticato — le era piombata addosso come un pugno in pieno volto.

Billy.
Il suo volto sfigurato dal dolore.
Le urla. Il sangue. Il senso d'impotenza.

Charlotte era scivolata a terra d'istinto, come se il corpo si fosse rifiutato di reggerla ancora.
Le lacrime erano arrivate senza nemmeno un preavviso, come un riflesso. Ma più piangeva, più si rendeva conto di quanto fosse esausta.
Soffocata dal peso del passato, prosciugata dal senso di colpa, si sentiva come un guscio vuoto.

Nei primi mesi dopo l'incidente non riusciva nemmeno a dormire. La notte era diventata il suo nemico.
Ora... ora andava meglio.
O almeno così diceva a tutti.
Steve, Robin, Eddie — le tre costole che la tenevano in piedi — non l'avevano mai lasciata. La dottoressa Kelly, la consulente scolastica, l'ascoltava ogni settimana, ma Charlotte non poteva raccontare davvero cosa fosse successo. Non poteva parlare del Mind Flayer, del centro commerciale, del sacrificio di Billy.

Lo Starcourt era stato etichettato come un semplice incendio.
Una tragedia come tante.
Una verità sepolta sotto le macerie.

Charlotte si rialzò solo quando si accorse che le lacrime erano finite.
Non piangeva più.
Fissava il nulla. Immobile, scollegata.
Il vuoto dentro era peggio del dolore.

Si sciacquò il viso con acqua gelida, nella speranza di spegnere il fuoco sotto la pelle.
Si vestì in fretta e uscì dal bagno, ancora avvolta da una nebbia emotiva. Steve sarebbe arrivato a breve per accompagnarla a scuola, insieme a Robin.

Robin era diventata una sorella. Una presenza costante, affettuosa, mai invadente.
Era grazie a lei se Charlotte non si sentiva un'estranea tra i corridoi della scuola.
Eppure... qualcosa dentro di lei era cambiato.
Si era chiusa.
Si era spenta.
Non parlava se non era strettamente necessario, e quando lo faceva, le parole sembravano avere il peso del piombo.
La scuola era diventata una lotta quotidiana.

Era stato un professore a notarlo per primo, e a indirizzarla dalla psicologa.
Charlotte ci aveva messo un mese prima di cedere.
Ma alla fine era andata.
E anche se non poteva dire tutto, anche se si sentiva come se stesse recitando una parte, almeno... parlava.
Almeno non era sola.

Aveva recuperato qualche voto, più per distrazione che per impegno.
Lo studio la teneva lontana dai pensieri.
Usciva solo per evitare di stare in casa, da sola, e ritrovarsi faccia a faccia con quel senso di colpa che la stava consumando dall'interno.
Ma a volte...
A volte riusciva anche a ridere.
A sentirsi viva.
A illudersi, almeno per un istante, che potesse davvero tornare tutto normale.

Steve era rimasto.
Sempre.

Dopo lo Starcourt, avevano passato la notte insieme.
Lui non l'aveva lasciata neanche per un secondo.
E quando Charlotte dormiva tra le sue braccia, riusciva a immaginare una fine diversa. Una dove Billy non era morto. Una dove si erano perdonati. Una dove non si sentiva così spezzata.

Amava Steve.
Lo amava così tanto da non riuscire a confessarlo.
Non era la paura di non essere ricambiata.
Era la paura di essere vista.
C'era una barriera invisibile nella sua mente, qualcosa che la bloccava ogni volta che provava a lasciarsi andare.
Ma sapeva anche che non poteva fare a meno di lui.
Steve era diventato la sua ancora. Il suo respiro.

died in your arms // Steve harrington La tua prossima ossessione. Scoprilo ora