8-geloso

8 3 0
                                        

"Puoi fidarti di una persona che riesce a vedere queste tre cose in te:
Il dolore dietro il tuo sorriso
L'amore dietro la tua rabbia
Un motivo dietro il tuo silenzio."

Ivory

Dopo venti minuti, sentii il rumore familiare della Porsche di Abraham arrivare davanti al cancello. Mi avvicinai lentamente, pensando di salire in macchina senza dire nulla, ma lui uscì bruscamente dall'auto e corse verso di me con passo deciso.

Non avevo idea di cosa aspettarmi, forse preoccupazione, forse qualche domanda gentile. E invece...

"Che cazzo ci facevi da Hardin? Tu non ci devi stare con lui. Capito?"
La sua voce era dura, come una lama che mi si conficcava nel petto. L’intensità del suo sguardo mi fece gelare sul posto.

Rimasi immobile, il mio cuore battendo all'impazzata. Le sue parole mi rimbombavano nella testa, mentre cercavo di non perdere il controllo. Riuscii solo ad annuire, incapace di rispondere. Non volevo peggiorare la situazione.

Senza dire altro, mi girai e salii in macchina, stringendomi nel sedile mentre lui tornava al posto di guida. Il silenzio nell’abitacolo era insopportabile, rotto solo dal ruggito del motore e dal fruscio delle ruote sull’asfalto.

Mentre Abraham era concentrato sulla strada, mi ritrovai a piangere in silenzio, lacrime che scendevano senza rumore, come se stessi cercando di non farmi notare. Ma dentro, c'era una tempesta.

Odiavo chi mi urlava addosso.
Quelle parole dure mi riportarono indietro nel tempo, ai ricordi che cercavo di seppellire.

Quando ero piccola...

No. Non ci dovevo pensare. Non dovevo. Scacciai quel pensiero con forza, stringendo le mani a pugno sul grembo. Loro non c'erano più. Non avrebbero mai più potuto litigare.

Eppure, il dolore era sempre lì, nascosto in ogni grido, in ogni voce troppo alta. E ora, anche nella voce di Abraham.

Abraham si girò verso di me proprio in quel momento, e i suoi occhi si posarono sulle mie lacrime. Rimasi immobile, incapace di nascondere quello che provavo. Mi chiesi come mi vedesse in quell'istante: fragile, spezzata, debole.

Stavo piangendo, tremavo per qualcosa che agli altri poteva sembrare insignificante. Ma non per me.

"Ivory," disse, la sua voce un sussurro appena percettibile. Alzai lo sguardo verso di lui, incontrando i suoi occhi che sembravano... vuoti, come se qualcosa dentro di lui si fosse spento.

"Scusa, non volevo urlarti addosso. È solo che..." esitò un istante, "è meglio se eviti Hardin. Lo conosco bene e..."

Lo interruppi prima che potesse finire. "No, Abraham. Non sei tu. Sono le urla. Io..." le parole mi si strozzarono in gola, incapaci di uscire. "Io non riesco a sopportarle. Quando ero piccola io..."

Mi fermai, il nodo alla gola era troppo grande. Sentivo che stavo per crollare completamente se avessi continuato. Aprirmi significava rischiare, e tutte le volte che lo avevo fatto, ero rimasta delusa, ferita, tradita.

Lui rimase in silenzio per un istante, ma la sua curiosità lo vinse. "Cosa è successo? Perché ti spaventano le urla?"

La domanda mi colpì come un pugno, diretta, brutale, senza un minimo di tatto. Mi irrigidii, stringendo le mani a pugno. Avrei voluto rispondergli, avrei voluto dirgli tutto, ma le parole non arrivavano.

Il silenzio che seguì fu pesante, e quando Abraham si rese conto che non avrei detto nulla, abbassò lo sguardo. Sembrava capire. Non insistette, e quel gesto mi colpì più delle sue parole.

Live What You LoveDove le storie prendono vita. Scoprilo ora