~ Here Comes the Sun ~

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Il sole splendeva a Seattle, la giornata era decisamente calda e le persone sembravano tutte felici, oppure era lui a vederle così. Mancava poco alla vita che si era scelto, mancava poco al raggiungimento dei suoi sogni e al pagamento dei suoi sforzi, perché lui era arrivato dov'era grazie a se stesso, nonostante tutto. Perciò era difficile non vedere il bello in quelle giornate, non notare i sorrisi delle persone, lui si sentiva felice e pensava che niente avrebbe potuto cambiare quello che stava provando.



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Jimin Pov

Mancavano tre giorni all'inizio del tirocinio, ero arrivato a Seattle una settimana prima, avevo visto i parenti e mi ero goduto la città con tutta la calma possibile, avevo alloggiato per due notti anche a Portland visitando il Portland Japanese Garden, o il meraviglioso giardino in onore al gemellaggio che Portland fece con la città cinese Suzhou, il Lan Su Garden; luoghi incantevoli dove fermarsi a leggere in santa pace e respirare aria pulita. I libri, i fiori, i giardini, ogni cosa richiamasse la tranquillità interiore era per me indispensabile forse per questo, il palazzo dove la Moore Industries mi aveva ubicato, non era uno dei miei preferiti ma la vista era mozzafiato. Quella sera sentii la porta accanto alla mia aprirsi e chiudersi, segno che un nuovo inquilino era arrivato, forse uno dei quattro tirocinanti che erano stati scelti per il tirocinio, mi sentii curioso di vederlo o vederla, di conoscere il suo genio visto la fortuna avuta e, perché no, magari diventare amici. Indossai comunque le cuffie, presi la mia tracolla ed uscii per andare a prendere da mangiare, nelle orecchie la voce di Keala Settle cantava: "Sono coraggiosa, sono piena di lividi, sono chi sono destinato ad essere... questo sono io*." ed io mi sentivo esattamente come lei, fiero di ciò che ero diventato, di ciò avevo dovuto affrontare per via del lignaggio che non avevo mai chiesto e forse era stato proprio questo a spronarmi a dare il meglio. A non essere uno di quegli stupidi ragazzini ricchi e viziati, pieni del loro niente e incapaci di fare qualsiasi cosa, certo non tutti, molti dei miei colleghi all'università avevano la mia stessa mentalità ma eravamo davvero pochi.

Quella sera decisi di mangiare in terrazza, il cielo si era colorato di un blu indaco e le luci della città bastavano a far luce ad un intero palazzo, quasi speravo che il vicino o vicina, uscisse per fare due chiacchiere e sorrisi a quel pensiero. Feci una doccia e con una maglia lunga andai a letto, sarebbe stato un giorno importante il mio ed io volevo essere più che sveglio ed attivo; puntai la sveglia molto prima di quanto avessi dovuto e mi addormentai con i suoni della pioggia. La mattina, il sole ancora dormiva beato e nascosto da qualche parte, feci colazione rileggendo nuovamente i documenti per il tirocinio, indossai jeans neri e camicia bianca, sistemai i capelli ed uscii per farmi una passeggiata prima di arrivare al palazzo Moore, il sole saliva lento illuminando le facciate di quei palazzi enormi, dando al cielo diverse sfumature di colorazioni, quasi a voler attirare l'attenzione su di sé mentre il mondo iniziava a svegliarsi. Mamma aveva mandato il consueto buongiorno ed io le risposi con un selfie: la lingua di fuori e l'occhiolino, raggiante come un bambino, ma lo fui di più quando vidi uno dei tirocinanti avvicinarsi; sembrava della mia stessa nazionalità e quando scambiammo quelle poche parole, capii di avere avuto ragione. Era alto, in forma, si vedeva che ci teneva al suo aspetto fisico, i capelli corti e neri, gli occhi  erano particolari, non erano proprio neri ma davano più sul blu notte no... indaco esattamente come il cielo la sera prima. Aveva la pelle così candida che dovetti tenere le mani strette sulla mia tracolla per non toccarla, ed il suo sguardo, era così penetrante e non ero del tutto certo che sapesse cosa provocava: - Ho per caso sbagliato orario? - una ragazza indiana mi fece distogliere dal fissare quel ragazzo, mi chiesi se la scelta dei tirocinanti non fosse poi così casuale. - No no, sei in perfetto orario. Mi chiamo Jimin e lui è Jungkook. - era bellissima, aveva un colore di pelle così bello e particolare, sembrava che brillasse alla luce del sole, ci disse di chiamarsi Aadhya, di arrivare dal Bengala Occidentale e che non vedeva l'ora di iniziare quella nuova avventura, sembrava dolce e in gamba e, alla fine, arrivò anche l'ultima tirocinante, Sveva. Era svedese proveniente da Stoccolma, eravamo una bella insalata tutti e quattro e sarebbe stato bello conoscere le loro culture ma quando arrivò il signor Moore tutti facemmo silenzio: - Il mio futuro, eccolo! - disse indicandoci tutti: - Sono felice che abbiate superato i test di ammissione e non vedo l'ora di lavorare con ognuno di voi ma vi avverto, non sarà facile e i test sono niente al conforto. - probabilmente si aspettava una qualche reazione ma nessuno si mosse, anzi, sembravano tutti troppi eccitati e pronti, considerando che non eravamo ancora entrati nel grande palazzo.

Il segretario personale del signor Moore ci attendeva davanti l'ingresso principale, sorrise per tutto il tempo e fu gentile nel mostrarci ogni singolo anfratto di quel grande grattacielo: - L'architettura è parte fondamentale della Moore Industries, ogni grande azienda che si rispetti ha chiesto i nostri servigi e noi ne andiamo fieri. - tutti conoscevamo la storia dalla famiglia Moore e di come avesse scalato la vetta diventando una della principali aziende dello stato di Washington. - Alcune volte dovrete lavorare anche di notte, dormire forse due ore o addirittura non farlo, dipende dal lavoro che avremo, siamo una famiglia e se uno resta sveglio, lo facciamo tutti, è il motto del signor Moore. - le due ragazze sembravano ipnotizzate da Joshua, mentre io guardavo Jungkook con la coda dell'occhio, era interessato anche lui ma, esattamente come me, aveva la fretta di iniziare e sorrisi di nuovo. Il primo giorno fu caotico, nel senso che visitammo le parti principali dell'azienda, vedemmo la piccola fabbrica di plastici con vari lavori, molti dei quali erano stati già realizzati e, per la pausa pranzo, mangiammo tutti insieme alla mensa dell'azienda: - Ho sempre creduto che il signor Moore fosse un megalomane visti i suoi lavori... enormi... ma ha comunque fondato la più importante azienda di architettura e vederla con i miei occhi beh... ne è valsa la pena dopotutto. - Sveva guardava i soffitti, come erano state predisposte le colonne e i colori usati, perfino gli spazi erano stati studiati per dare più profondità nonostante la stanza non fosse molto grande ma, aveva ragione; il signor Moore pensava in grande e il suo lavoro ne era una chiara dimostrazione. Quando l'orario di lavoro terminò, salutammo le ragazze che avevano gli alloggi da un'altra parte rispetto a me o Jungkook, che scoprii abitasse nel mio stesso palazzo: - Ti va di entrare, sono troppo eccitato per fermarmi... - arrossii di poco, solo dopo aver posto quella domanda mi resi conto che, quel ragazzo, poteva considerarmi fin troppo espansivo ma mi ero reso conto, ancora una volta, di trovare piacevole la sua compagnia. Perché quel ragazzo non era uno che parlava troppo, osservava ogni cosa, non gli sfuggiva nulla e lo potevo vedere chiaramente, era come i giardini ove mi piaceva passare il mio tempo; accogliente, silenzioso, piacevole e calmo. - Mi piacerebbe si... - mi aveva nuovamente guardato con quello sguardo penetrante, lasciato immobile mentre non capivo bene come mi facesse sentire, ingoiai a vuoto e, aprendo la porta, gli feci cenno di accomodarsi; lo fece lentamente, quasi a non voler invadere troppo uno spazio non suo. Si tolse le scarpe senza che glielo chiedessi, segno che teneva ancora alle sue tradizioni: - Sono le mie, puoi indossarle, a me piace sentire il pavimento sotto i piedi. - non feci subito caso al fatto che si fosse fermato a guardarle, al sorriso che cercava di nascondere: - Non volermi male ma... sei minuscolo... - fu in quel momento che abbassai lo sguardo vedendo metà del suo piede fuori dalla ciabatta e scoppiai a ridere, diamine, da quando non accadeva?




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Per Jimin fu una novità sentire la sua risata, da piccolo accadeva spesso perché il suo papà lo divertiva sempre, passava il tempo ad inventare nuovi modi per far ridere il suo bambino ma dalla sua morte, si era reso conto che aveva smesso di farlo. Fu per lui normale chiedersi come, uno sconosciuto dagli occhi color indaco, fosse riuscito a farlo e non sorridere, ridere di gusto e farlo sentire così, come non si era mai sentito prima in tutta la sua vita.















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