33. per mostrargli la parte migliore di te stesso

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venerdì 4 dicembre

Jisung era immobile, seduto sul divano, la custodia della chitarra appoggiata sulle sue gambe e lo zaino accanto a sé. Sentì il telefono vibrare all'interno della tasca dei pantaloni e immaginò che fosse Minho che gli scriveva il buongiorno. La notte prima gliel'aveva promesso.

Il suo sguardo era fisso sulla televisione spenta di fronte a lui, sullo schermo nero dove vedeva il proprio riflesso: l'espressione neutra del suo viso e gli occhi ricolmi di ansia e paura. Voleva andare all'università, doveva parlare con il suo professore di canto (aveva rimandato quel colloquio per due giorni), ma non riusciva a muoversi. Si sentiva patetico. Aveva già avvertito Felix la sera prima che si sarebbe presentato, ma il solo pensiero di dover pranzare con i suoi amici lo terrorizzava. Avrebbe significato sedersi nello stesso tavolo di Minho, sentirlo parlare e percepire il suo sguardo preoccupato su di sé. Minho gli aveva promesso di lasciargli i suoi spazi, ma Jisung si sarebbe sentito tremendamente in colpa nell'ignorarlo, come se non fossero stati nulla di importante in quei mesi. Ma era proprio perché Minho era così importante per lui che aveva paura: di deluderlo, di farsi odiare da lui per tutti i suoi problemi e le sue insicurezze. Temeva di ferirlo ancora di più.

«Jisung, buongiorno.»

La voce del compagno di sua madre lo fece tornare con i piedi per terra. Alzò la testa, incrociando i suoi occhi scuri. Era un bell'uomo, sulla quarantina, con i capelli mori che gli coprivano la fronte. Indossava, come sempre, un completo elegante e teneva una valigetta di pelle nera fra le mani. «Buongiorno» disse con un piccolo sulle labbra.

Dohyun si sedette accanto a lui. «Hai intenzione di andare all'università oggi?» chiese, indicando con il capo lo zaino che li separava.

Jisung sospirò. «Sì, ma ora non ne sono così tanto sicuro» ammise, abbassando la testa. Vide le sue mani tremare. Sebbene ormai Dohyun abitasse con lui e sua madre da più di un anno, odiava mostrarsi così debole davanti a lui, di essere giudicato come aveva sempre fatto suo padre.

Dohyun sorrise dolcemente. «C'entra qualcosa – o qualcuno – in particolare?» gli domandò con gentilezza. «Se non hai voglia di parlarne lo capisco, sono cose tue. Però, in casi tu avessi bisogno di un parere esterno, io ci sono.»

Jisung spalancò gli occhi per la sorpresa nel sentire quelle parole. «E-ecco... ho paura di vedere una certa persona» ammise, arrossendo.

Dohyun aggrottò le sopracciglia. «Ti ha fatto del male? Se è per questo, giuro che-»

«No, no! Siamo amici! O, almeno, lo eravamo» lo corresse Jisung, ridacchiando per la sua reazione.

Dohyun arrossì imbarazzato. «Oh, capisco» disse. «Scusami, pensavo parlassi di un bullo o cose del genere. Ti ho visto triste e pensieroso in questi giorni, ero preoccupato.»

Jisung sentì gli occhi riempirsi di lacrime e abbassò la testa per evitare che Dohyun lo notasse. Strinse le mani a pugno. Era così difficile per te, papà?, si chiese, sentendo un'ondata di rabbia crescere dentro di lui nei confronti dell'uomo che lo aveva abbandonato e distrutto.

«Comunque, tu e questa persona avete litigato?» gli chiese Dohyun, allontanando dalla mente del giovane il ricordo di suo padre.

Jisung sospirò e appoggiò la testa sul divano, lo sguardo fisso sul soffitto. «È un po' più complicato di così... Sono io che non sono ancora pronto a farla entrare nella mia vita» confessò e spostò gli occhi sul viso dell'uomo seduto accanto a lui, che lo guardava attento. «Sai, con tutti i miei problemi. Un conto è parlarne attraverso uno schermo, un altro è viverli.»

Dohyun annuì piano. «Ti sta mettendo pressione?» chiese ancora e sorrise quando Jisung negò con un movimento deciso del capo. «Allora prenditi il tempo di cui hai bisogno senza preoccuparti o sentirti in colpa. Se ci tiene a te, aspetterà. Altrimenti significherà che non ti merita.»

IKIGAI, minsungLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora